Moby Dick«Benché nessun’altra nazione abbia mai avuto una legge baleniera scritta, tuttavia i pescatori americani sono stati essi stessi i legislatori e gli avvocati della cosa. [...] 1) Un pesce legato appartiene a chi l'ha legato. 2) Un pesce libero è buona preda di chiunque lo prende per primo. Ma ciò che guasta in questo codice magistrale è la sua am­mirevole brevità, che richiede un enorme volume di commenti espli­cativi». Nel capitolo novantanovesimo di Moby Dick Herman Melville utilizza con maestria la legislazione sulla caccia alla balena come metafora per i diritti dell’uomo, le idee, la libertà. Il brano, se letto per intero, suona come il fondamento di ogni giurisprudenza umana. Un espediente narrativo che ci porta a due conclusioni: lo scrittore americano dimostra di essere uno storico del diritto «“per caso” [...] ma tutt'altro che sprovveduto», come ha scritto Marra; la letteratura è un giacimento di metafore prezioso se ben utilizzato dal giurista, che ha nella lingua il suo strumento principe, come ricordato dal professor Gabrio Forti che ha presentato il secondo incontro del ciclo seminariale “Giustizia e Letteratura”, La legge in mare: Melville da Benito Cereno a Billy Budd, organizzato dal Centro Studi “Federico Stella” sulla giustizia penale (Csgp) da lui diretto. Sono intervenuti sul tema Francesco Rognoni, docente di Lingua e Letteratura inglese nel nostro ateneo, e Arianna Visconti, ricercatrice di Diritto penale e membro del Csgp.

L’analisi di Rognoni trova il suo incipit nell’avventurosa vita di Melville: un bambino affascinato dai viaggi appresi dai racconti dell’amato padre che a 19 anni si imbarca come mozzo su una nave mercantile, il primo di una lunga serie di viaggi per mare che lo porterà fino alla baleniera Acushnet, dalla quale diserterà a causa della rigida disciplina di bordo, giudicata crudele. L'incompatibilità tra il suo spirito libertario e i rigidi regolamenti di bordo, che lo aveva indotto a disertare, lo determina infine a congedarsi dalla marina e a dedicarsi completamente alla scrittura.

In sette anni Melville scrive sette romanzi e in particolare il 1851 è l'anno in cui conclude la sua opera-mondo, Moby Dick, che all'epoca della sua pubblicazione non riscosse i favori del pubblico. Il capolavoro americano ha un precedente in Mardy (1849), un’opera enciclopedica che però, secondo Rognoni: «è un’opera fallita perché manca di una linea narrativa forte». Tuttavia il capitolo 177 di quest’opera può essere di grande interesse per i notai: vi è infatti raccontata la lettura di un testamento di un selvaggio che ha ripartito il suo patrimonio apparentemente con generosità, dato che l’interpretazione dei mille codicilli complica poi l’assegnazione dei beni.

I relatori del secondo appuntamento di "Giustizia e letteratura"Tra gli ultimi racconti scritti da Melville figurano Benito Cereno, Bartleby lo scrivano e Billy Budd, oggi considerata la sua opera migliore dopo Moby Dick. Bartleby lo scrivano racconta di un avvocato senza ambizione, che vive al riparo del proprio studio svolgendo compiti comodi che si limitano a un esercizio di burocrazia: «È un personaggio anti-melvilliano, un avvocato piccolo piccolo che rappresenta quella legge che si nutre di se stessa fino alla claustrofobia», aggiunge Rognoni che stigmatizza il personaggio nella sua frase più celebre: «Preferirei di no».

Benito Cerenonarra invece la vicenda dell'ammutinamento degli schiavi del mercantile spagnolo San Dominique, realmente avvenuto nel 1799. Il racconto fu pubblicato nel 1855, in clima abolizionista, e ha per protagonista Benito Cereno, il capitano spagnolo del mercantile ostaggio degli schiavi e in particolare del capo della rivolta Babo, che di fronte al capitano americano Amasa Delano, corso in loro soccorso senza sapere dell’avvenuta rivolta, finge che la trascuratezza della nave e dell’equipaggio sia dovuta a scampate pestilenze e tempeste. La narrazione è basata sull’equivoco tra l’apparenza (Babo sembra accudire con particolare diligenza Cereno) e la realtà dei fatti: degli schiavi esasperati che tengono in ostaggio i pochi superstiti rimasti. Come spiega Rognoni, «Melville era contro lo schiavismo, ma decide di scrivere una storia in cui il nero è il male assoluto, arbitrario, come Jago nell’Amleto. Ma Babo ha ricevuto un torto storico, lo schiavismo. Potrebbe essere un buon esercizio per gli avvocati quello di provare a difendere Babo calandosi nel contesto dell’epoca». Arianna Visconti ha sottolineato invece che il processo che chiude il racconto rivela: «La legge come mezzo che nasconde e seppellisce l’uguaglianza tra bianchi e neri; questi ultimi vengono condannati a morte senza prendere in analisi i motivi della ribellione. Melville è consapevole che la legge è composta da diversi componenti, ma manifesta apertamente la sua sfiducia nel fatto che l’uomo sappia mantenere il giusto equilibrio tra le parti».

Billy Budd, l’ultimo dei romanzi analizzati, è invece ambientato nel corso delle guerre napoleoniche e il suo protagonista è un uomo retto, un marinaio aitante e onesto che ha un solo difetto: nei momenti di tensione balbetta. Accusato ingiustamente dal maestro d'armi John Claggart di ammutinamento, è costretto a difendersi di fronte al capitano Vere che certo dell'innocenza di Billy e della malvagità di Claggart, gli chiede semplicemente di spiegare le proprie ragioni. Il giovane marinaio posto di fronte all'infamante menzogna e sopraffatto dall'emozione, non riesce a produrre null'altro che un «gesto muto e un gorgoglio», con un colpo violento e inaspettato abbatte il suo accusatore, uccidendolo all'istante. Suo malgrado, il capitano Vere sa di dovere agire in maniera implacabile e seguire la legge: convocata la corte marziale senza attendere il ritorno in patria, fa condannare a morte Billy Budd, «l'angelo di Dio».