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L’educazione costruttrice di pace

Esperienze di volontariato e di Service Learning in Università Cattolica” durante il quale docenti e studenti si sono alternati per raccontare alcune delle esperienze più significative di solidarietà e cooperazione promosse dall’Ateneo, coordinati dal professor Marco Caselli, direttore del Centro di Ateneo per la solidarietà internazionale. L’Università Cattolica del Sacro Cuore, al suo terzo anno di collaborazione, quest’anno è intervenuta in modo virtuale contribuendo con l’impegno e la creatività di un gruppo di professori, ricercatori e studenti - coordinati scientificamente dall’Alta Scuola per l’Ambiente. Abbiamo dovuto reinventare il progetto per comunicare l’agenda 2030 in modo virtuale, ma è rimasta la voglia di condividere i temi di equità, di sviluppo sostenibile grazie a questa attività di service learning che mi ha permesso di mettersi al servizio della società civile». Si tratta di un’esperienza nata nel 2009 che, da allora, ha permesso a numerosi studenti di fare un’esperienza di lavoro nell’ambito della cooperazione e dello sviluppo. La seconda iniziativa è Mission exposure, realizzata in collaborazione con il Centro Pastorale e il Pime, per dare l’opportunità agli studenti di vivere un’esperienza in “terra di missione” che tenga insieme la crescita umana (e cristiana) nei soggetti e l’oggetto degli studi accademici. Mi ha dato la possibilità di fare un incontro-scontro con altre civiltà e la possibilità di guardare il mondo da un altro punto di vista e di fare un’esperienza che ti immerge a tutto tondo in un contesto dal forte impatto umano». Fra gli studenti che a inizio anno sono andati a Kikwit c’era anche Vera Brunelli , che ha raccontato la sua esperienza di Service learning durante il collegamento.

 

Cesi e Gemelli insieme contro l’Aids

Cooperazione internazionale Cesi e Gemelli insieme contro l’Aids Un progetto è in corso al Comboni Samaritans Health Center di Gulu per coinvolgere 500 donne da sensibilizzarle sul tema dell’infezione da Hiv e da altre a trasmissione sessuale. Il progetto, che si svolge al Comboni Samaritans Health Center di Gulu in Uganda , prevede il coinvolgimento di 500 donne di età compresa tra 18 e 49 anni residenti nella città di Gulu e nelle aree limitrofe che vengono individuate attivamente sensibilizzando su questi temi l’intera comunità. All’Health Center di Gulu è loro offerto uno screening semestrale per Hiv, Hbv (Epatite B), sifilide, valutazione clinica di eventuali lesioni vulvovaginali e un questionario autoriportato su aspetti sociodemografici, su conoscenze e comportamenti a rischio sessuale. In Uganda vi sono 75 posti letto di degenza ordinaria per 1.000.000 di abitanti e un posto letto in terapia intensiva sempre per 1.000.000 abitanti. In conseguenza di ciò il ministero della Salute e il Governo ugandese stanno attuando strategie di contenimento e di prevenzione dell’epidemia di Covid-19 molto stringenti in termini di quarantena, isolamento e distanziamento sociale, perché, come tutti i Paesi dell’Africa Sub-Sahariana, l’Uganda non può davvero permettersi la diffusione dell’epidemia. L’attività di supporto alla prevenzione di Hiv attraverso l’educazione e le modifiche comportamentali è svolta continuamente sia dall’Italia, attraverso incontri periodici con il personale locale, sia grazie all’attività residenziale di medici specializzandi della nostra sezione di Malattie infettive. Siamo altresì entrambe grate al dottor Francesco Aloi, biotecnologo dell’Area Endocrino–metabolica del Dipartimento di Medicina e chirurgia transazionale del nostro Ateneo, per il supporto attivo che ci sta fornendo, grazie anche all’esperienza che lui ha dell’Uganda per i molti anni lì trascorsi».

 

Exponi, gli studenti si sfidano a colpi di dibattito

Da mercoledì 9 a venerdì 11 dicembre otto squadre di studenti dell’Università Cattolica, guidati dal Centro di Ateneo per la Solidarietà Internazionale , stanno partecipando a Exponi mettendo in gioco interessi personali, competenze acquisite studiando, abilità comunicative per sostenere la propria visione in particolare rispetto al climate change e all’ environment . Il progetto, a cui siamo lieti e orgogliosi di partecipare, assume una particolare rilevanza nel periodo difficile che stiamo vivendo - ha dichiarato il direttore del Cesi Marco Caselli -. In un periodo di chiusura forzata, in cui rischiamo di percepire gli altri come una minaccia, è importante proporre ai nostri studenti e studentesse iniziative che permettano di aprirsi al confronto, di andare oltre, di superare barriere e steccati. I gruppi di studenti dell’Università Cattolica sono seguiti da due tutor, Irene Pellucchi e Giulia De Feudis , neolaureate della facoltà di Scienze Politiche e sociali, con una funzione di guida e supervisione. Attraverso il dibattito gli studenti hanno la possibilità di confrontarsi e mettere in pratica la loro capacità di fare ricerca, di approfondire le tematiche assegnate e di lavorare in squadra, fattori importanti sia in ambito universitario che lavorativo. La mission educativa dell’iniziativa è chiara a tutti i partecipanti che, raccontando le motivazioni per cui hanno scelto di partecipare, mettono in evidenza l’importanza di ascoltare il punto di vista dell’altro. C’è chi ha messo in luce l’occasione privilegiata, durante questo dibattito, di affinare anche le proprie abilità, in particolare quelle comunicative, come Patricia che studia a Scienze politiche e sociali, e chi come Marta , studentessa della stessa facoltà, ha messo l’accento sull’importanza «di acquisire maggiore consapevolezza sul cambiamento climatico».

