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Africa, la filosofia della semplicità

charity work program Africa, la filosofia della semplicità I bambini della Bishop Cipriano Kihangire Nursery &; Primary School di Kampala hanno posto domande cui Beatrice non poteva rispondere, neanche forte dei miei studi filosofici. ottobre 2017 di Beatrice Pianetta * Dell’Africa sognavo di poter immortalare le strade sterrate di terra rossa, le persone che camminavano e i boda-boda. L'unica cosa che avrei voluto fare era osservare i bambini, i loro occhi e i loro visi, le loro divise, i loro quaderni, la loro disciplina. Ho trovato dei bambini curiosi, entusiasti e consapevoli, in poche lezioni hanno imparato molte parole in italiano e ci hanno fatto mille domande che mi hanno spiazzata. Come Gloria, che frequenta il quinto anno della scuola elementare, e uno dei primi pomeriggi che passavamo insieme mi ha chiesto come si dicesse “orphans” in italiano. Dopo i miei anni di studi filosofici, la mia vita mi chiedeva semplicità, quella semplicità e quella concretezza cui si può arrivare solo quando non hai nessuna barriera oltre alla tua nuda anima. Sono tornata a casa con la consapevolezza che la terra rossa dell'Uganda sarà sempre lì ad aspettarmi e che quando ritroverò Daniel, che ora ha due anni ed è il bambino più piccolo della scuola, avrà qualche anno e centimetro in più.

 

A Ikonda medici in prima linea

Charity Work Program A Ikonda medici in prima linea L’ospedale della missione è uno dei più avanzati di tutta la Tanzania offrendo un servizio di livello altissimo a costi accessibili. La possibilità di assistere a un gran numero di interventi, anche spesso complessi, in un ambiente comunque più rilassato del nostro, mi ha permesso di apprendere numerosissime nuove nozioni e procedure dal semplice lavaggio chirurgico alle varie tecniche di sutura. Ogni giorno è stato ricco di nuove esperienze e nuovi casi: dai semplici gessi e interventi di riduzione delle fratture, alla plastica a zeta e skin-graft per le ustioni, fino alle craniotomie per i traumi cranici. Spesso molti pazienti arrivavano a operarsi a distanza di mesi dal trauma, non tanto per l’impossibilità di permettersi l’intervento, bensì per la pratica di fare riferimento allo sciamano del villaggio. Nonostante la popolazione non disponga nemmeno dei beni di prima necessità (la corrente elettrica è giunta solo nel dicembre del 2014 e l’acqua corrente è un lusso di pochi) ognuno è sempre gioioso, riconoscente e pieno di vita. La vicinanza a chi soffre è stata, per me, un momento di grande crescita, facendomi apprezzare ancor di più il percorso di studi che ho scelto. Ho anche appreso molto dal modo di vivere più semplice, ma anche più intenso, scandito dal godersi ogni piccolo momento e ogni piccola cosa di cui si dispone.

 

A Korogocho il canto salva il mondo

Dopo aver caricato i numerosi bagagli partiamo alla volta di Alice Village: ci era stato anticipato che il viaggio sarebbe durato un’oretta ma non ci avevano detto che sarebbe stata un’ora carica di emozioni. Lo stile di guida dei kenioti è diverso da quello occidentale e non mi riferisco solo al lato di guida: sorpassi da ogni lato, precedenze inesistenti, traffico difficilmente immaginabile. Alice Village è una casa famiglia a cui vengono affidati bambini e ragazzi che vengono tolti alle famiglie per vari motivi soprattutto legati a problemi economici, di alcool o droga. A metà pomeriggio iniziano ad arrivare i primi ragazzi di ritorno da scuola e così abbiamo la possibilità di iniziare a conoscerli: sicuramente la prima cosa che colpisce è la gioia e la spensieratezza con cui questi ragazzi fanno qualsiasi cosa (tranne i compiti). I giorni successivi visitiamo le due scuole di Twins International nelle baraccopoli di Dandora e Korogocho: l’impatto con le slum è sicuramente molto forte ma l’ospitalità dei maestri e dei bambini ci fa subito sentire a nostro agio. Di giorno in giorno mi diventa evidente che avrei ricevuto più di quanto sarei mai riuscito a donare: nel mio Charity in Kenya tutte le emozioni sono amplificate perché i bambini che incontri, soprattutto nelle baraccopoli, ti insegnano una cosa fondamentale: ciò che conta è l’essenziale. In visita alla scuola di musica di St. John a Korogocho, nella sala prove ci ritroviamo nel mezzo di un gruppo di ragazzi sorridenti e pieni di energia mentre sullo sfondo si può scorgere attraverso una piccola finestra la sagoma della discarica di Dandora.

