John Baptist Odama, vescovo di GuluMonsignor John Baptist Odama, arcivescovo di Gulu in  Uganda e Presidente della Conferenza episcopale ugandese, è stato il protagonista del convegno “Costruire la pace nel Nord Uganda”, organizzato il 9 febbraio nella sede milanese su iniziativa del professor Roberto Moro Visconti e del Centro pastorale. Un’occasione per ascoltare la testimonianza diretta su un tema caldo per il nord Uganda: il consolidamento della pace dopo una delle più grandi tragedie umanitarie del continente africano, la guerra condotta per 20 anni dal Lord’s Resistance Army (Lra) contro esercito e popolazione civile.

 

Monsignor Odama ha avuto infatti un ruolo di primo piano nel difficile processo di pacificazione della regione, anche a rischio della propria incolumità. È stato ed è tuttora impegnato in prima linea, come garante e osservatore, nei colloqui di pace con il Lra, anche oggi che i ribelli si sono spostati in Repubblica Democratica del Congo, Africa Centrale e Sud Sudan. Ribelli che continuano a portare morte e violenze su una popolazione incolume che ha visto tanti bambini rapiti e trasformati forzatamente in soldati, «perché nessuno sopra i 13 anni si arruolerebbe spontaneamente» ha detto Monsignor Odama. Il Lra dunque esiste ancora, non è più in Uganda, ma potrebbe tornare, perché si è solo spostato. Monsignor Odama continua tuttavia a perseguire l’obiettivo di un accordo di pace con i ribelli e ha riferito che attualmente gli Stati Uniti stanno offrendo il loro aiuto al governo ugandese per “dare la caccia” all’esercito di Kony. Tale supporto si basa soprattutto su iniziative di intelligence per catturare il leader del movimento, Joseph Kony, e processarlo al Tribunale dell’Aia.

Ma qual è il motore della guerra in Uganda? «Una lunga storia di conflitti tra gruppi etnici e particolarismi, la disparità a livello di sviluppo tra nord e sud e la convinzione che il potere vada mantenuto con le armi sono gli elementi alla base dei 20 anni di conflitto», spiega Monsignor Odama, che è stato tra i fondatori dell’Acholi Religious Leaders Peace Initiative (Arlpi), una task-force costituita nel 1997 dai maggiori leader religiosi dell’Uganda che, riunendo sei differenti professioni religiose (Anglicana, Cattolica, Musulmana, Ortodossa, Pentecostale e Avventista del Settimo Giorno), vuole offrire una risposta proattiva, attraverso il dialogo e la reciproca comprensione, ai problemi della costruzione e del mantenimento della pace nel Paese.

Malgrado i conflitti però, lì dove viene costruita la pace, e pensiamo agli ospedali dei missionari, ai centri di accoglienza, alle scuole ricostruite, brilla il sorriso dei bambini, testimoniato dalle foto mostrate durante il convegno. «Nonostante il male la vita continua e ho molta speranza per l’Uganda», ha aggiunto Monsignor Odama, un Paese «benedetto da Dio» per la grande ricchezza della sua terra e del sottosuolo. La vera grande ricchezza del Paese però sono i giovani: il 65% della popolazione ha una media di 14 anni. Proprio in quanto ricchezza è depredata e sfruttata (dai guerriglieri), e bisogna fare tutto il possibile per salvaguardarla e valorizzarla perché è la forza e la speranza del Paese. Soprattutto bisogna fare in modo che tutti abbiano accesso all’istruzione: solo lo 0,7% della popolazione universitaria del Paese infatti è nord-ugandese. Questo grande divario tra nord e sud è una sfida: se non ci saranno laureati, non ci saranno nuovi datori di lavoro, quelli che ci saranno assumeranno personale dal sud, non ci sarà sviluppo e si perpetuerà il dislivello tra regioni che ha alimentato l’ultimo conflitto. Educazione, lavoro, sviluppo sociale sono le basi di un futuro di pace.

Come spiegato da Monsignor Odama «il nord è molto povero. Il più ricco sud, le multinazionali internazionali, gli investitori esteri potrebbero sfruttare a loro vantaggio la povertà della gente». Un rischio riguarda la proprietà delle terre, perché ora che la gente del nord è tornata ai propri villaggi, dopo aver perso tutto, ha un’unica cosa per la propria sussistenza: la terra. La terra in Uganda è una proprietà comune e appartiene ai clan. Nessun individuo può venderla e non esiste catasto. Ma è un bene difficile da tutelare nel momento in cui questa regione sta diventando meta per grandi investitori. Negli ultimi anni ci sono state molte frodi, cause e conflitti per terre vendute da singoli senza avere ufficialmente diritto su di esse. Anche questo problema va affrontato seriamente perché non generi nuova ingiustizia sociale. Tra le foto mostrate, su un muro di una casa semi-distrutto dalla guerra è stato scritto dalla popolazione: «Rich of life are lovely, hope, mercyfully», questa è l’altra faccia dell’Uganda.