 

Climate Change, sfida all’ultimo dibattito

Sono questi i principali obiettivi di EXPOni le tue Idee , l’iniziativa aperta a università italiane e di tutti i paesi dell’unione, promossa da WeWorld Onlus nell’ambito del progetto “End Climate Change, Start Climate of Change”, co-finanziato dalla Commissione Europea. Una vera e propria competizione educativa, in lingua inglese, che prende la forma di un torneo di dibattiti tra squadre, alla presenza di una giuria qualificata, su questioni globali di grande attualità legate all’ambiente. Come spiega Claudia Rotondi , docente di Economia dello sviluppo e referente del progetto per l’Università Cattolica tramite il Centro di Ateneo per la Solidarietà Internazionale : « Riteniamo importante offrire agli studenti l’opportunità di ragionare insieme su questioni rilevanti per il mondo in tutta la sua ampiezza. ‘Exponi’ è una buona occasione per ricordare che occorre innescare un ‘clima del cambiamento’, che parta anzitutto da una forma di consapevolezza sia individuale che collettiva ». La squadra vincitrice di ciascun torneo universitario avrà accesso allo spareggio regionale che si svolgerà a marzo 2021, da cui potrà accedere alle finali nazionali (giugno 2021) e successivamente europee, che si terranno a Bruxelles a novembre 2021. Al torneo interno all’Università Cattolica, che si svolgerà nella prima metà del mese di dicembre 2020, potranno partecipare gli studenti di età compresa tra i 19 e i 26 anni iscritti ad una Facoltà delle sedi padane (Milano, Brescia e Piacenza-Cremona). È cruciale – conclude la docente – che gli studenti costituiscano un gruppo a cui non manchino fiducia reciproca, capacità di comunicazione e di organizzazione, voglia di vincere.

 

Mozambico, la Cattolica scende in campo contro il Covid

Ma anche attività formative, allestimento di health points itineranti, realizzazione di video e spot informativi, fornitura di dispositivi di protezione per personale sanitario e pazienti. Sono solo alcuni dei principali interventi realizzati in Mozambico dal progetto di cooperazione internazionale Unidos apesar de distantes (Uniti ma distanti), cui partecipa anche l’Università Cattolica attraverso il suo Centro di Ateneo per la Solidarietà Internazionale ( Cesi ). Il progetto è coordinato e promosso dall’Associazione Universitaria per la Cooperazione Internazionale ( Auci ), una Ong da sempre impegnata in progetti di rafforzamento dei sistemi sanitari al fine di favorire l’accesso alle cure e il miglioramento dei servizi sanitari, in particolare sulla salute materno-infantile, salute pubblica, malattie infettive e croniche. Unidos apesar de distantes , che ha preso avvio a giugno e si concluderà alla fine del mese di agosto, si articola in due interventi: uno di tipo sanitario, l’altro di carattere informativo rivolto alla popolazione locale per limitare la diffusione dei contagi. Nello specifico prevede la fornitura di dispositivi di protezione per il personale sanitario e per i pazienti dei due centri sanitari, l’installazione di apparecchiature per l’ossigenoterapia; il progetto promuove inoltre l’utilizzo dell’ecografo per l’esame toracico-polmonare in presenza di pazienti colpiti dal coronavirus. In particolare, l’ecografia toracica risulta essere un mezzo diagnostico dinamico, senza rischi, ed eseguibile anche a domicilio, se vi è disponibilità del dispositivo portatile, in grado di limitare situazioni di rischio di contagio presenti nel caso di trasporto del paziente in presidi sanitari affollati. Il secondo progetto, invece, vuole sensibilizzare la popolazione residente nelle aree sia urbane (Maputo e Matola) sia rurali (Distretto di Namaacha, Boane e Moamba) della Diocesi di Maputo in merito ai rischi della pandemia e alle iniziative di prevenzione da intraprendere.

 