 

Al World Food Programme il Nobel per la Pace

Premio Nobel Al World Food Programme il Nobel per la Pace Speciale Premio Nobel 2020 . Oggi il riconoscimento è andato all’Agenzia delle Nazioni Unite per il suo impegno nel combattere la fame e nel promuovere la cooperazione alla pace. Commenta l’assegnazione del premio il professor Raul Caruso 09 ottobre 2020 Nato nel 1901, il Premio Nobel è arrivato alla sua 119° edizione. Sui più importanti riconoscimenti a livello internazionale, attribuiti a personalità che si sono distinte nei diversi ambiti della conoscenza umana e che hanno portato benefici all’umanità con le loro ricerche, Cattolicanews pubblica i commenti dei docenti dell’Ateneo. Commentando a caldo il Premio Raul Caruso ha ribadito il «legame strettissimo tra insicurezza alimentare e conflitto armato soprattutto nei Paesi più fragili» e ha sottolineato due punti in particolare. Il primo è che si tratta di un premio «dato a un’agenzia delle Nazioni Unite e questo ci ricorda che la cooperazione multilaterale tra Paesi è la chiave essenziale per il mantenimento della pace». Molte aree del mondo si stanno desertificando a causa del cambiamento climatico e questa desertificazione ha generato non solo una mancanza di cibo ma anche di pace per molte popolazioni».

 

A scuola di cooperazione

dicembre 2017 di Ivano Scarcia * Come volontario, sono stato inserito nell’ambito del progetto "Escuelas de Líderes" formulato, sviluppato e gestito da Escuelas Populares de Don Bosco (Epdb), partner locale della Ong italiana Vis. In particolare ho lavorato con quattro unità educative che appartengono alla gestione di Epdb Cochabamba. Tutte queste tematiche hanno toccato articoli importanti presenti nella dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948: così è stato possibile coniugare l’importanza dei temi trattati, con l’esistenza di diritti specifici che appartengono a tutti e che ognuno ha la facoltà di esercitare. Sono stato anche inserito anche nella formulazione di questionari per interviste che ho fatto, insieme alla mia compagna di viaggio, Giorgia, in diverse unità educative, a professori e direttori, nell’ambito della tematica dell’educazione inclusiva nelle scuole del dipartimento di Cochabamba, con lo scopo di fare ricerca su tale tema. Dal punto di vista professionale ho invece avuto la possibilità di sviluppare skills molto importanti come la preparazione di lezioni frontali, da tenere dinanzi a una platea di ragazzi. Grazie alla Ong italiana Vis ho avuto inoltre la possibilità di imparare a scrivere un diagnostico di un progetto di sviluppo, nonché formulare un questionario per sviluppare interviste con l’obiettivo di ricerche sul campo. Al di là delle skills professionali acquisite, che sicuramente mi aiuteranno nel mondo del lavoro e nell’ambito del percorso di studi che sto affrontando, i due mesi in Bolivia mi hanno arricchito molto anche dal punto di vista culturale. Se ti potesse definire la Bolivia con una sola parola, io la descriverei con il termine spagnolo “compartir” che in italiano significa “condividere”: i bambini, i ragazzi e gli adulti tutti, hanno condiviso con me, il “gringo” di turno, anche quello che non avevano.

 

Attraversare la sofferenza

Attraversando la periferia della capitale, con lo sguardo atterrito guardavo, attraverso il finestrino, quel susseguirsi di strade non asfaltate e tortuose, di bancarelle strapiene di frutta e verdura, di persone scalze e malvestite, di bambini nudi e trasandati. Non si può comprendere fino in fondo, attraverso uno schermo e vivendo nel benessere e a migliaia di chilometri di distanza, in che condizioni vivono tante povere persone. Tante piccole baracche fatiscenti, quelle che per loro erano case: un'unica stanza che fungeva da cucina, soggiorno, camera da letto, con le pareti fatte di fango e una lamiera come tetto. Ho visto dal vivo diversi casi clinici che prima avevo solo studiato sui libri, e che mai avrei pensato di potere incontrare nella mia carriera. Come dimenticare, non appena varcavo la soglia del cancelletto nero dell’orfanotrofio, quel frastuono di bambini che mi correvano incontro, che s’aggrappavano ai pantaloni, che tentavano quasi di arrampicarsi per potere abbracciarmi per primi? Trasmettevano un bisogno di affetto infinito, contagioso. E poi i disegni con le cannucce, le lettere amorevoli, i braccialetti di lana colorati, la palla fatta di stracci e immondizia, che non si bucava mai. Sono cresciuto tanto, sia a livello personale che professionale. È un’esperienza che ti entra dentro, fino alle ossa, che ti lascia un segno indelebile, che ti cambia in poco tempo e irreversibilmente.