Il Covid ha unito il Nord e il Sud del mondo

Cesi Il Covid ha unito il Nord e il Sud del mondo Nell’ultimo dei CeSI Talks hanno dialogato la direttrice di una Ong indiana e un medico dell’ateneo sulla salute e sulla prevenzione nei Paesi in via di sviluppo by Federica Mancinelli | 16 luglio 2020 «Guardare alla storia oltre i numeri». L’emergenza sanitaria ha insegnato a tutti molte cose: la rilevanza della preparazione professionale, del lavoro e dello stato mentale; l’importanza della sicurezza sociale e, soprattutto, del non arrendersi - ha proseguito la dottoressa Aram durante l’incontro “Be Safe. Un altro insegnamento è che il virus ha “unito” in qualche modo il mondo, il Nord e il Sud, i Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo. Tutto questo ci ha insegnato a “guardare la storia oltre i numeri” e a capire l’importanza di operare e cooperare in futuro per mantenere condizioni di salute favorevoli, nei Paesi in via di sviluppo come in quelli sviluppati, sia per gli adulti sia per i bambini». Ora è tempo di fermarsi e di riflettere sulle lezioni apprese, soprattutto nel contesto dei Paesi in via di sviluppo. Si tratta di un programma, svolto nel mese di maggio, che ha avuto l’obiettivo di supportare medici e operatori sanitari di dodici Paesi del continente africano, tramite l’utilizzo di un protocollo formativo, che ha agevolato medici e operatori sanitari africani nella verifica delle condizioni polmonari dei pazienti». I Paesi, il mondo hanno bisogno di noi. E tutti possiamo dare il nostro contributo, agendo in maniera complementare e collaborativa, operando con gli altri, proattivamente e con una visione del futuro, strategicamente e non tatticamente solo per cercare di riparare a una emergenza o problema.

 

Covid, in Ciad una tra le tante malattie mortali

Sono parole che fanno riflettere quelle di Silvia Fregoso , coordinatrice del Paese Ciad per la Fondazione ACRA e alumna dell’Università Cattolica, intervenuta al primo dei quattro incontri online promossi dal Centro di ateneo per la Solidarietà internazionale (CeSI), intitolato “ Sfide e prospettive della cooperazione ai tempi del Covid-19 ”. La cosa che fa più paura in Ciad adesso è l’impatto socio-economico, più che non sanitario, causato dall’emergenza: le chiusure, gli spostamenti ancora bloccati, il coprifuoco a partire dalle 20 alle 5 del mattino - ha continuato la cooperante -. La chiusura delle scuole ha ripercussioni sul sistema scolastico che già fatica a garantire la presenza dei bambini in classe perché nella stagione delle piogge i genitori li mandano a lavorare nei campi. Gli ospedali non sono in grado di assorbire tutte le necessità e la viabilità, complicata dalle zone desertiche del nord e dalla quantità di fiumi al sud, rende faticoso raggiungere anche i servizi come scuole e ospedali. Oltre a rispondere ai bisogni primari, in tempo di Covid è necessario far fronte all’arrivo delle piogge e delle inondazioni che scoperchiano case e rendono inagibili le strade. Il primo è dato dal fatto che si sta dando più attenzione all’emergenza che allo sviluppo e per ACRA, che si occupa di piani di sviluppo a medio e lungo termine, questo rappresenta un problema. L’altra difficoltà riguarda il lavoro del cooperante che cambierà per almeno un anno nella misura in cui non sarà possibile rientrare nel proprio Paese d’origine per molto tempo e questo condizionerà molte persone nella decisione di lavorare nella cooperazione.

 

La geopolitica alla prova della pandemia

In dialogo con il professor Riccardo Redaelli ha analizzato le ripercussioni del Covid-19 sugli equilibri mondiali by Agostino Picicco | 10 luglio 2020 Oltre ai noti effetti sanitari ed economici, il Coronavirus tocca anche i già delicati equilibri internazionali con ripercussioni sul fronte geopolitico e di assestamento del sistema mondiale. Gli scenari futuri degli effetti post-pandemici sono stati tracciati nel terzo incontro dei CeSi talks il ciclo promosso dal Centro di Ateneo per la solidarietà internazionale ( CeSI ). Stiamo assistendo a una crisi sanitaria che è anche economica e globale, non solo italiana o europea, e rischia di mettere in difficoltà la democrazia dei maggiori Stati», ha detto Alfano. Paesi del G7, come l’Italia, hanno ricevuto aiuti concreti e solidarietà di stati come Albania e Tunisia, una dimostrazione che qualcosa nella geopolitica degli aiuti si è mosso». Tra gli elementi sui cui il Coronavirus ha avuto una funzione di acceleratore c’è stato anche il rilancio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e la riscoperta del ruolo che svolge. Il suo compito è rilevante nella valutazione di allarmi sanitari e degli indici di pericolo che esigono opera di prevenzione e coordinamento tra gli Stati, con una strategia di carattere globale e non nazionale». In questo contesto, ha affermato Alfano basti pensare ai «grandi flussi migratori che hanno inciso nella sensibilità dell’opinione pubblica, e agli attentati terroristici, che hanno accentuato quel bisogno di protezione nei cittadini, plasticamente emerso nell’esigenza di avere muri più alti, metaforici e materiali».

 

Formazione e cultura per comunicare l’emergenza

Cesi Formazione e cultura per comunicare l’emergenza La narrazione di situazioni di crisi richiede competenze specifiche per evitare confusione e preoccupazione tra chi s’informa. Lo sa bene Laura Silvia Battaglia, con alle spalle una lunga esperienza di giornalista in teatri di guerre, spesso dimenticati dai grandi media, e tutor senior della Scuola di Giornalismo della Cattolica dal 2006. Nell’ambito delle emergenze nelle aree calde del mondo dal Medio Oriente al Nord Africa, nessuna crisi è simile alla precedente o alla successiva. Infatti, ha ribadito la giornalista Battaglia, occorre raccontare tenendo presente l’aspetto psicologico e le competenze specifiche per evitare che il cronista possa esasperare le situazioni e comunicare confusione e preoccupazione in coloro che leggono. Per Laura Bacalini, assieme al ruolo centrale della formazione nel campo della comunicazione, conta molto anche la cultura che consente di porsi in spirito di ricostruzione operando al meglio per la pace, la coesione sociale e la resilienza. Il museo per la pace di sui si è occupata è risultato utile per la formazione dei giovani e per creare quel clima di dialogo interculturale, interetnico, interreligioso. A tal proposito ha citato le azioni terroristiche di distruzione dei simboli della cultura per fermare il rinascere delle comunità, colpite nei loro segni più cari.

 

Il mondo della cooperazione dopo il Covid

Lo schema degli incontri, che ricalca lo stile dei TED Talks, è molto semplice: un dibattito della durata di 30-45 minuti nel corso del quale un docente dell’Università Cattolica dialoga con esperti e professionisti impegnati nei molteplici settori della cooperazione internazionale allo sviluppo. Si confronteranno sul tema Marco Caselli , direttore del CeSI, e Silvia Fregoso , laureata magistrale in Politiche per la Cooperazione Internazionale allo Sviluppo in Cattolica e attualmente coordinatrice Paese Ciad per la Ong ACRA. A confrontarsi sul tema Comunicare l’emergenza, comunicare in emergenza , coordinate dal direttore del Dipartimento di Sociologia dell’Università Cattolica Marco Lombardi , saranno due rappresentanti del mondo della cooperazione e del giornalismo: Laura Bacalini e Laura Silvia Battaglia . La prima è International Project Manager presso Perigeo NGO, ong che opera in contesti di post-conflict e nei momenti di post-crisi per valorizzare i fattori di resilienza locali e promuovere uno sviluppo sostenibile attraverso il coinvolgimento delle comunità locali. Action and health prevention in developing countries: what does Covid-19 teach? , dove Antonia Testa , ginecologa, dialogherà con Kezevino Aram , direttrice della Ong indiana Shanti Ashram, un'organizzazione per lo sviluppo alla quale ha aderito più di 20 anni fa e che dirige dal 2014. Shanti Ashram, fondata nel 1986 sulla visione del Mahatma Gandhi del Sarvodaya (progresso per tutti), è un centro internazionale per l'apprendimento, lo sviluppo e la collaborazione che mira ad affrontare questioni sociali rilevanti e a promuovere lo sviluppo delle comunità. A Shanti Ashram, la dottoressa Aram ha contribuito a sviluppare un modello per lo sviluppo delle comunità basato sulla partecipazione attiva di donne e bambini, che ha aiutato le comunità a uscire dalla povertà, ad affrontare le disuguaglianze, a costruire leader e a garantire uno sviluppo sostenibile.

 

Somalia, accordo con la Addoun University

cooperazione Somalia, accordo con la Addoun University Protocollo siglato tra l’Università Cattolica e il Cultural and Archeo-Anthropological Research Institute dell’università somala. Segno che nel Paese martoriato dai conflitti si possono avviare progetti di cooperazione 25 ottobre 2019 È il 20 settembre 2019. Nella sede della Addoun University a Galkayo si sottoscrive il protocollo di intesa tra l’Università Cattolica e il CAARI - Cultural and Archeo-Anthropological Research Institute della università somala. Purtroppo non siamo ancora abituati a sentire parlare di Somalia come di uno stato dove si possano avviare attività di cooperazione, soprattutto scientifica, nel quadro di grande instabilità politica e di costante insicurezza che caratterizza questo paese del Corno d’Africa. Anzi “l a pace è urgente!” , sottolinea il professor Marco Lombardi (nella foto in alto) , che ha portato a termine questa seconda missione del settembre 2019, dopo la prima a Mogadiscio e Bosaso del gennaio 2018. La cooperazione deve riguadagnare credibilità e competenza per dimostrarsi un sistema di intervento adeguato alle nuove sfide, capace di proiettarsi nei nuovi scenari di riferimento che cambiano in maniera significativa e rapidamente. Attraverso queste azioni l’Ateneo sta cercando di verificare un modello di intervento declinato nella Cultural Diplomacy Partnership , una esperienza di cooperazione reticolare, elaborata e promossa in Università Cattolica, che si colloca nella nuova prospettiva della geopolitica delle aree estreme.

 

La Cattolica per la Siria

cesi La Cattolica per la Siria Il professor Marco Lombardi , del Cesi , ha visitato varie città del Paese. La missione ha offerto l’opportunità di definire eventuali occasioni di collaborazione e iniziative di solidarietà da realizzare in concerto con le Chiese e le Autorità locali. Durante la missione, che ha toccato le città di Beirut, Damasco, Maaloula, Homs, Krak dei Cavalieri, Aleppo e Hama , ha avuto luogo la consegna di una copia della Cena Misteriosa presso il monastero di San Sergio e San Bacco di Maaloula. La missione ha offerto inoltre l’opportunità di definire eventuali occasioni di collaborazione e iniziative di solidarietà da realizzare in concerto con le Chiese e le Autorità locali. Nel video realizzato da Federico Capella , l’intervista al professor Marco Lombardi. siria #cesi #solidarieta' #missioni Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Brasile, uno psicologo “obrigado”