 

Beautiful resistance alla casa del pane

Charity Work Program Beautiful resistance alla casa del pane Anche se la realtà del muro costruito intorno ai territori palestinesi è una realtà che rende impossibile la vita di ogni giorno, piccoli segni di speranza crescono a Betlemme. Lungo il percorso per Betlemme abbiamo passato vari checkpoint finché non abbiamo visto il muro, prima da lontano poi sempre più da vicino, stagliarsi di fronte a noi con i suoi otto metri di altezza. In una situazione così complessa e dalle flebili prospettive di risoluzione, quello che più mi ha colpito è ciò che Zoughbi Zoughbi, il direttore e fondatore del Centro Wiam di Betlemme, definisce beautiful resistance . Nella scuola è garantito l’insegnamento del Corano e ogni giorno gli insegnanti e le suore che gestiscono la struttura lavorano insieme per trasmettere ai ragazzi valori comuni e offrire l’esempio di una convivenza possibile e proficua. È un gesto semplice, forse di nessun significato ma a me sembra che lasci trasparire qualcosa d’altro, di più grande e importante: un piccolo esempio di beautiful resistance , di riuso creativo, di trasformazione possibile, di un bene che non si arrende al male. In un gioco di rimandi mi vengono in mente i versi di un altro poeta, un’italiana, Mariangela Gualtieri, quando, suggerendo l’immagine di un mondo desolato, come uscito da una grande guerra che ha ridotto in briciole case e uomini, conclude: “Si faccia avanti chi sa fare il pane. Alle mie orecchie queste poche e scarne parole suonano come un appello a fare ritorno a ciò che è alla base, a ciò che davvero conta e che, come tale, è comune a tutti gli uomini, come il pane che, sotto ogni cielo, è fonte prima di sostentamento.

 

Benedetta, MacGyver in rosa

charity work program Benedetta, MacGyver in rosa La studentessa di Piacenza, nelle quattro settimane di Charity work program in Perù , oltre a portare le sue conoscenze sulle tecnologie alimentari, ha costruito un filtro per l’acqua assemblato con sabbia e sassi in un territorio ad alto rischio infezioni. Da lì due carretti ci hanno condotto all’Universidad Católica Sedes Sapientiae (UCSS) di Nopoki, la sede universitaria ha ospitato me, Carolina e Barbara, studentesse di Food Marketing e strategie commerciali a Piacenza, per quattro settimane di questa esperienza unica. Ad attenderci il direttore Julio e la professoressa Rossio, nostra principale riferente insieme all’aiuto di due ex alunni, nonché docenti della facoltà di Ingegneria Agraria di Nopoki. Oliver, giovanissimo insegnante di chimica, ci ha sostenuto nel progetto per cui eravamo state selezionate e ci ha portato alla scoperta di luoghi caratteristici nelle vicinanze della cittadina, facendoci scoprire, in particolare, le Quebradas, cascate che loro definiscono come le nostre piscine. Con lui siamo andate alla scoperta della natura e della giungla, abbiamo fatto “escursioni” nelle piantagioni di cacao, di caffè e di ananas, che sono le più importanti materie prime del territorio. Le mie due compagne sono partite con l’obiettivo di trovare una strategia di mercato efficiente, che potesse essere applicata a una realtà forse più arretrata rispetto alla nostra, con l’obiettivo di implementare il mercato locale. Siamo giunte ad Atalaya con moltissimo entusiasmo, con la volontà di conoscere e di farci conoscere, di relazionarci e condividere punti di vista.

 

Betlemme, le donne fanno la storia

charity work program Betlemme, le donne fanno la storia In una terra in cui il conflitto è palese, ciò che colpisce sono le esperienze, tutte al femminile, di aiuto ai più poveri e ai più piccoli. Anche la mia. Parla Eliana di Scienze politiche e sociali 25 settembre 2017 di Eliana Coraci * La Palestina è una terra così complessa che non bastano molti libri a conoscerla. Eppure, più della segregazione, più dell’aggressività dei bambini e ancor più delle reti che circondano Hebron da ogni lato, ciò che mi ha veramente colpito del mio Charity Work Program a Betlemme sono le donne che ho conosciuto in Palestina. Come Suor Caterina , georgiana, che lavora instancabilmente per anziani e indigenti alla Società Antoniana di Betlemme; o Flavia , palestinese, che a fianco dell’orfanatrofio Creche ha creato un sistema per restituire dignità alle persone in stato di necessità e per aiutarli a inserirsi nuovamente in società. Oppure le suore di Effetà , centro per bambini sordi, che si dedicano all’istruzione di bambini musulmani, per i quali organizzano anche corsi di Corano. Ma quel mondo lì, quel mondo di oppressione militare e sociale, di povertà, di dignità, di estrema generosità e di speranza ha contribuito a cambiare il mio, di mondo. Leggi il suo racconto LA FATICA DI CAPIRE IL CONFLITTO Più si cerca d’entrare nella questione israelo-palestinese, più si resta confusi: di chiaro ci sono la diversità della vita nei due Paesi e un muro che li divide.