Charity Work program Brasile, uno psicologo “obrigado” Davide , neolaureato in Psicologia , ha trascorso il suo Charity Work Program in una comunità di recupero per tossicodipendenti e in un centro di riabilitazione psicomotoria per bambini con paralisi cerebrale. Ho cercato di lasciare a casa ogni tipo di aspettativa, pensiero, pregiudizio e cercare di vivere ogni singolo istante di questa esperienza. Di questa realtà fanno parte un centro di riabilitazione psicomotoria per bambini con paralisi cerebrale e tre comunità terapeutiche per persone con dipendenza chimica: una femminile e due maschili, di cui una in un’altra città a circa 300km da Porto Velho. Chiacchieravo con loro della loro vita, delle loro esperienze, ma allo stesso tempo partecipavo ai loro gruppi come osservatore affiancando lo psicologo. Un momento molto importante in cui avevo l’opportunità di ringraziarli direttamente e far capire loro che ero lì solo con la speranza di poter imparare qualcosa e di lasciare qualcosa di me a loro. Ho cercato di spogliarmi di qualsiasi pregiudizio su di loro così come loro hanno fatto nei miei confronti. Oltre all’esperienza nella comunità terapeutica, insieme alla mia compagna di avventura, Cecilia, ho trascorso una settimana anche nel centro di riabilitazione psicomotoria per bambini con paralisi cerebrale.

 

Non l’avrei mai detto

charity work program Non l’avrei mai detto Giuseppe, studente del quarto anno di Medicina, non immaginava che il Charity Work Program in Uganda sarebbe stata l’esperienza più bella e più forte della sua vita. Non l’avrei mai detto che sarebbe stata l’esperienza più bella e più forte della mia vita (finora). Questione di cultura, e lo si vede nelle piccole cose come magari trovare la mattina l’intera famiglia del paziente dormire per terra pur di stare il più possibile con il proprio caro ricoverato. E allora ti rendi conto che, davanti a te, in quelle stanze, non hai solo una persona ricoverata con un numero di letto, che ha questo o forse quest’altro problema che oggi o magari domani riuscirai a risolvere. Davanti a te hai un uomo con una famiglia vicino con cui parlare, discutere, con cui gioire in caso di successo o piangere quando capisci che la soluzione c’è ma non hai i mezzi per raggiungerla. Già perché al Benedict Medical Centre non ci sono i mezzi più sofisticati e costosi ovviamente, ma tutto si basa sul dialogo, sul contatto fisico col paziente: un altro modo di vivere non solo la medicina ma la vita quotidiana. Ma quelle stesse tre settimane che sembravano lunghe prima di partire, non sono state, purtroppo, abbastanza: lo capisci quando dici addio a quei bambini con cui hai giocato tutto il giorno sotto il sole con un pallone bucato, rendendoli felici perché tu eri il loro muzungu , uomo bianco.

 

Filippine, lezioni di economia

charity work program Filippine, lezioni di economia Ilaria , studentessa di Economia a Roma, ha organizzato un piccolo corso per le mamme dei villaggi. dicembre 2017 di Ilaria Canonico * Sono stata nelle Filippine due mesi e prima di luglio: non ero mai stata fuori dall’Europa, non avevo mai fatto uno scalo, cambiato valuta, o atteso al Gate qualcuno che non conoscessi. Vi era una serie di villaggi in cui le case erano tutte uguali; molte di esse avevano in veranda dei piccoli negozietti dove comprare beni di prima necessità o Street Food, e i bambini giocavano tutti insieme davanti alle porte delle loro case. Trascorrevo le mie giornate prevalentemente in ufficio per organizzare e preparare le lezioni di economia o nella bakery dove venivano prodotte e confezionate tortine, biscotti e pizzette deliziose che venivano poi portate alle scuole del circondario o di Manila. Solitamente invece il sabato andavamo nella comunità di Trece Martires per fare attività di gioco con i bambini e quelli sono stati probabilmente i miei momenti preferiti perché giocando ogni tipo di barriera culturale cade e rimangono solo le risate e la voglia di conoscersi e divertirsi. Nelle ultime settimane del mio soggiorno ho tenuto delle piccole lezioni di economia per le mamme dei ragazzi della comunità ed è stato bellissimo! Devo essere sincera non mi aspettavo una partecipazione così attiva, la loro voglia di fare e di apprendere è stata sorprendente. Le Filippine non sono un paese facile in questo momento: la politica e l'Isis hanno reso molti luoghi così pericolosi che anche le suore delle comunità locali hanno paura ad avvicinarsi per svolgere il loro compito di sostegno alla comunità.

 

Medico e uomo crescono insieme

dicembre 2017 di Daniele Di Natale * Ricorderò sempre con grande emozione ogni singolo momento, ricreativo e non, di questa esperienza in Uganda. Il Charity Work Program è senza dubbio un'occasione di crescita professionale e ancor di più personale, qualcosa che dovremmo fare tutti almeno una volta nella vita per apprezzare la diversità e le ricchezze di un contesto a noi totalmente estraneo. L’edizione 2017 ha coinvolto 45 studenti che hanno preso parte a diciassette progetti situati in Bolivia, Brasile, Camerun, Etiopia, Filippine, Ghana, Kenya, Madagascar, Perù, Senegal, Sri Lanka, Terra Santa e Uganda. Scopri la scheda del progetto in Uganda .

 

La potenza del dialogo

E due mesi in Ghana hanno modificato la mia percezione nel vedere gli eventi, portando davanti ai miei occhi un popolo aperto, generoso, ospitale e accogliente. L’impressione è che diritti umani basilari (quali il patrocinio di un avvocato, un giusto processo o una pena equa) siano ancora violati, nonostante le formali adesioni ai protocolli internazionali da parte dei governi Ghanesi. Non dimenticherò mai la soddisfazione di David, il logista di Accra, dopo essere riusciti a ottenere il permesso per svolgere un questionario da sottoporre agli adolescenti del riformatorio. Tra i tanti, due sono i luoghi il cui ricordo rimarrà indelebile nella mia mente: il primo è il campo profughi liberiano di Accra e il secondo è la Brong Ahafo Region, regione ghanese con il maggior tasso di migrazione. Aver visto le case delle persone che lì vi dimorano, sentito i loro racconti e le loro storie, mi porterà ancora di più a pensare tenendo conto delle diverse prospettive, soprattutto riguardo al fenomeno migratorio. Devo ringraziare Gianpaolo, rappresentate paese della Ong Vis in Ghana e costante e fondamentale punto di riferimento, perché senza la sua preziosa guida tutto ciò non sarebbe stato possibile. L’edizione 2017 ha coinvolto 45 studenti che hanno preso parte a diciassette progetti situati in Bolivia, Brasile, Camerun, Etiopia, Filippine, Ghana, Kenya, Madagascar, Perù, Senegal, Sri Lanka, Terra Santa e Uganda.

 

In Etiopia a donare e ricevere

charity work program In Etiopia a donare e ricevere Alessandra , studentessa di Scienze linguistiche, era partita per Debre Birhan con l’idea che il volontariato potesse fare bene a chi riceve aiuto ma anche a chi lo dona. Le Suore ci hanno accolto calorosamente nella loro casa: già si sentiva il profumo dell'ospitalità e della gentilezza che caratterizzano queste meravigliose donne, che mettono a disposizione tutte loro stesse per il prossimo. La missione delle suore dove alloggiavo era composta da una serie di case in cemento, il tutto circondato da mura: era un po’ la nostra fortezza calda e confortevole, da cui ho subito sentito, però, il bisogno di uscire per esplorare il mondo esterno. Due angeli custodi hanno accompagnato me e la mia amica Martina in questa scoperta: due fratelli Leul e Diyan (18 e 17 anni) che ogni anno accolgono le ragazze che arrivano nella missione delle suore. Ho imparato da loro che cosa significa volersi veramente bene tra fratelli, che cosa significa dedicare tempo per il prossimo e cosa significa sentire la mancanza di chi si vuole bene. Visto che avevamo carta bianca sulle attività da svolgere con gli studenti che frequentano la scuola delle suore, abbiamo deciso di dedicarci ai bambini dell'asilo (4 anni). Eppure ad attendere quei bambini, che ho tenuto in braccio, che ho fatto ballare, a cui ho soffiato il naso, c’è un destino diverso da quello dei ragazzini che facevo giocare ai grest estivi in Italia.

 

Sulle Ande la moda social

In questi anni, infatti, ProgettoMondo Mlal ha analizzato le principali problematiche del territorio, quali la perdita progressiva dei saperi internazionali, le carenze tecnico-produttive, la mancanza di attenzione alla qualità dei prodotti, la difficoltà di accesso ai mercati nazionali e internazionali e l’assenza di coordinamento tra pubblico e privato. Per anni infatti non è mai stata data la possibilità alle donne di trovare un’occupazione che permettesse loro di contribuire al sostentamento familiare e di portare avanti la tradizione andina ma ora, grazie al progetto Hilando Culturas, ciò è possibile. Nello specifico ho vissuto la mia esperienza lavorando con Comart, una associazione senza scopi di lucro che lavora con 37 laboratori organizzati di artigiani e artigiane, che partecipano all’organizzazione tramite i propri rappresentanti durante le assemblee, seminari. Oltre che per la funzione commerciale è stato deciso di utilizzare il profilo Facebook anche come piattaforma per trasmettere e condividere conoscenza, postando di tanto in tanto notizie sulla storia dei prodotti, sul significato delle rappresentazioni e sull’importanza di salvaguardare la tradizione. Un ulteriore passo avanti è stato quello di consigliare l’apertura di una pagina Instagram, maggiormente dedicata a scopi commerciali, poiché si sta diffondendo molto velocemente l’utilizzo di questo secondo social, specialmente tra i giovani ma non solo. Dal punto di vista commerciale un ultimo traguardo è stato quello di iscriversi a un sito web che permette l’esportazione dei prodotti in qualsiasi parte del mondo, attività non presente prima del nostro arrivo, in passato discussa ma mai messa in atto. Per questo è stato molto utile l’incontro di preparazione a Verona dove abbiamo appreso aspetti importanti di quella che è la loro cultura, il loro comportamento, le loro usanze, la loro religione.

 

In Perù a sporcarsi le mani

charity work program In Perù a sporcarsi le mani Il Charity Work Program di Carolina, studentessa di Food Marketing a Piacenza, non è stato un lavoro nei campi ma “sul campo”: quello della solidarietà, dell’incontro con gente diversa, della collaborazione a un progetto sulla sicurezza alimentare. Niente automobili in giro; solo due carrette, una per noi e una per le valigie, per raggiungere l’Università Cattolica sedes sapientiae (Ucss) di Nopoki, dove ci hanno accolto il direttore Julio e la professoressa Rosio, nostro punto di riferimento, insieme a Oliver e Richard, nostre guide in molte circostanze. Tutti si salutano, anche senza conoscersi, basta incrociarsi per strada con qualcuno: un gesto che è diventato così normale anche per me che, al ritorno in Italia, mi veniva spontaneo salutare chiunque incontrassi per strada. Oltre a questo, sotto suggerimento di un nostro professore, ci siamo occupate di costruire, con l’aiuto di Richard e Oliver, un piccolo impianto che serve per filtrare e depurare l’acqua al fine di renderla potabile. Proprio in quest’occasione ho potuto ammirare, nelle persone che ci hanno aiutato, l’arte di sapersi arrangiare con quel poco che si ha, il tutto senza disperarsi, senza arrabbiarsi e senza lamentarsi. In quelle poco più di tre settimane di permanenza ad Atalaya abbiamo avuto anche il piacere di conoscere alcuni studenti dell’università, ragazzi provenienti da popolazioni indigene che quindi, oltre allo spagnolo, parlano una loro lingua nativa. In quel momento Alex, dopo averci spiegato in generale qualcosa sulla sua di famiglia, ha iniziato a parlarne raccontandoci un passato molto difficile che l’ha costretto ad affrontare parecchie difficoltà (e penso che ne abbia raccontato solo una parte).

 

La felicità di chi non ha nulla

Charity Work Program La felicità di chi non ha nulla Margherita , di Lingue, è tornata dal suo Charity Work Program in Madagascar con una nuova amica e con una nuova grande famiglia di novanta bambini. Non sono nemmeno 300 km ma ci mettiamo una decina di ore in macchina, e in quest’arco di tempo mi rendo conto di come non potessi nemmeno immaginare cosa fosse la povertà prima di atterrare in questo paese africano, ma così diverso dall’idea di Africa che tutti abbiamo. All’ Orphélinat Catholique di Fianarantsoa, il secondo orfanotrofio più grande d’Africa, ciascuno dei quasi 200 bambini è speciale, e le Suore Nazarene, che lo gestiscono, conoscono perfettamente la storia di ognuno, i loro gusti, le loro peculiarità. C’è Aimée, appena tornata dalla vacanza a casa dei nonni che non hanno i mezzi per mantenerla: ripete tutto quello che dico in italiano ed è una soddisfazione farle capire che la risposta logica al mio “Ciao Aimée” è “Ciao Margherita”. C’è Fanirina, la cui madre soffre di disturbi mentali e che ogni tanto si presenta all’orfanotrofio nella speranza di poter riportare a casa quel concentrato di dolcezza, curiosità e furbizia che è sua figlia. “Margheriiit, Giorgia! Giardaina!”, è l’urlo di Alice, Marceline, Sidonie, di Noeli, Bertrand, Emmanuelle e di tutti gli altri, che ogni giorno vogliono essere accompagnati alla stalla, dove ci indicano ogni animale insegnandoci i loro nomi malgasci. Ma quello che mi rimarrà per sempre dentro sono tutti gli abbracci, tutto l’amore, tutti i sorrisi che mi sono stati donati come un regalo meraviglioso.

 

La mia Africa, il mio lavoro

Charity Work Program La mia Africa, il mio lavoro Grazie al mio Charity Work Program in Madagascar sono più sicura di aver scelto il percorso di studi che far per me e, da futura cooperante, voglio tornare ad aiutare questo meraviglioso continente. L’impatto con un Paese così povero come il Madagascar è stato forte, e guardandosi intorno si capisce ancor più l'enorme lavoro che fanno le suore Nazarene, che ci hanno trattate come loro sorelle. Ricorderò ogni momento passato a ridere di frasi in malgascio di cui non capivo neanche una parola, e la soddisfazione dei bimbi più grandi quando invece ne capivo qualcuna, il loro "bravaaaa" mi faceva sentire davvero soddisfatta, una soddisfazione che nessun esame e nessun traguardo personale può comprare. I bimbi delle elementari e dell'asilo, i monelli più affettuosi che abbia mai conosciuto, mi hanno regalato oltre che a un allenamento degno di una palestra con il loro correre e saltarmi addosso a qualsiasi ora del giorno, una gioia di svegliarmi che non avevo mai provato. Dal " jardaina " pieno di animali, all'orto, all'enorme " terrain ", non c'era momento in cui non avessi almeno tre bambini per ogni mano, attaccati alle braccia, alla schiena, che mi tiravano volendo farmi vedere cose che mi sono resa conto di dare troppo per scontate. Dopo questa esperienza sono ancora più sicura di aver scelto il percorso di studi che fa per me e lo finirò nella convinzione di voler lavorare per aiutare questo meraviglioso Paese che è l'Africa, e i meravigliosi bambini di cui porterò nel cuore ogni sorriso. L’edizione 2017 ha coinvolto 45 studenti che hanno preso parte a diciassette progetti situati in Bolivia, Brasile, Camerun, Etiopia, Filippine, Ghana, Kenya, Madagascar, Perù, Senegal, Sri Lanka, Terra Santa e Uganda.

 

Medici in prima linea

dicembre 2017 di Giada Maciocia * Non è stato difficile ambientarsi al BMC, il Benedict Medical Center di Kampala: i medici, le infermiere, gli infermieri, le guardie dell’ospedale, i dirigenti, tutti si sono dimostrati da subito gentili e disponibili. Il BMC è una piccola realtà a Luzira, nella periferia di Kampala: è un piccolo centro, con enormi potenzialità e un grande margine di miglioramento ma molto limitato se confrontato agli ospedali a cui siamo abituati. Come struttura ospedaliera riesce a gestire semplici casi in emergenza, un buon numero di casi ambulatoriali ed è un centro di riferimento per la gente del posto, specialmente per le piccole emergenze. Ho imparato in tre settimane di collaborazione con i medici del BMC molto di più di quello che si può apprendere in un anno intero di tirocinio obbligatorio nei reparti dei nostri ospedali. Ogni popolo, così come gli Ugandesi, deve essere rispettato per le sue particolarità, le sue stranezze e le sue difficoltà: ho visto la bellezza del diverso, dell’inconcepibile, dell’inaccettabile secondo i canoni della cultura occidentale e non ho mai pensato che certe cose dovessero essere stravolte. C’è molto da costruire ma c’è anche più di quello che mi aspettavo: l’Uganda sta crescendo, la popolazione è attiva e dinamica ma il divario sociale ed economico tra le varie classi sociali è ancora un problema da risolvere. Il Charity Work Program mi ha dato la possibilità di collaborare con medici, infermieri, personale sanitario, drivers e amministratori: ognuno di loro si impegna ogni giorno per fare il meglio che può con i mezzi a propria disposizione.

 

Il Brasile, il sorriso e la speranza

È strano non vederli più impegnati a colorare, cercare di imparare a comporre le lettere dei loro nomi o scrivere i primi numeri su un foglio e poi mostrarti fieri il risultato. È strano non entrare più in cucina prima di pranzo e aiutare la cuoca Sara a preparare i piatti per i bambini, vederla cantare e scherzare con noi, sempre allegra, e anche cercare di insegnarmi a ballare la samba, nonostante io fossi completamente negata. Il primo giorno, svoltando l’angolo e imboccando la strada per raggiungere l’asilo, li abbiamo visti, già da lontano, fuori dal cancello ad aspettarci, con gli occhiali da sole e le trombette colorate. Dopo i primi giorni, in cui mi sentivo a tratti spaesata e non capivo sempre quello che mi era richiesto, abbiamo imparato a conoscere la routine della giornata, ben scandita nei suoi diversi momenti, e a capire come muoverci e cosa fare. Così le giornate hanno cominciato a susseguirsi in maniera sempre più naturale e veloce: dopo la mattinata trascorsa con i bambini più piccoli, dalle 13 ci aspettavano i bambini del doposcuola, con un’età compresa tra i 6 e gli 11 anni suddivisi in tre classi. Il nostro compito era aiutarli nelle diverse attività, come matematica, inglese o portoghese, dove però il rapporto si invertiva ed erano più loro che cercavano di insegnare a noi nuove parole e parlavano lentamente, così che riuscissimo a capire. Durante queste visite ho conosciuto persone con una forza incredibile, che, nonostante avessero vissuto grandissime difficoltà e subito molte perdite, continuano a vivere, giorno per giorno, con il sorriso e la speranza che le cose possano migliorare.

 

A scuola di cooperazione

dicembre 2017 di Ivano Scarcia * Come volontario, sono stato inserito nell’ambito del progetto "Escuelas de Líderes" formulato, sviluppato e gestito da Escuelas Populares de Don Bosco (Epdb), partner locale della Ong italiana Vis. In particolare ho lavorato con quattro unità educative che appartengono alla gestione di Epdb Cochabamba. Tutte queste tematiche hanno toccato articoli importanti presenti nella dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948: così è stato possibile coniugare l’importanza dei temi trattati, con l’esistenza di diritti specifici che appartengono a tutti e che ognuno ha la facoltà di esercitare. Sono stato anche inserito anche nella formulazione di questionari per interviste che ho fatto, insieme alla mia compagna di viaggio, Giorgia, in diverse unità educative, a professori e direttori, nell’ambito della tematica dell’educazione inclusiva nelle scuole del dipartimento di Cochabamba, con lo scopo di fare ricerca su tale tema. Dal punto di vista professionale ho invece avuto la possibilità di sviluppare skills molto importanti come la preparazione di lezioni frontali, da tenere dinanzi a una platea di ragazzi. Grazie alla Ong italiana Vis ho avuto inoltre la possibilità di imparare a scrivere un diagnostico di un progetto di sviluppo, nonché formulare un questionario per sviluppare interviste con l’obiettivo di ricerche sul campo. Al di là delle skills professionali acquisite, che sicuramente mi aiuteranno nel mondo del lavoro e nell’ambito del percorso di studi che sto affrontando, i due mesi in Bolivia mi hanno arricchito molto anche dal punto di vista culturale. Se ti potesse definire la Bolivia con una sola parola, io la descriverei con il termine spagnolo “compartir” che in italiano significa “condividere”: i bambini, i ragazzi e gli adulti tutti, hanno condiviso con me, il “gringo” di turno, anche quello che non avevano.

 

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