 

Betlemme, sguardi di speranza

Charity Work Program Betlemme, sguardi di speranza Vivere circondati da un muro che rende difficile la vita quotidiana: è la realtà che ho toccato con mano grazie al Charity Work Program nei territori palestinesi d’Israele. Ho toccato con mano cosa significa vivere dentro un muro, sotto il controllo perenne dei soldati israeliani; ho capito davvero cosa sia avere la fortuna di essere liberi; mi sono emozionata per i racconti di giovani palestinesi che non possono scegliere il loro futuro. Una ragazza palestinese di ventun anni, mia coetanea, conosciuta in un bus di linea mi ha detto: «Io vivo a Gerusalemme, ma essendo Palestinese non posso frequentare l’università israeliana. Gli anziani dell’Istituto Antoniano, i bimbi del campo profughi di Aida, i bimbi disabili del centro di accoglienza Hogar Ninos e soprattutto i bimbi sordomuti di Effetà sono vivaci e pieni di affetto. Pochi sono stati gli sguardi speranzosi che ho incontrato, tra cui quello della fantastica suor Donatella del Caritas Baby Hospital . E questo è l’importante: che pur essendo pochi, ci siano ancora sguardi di speranza. anni, di Carate Brianza, terzo anno laurea triennale in Scienze linguistiche e letterature straniere, curriculum: lingue e letterature straniere, facoltà di Scienze linguistiche, campus di Milano #charity #studenti #volontariato #cooperazione Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Brasile, uno psicologo “obrigado”

Charity Work program Brasile, uno psicologo “obrigado” Davide , neolaureato in Psicologia , ha trascorso il suo Charity Work Program in una comunità di recupero per tossicodipendenti e in un centro di riabilitazione psicomotoria per bambini con paralisi cerebrale. Ho cercato di lasciare a casa ogni tipo di aspettativa, pensiero, pregiudizio e cercare di vivere ogni singolo istante di questa esperienza. Di questa realtà fanno parte un centro di riabilitazione psicomotoria per bambini con paralisi cerebrale e tre comunità terapeutiche per persone con dipendenza chimica: una femminile e due maschili, di cui una in un’altra città a circa 300km da Porto Velho. Chiacchieravo con loro della loro vita, delle loro esperienze, ma allo stesso tempo partecipavo ai loro gruppi come osservatore affiancando lo psicologo. Un momento molto importante in cui avevo l’opportunità di ringraziarli direttamente e far capire loro che ero lì solo con la speranza di poter imparare qualcosa e di lasciare qualcosa di me a loro. Ho cercato di spogliarmi di qualsiasi pregiudizio su di loro così come loro hanno fatto nei miei confronti. Oltre all’esperienza nella comunità terapeutica, insieme alla mia compagna di avventura, Cecilia, ho trascorso una settimana anche nel centro di riabilitazione psicomotoria per bambini con paralisi cerebrale.

 

Camerun, differenze da abbracciare

La primissima cosa che capisci (e a cui devi necessariamente fare l’abitudine) è che passare del tempo in Africa vuol dire vedere i tuoi schemi mentali, alcuni dei quali frutto di pregiudizi, completamente ribaltati “a tuo sfavore”. Mentre la strada scorreva sotto al nostro pick-up e il buio ci avvolgeva, tutto ciò che riuscivamo a distinguere erano i primi odori d’Africa: solo il mattino del giorno dopo ci avrebbe regalato colori intensi e vivaci, capaci di dare una personalità frizzante e pittoresca al paesaggio. L’impatto con questo Paese non è stato semplice: ci siamo subito scontrate con le diversità e con la sensazione di sentirci estranee. È la legge del contrappasso che colpisce ogni bianco, in queste situazioni: diventa egli stesso minoranza in una società di “uguali”, oggetto di mille occhi puntati addosso. Nei supermercati, per le strade, nei comportamenti delle persone: in noi prevaleva più la consapevolezza delle differenze che delle somiglianze rispetto alla nostra realtà. Bisogna sapere che per delle persone costrette in luoghi chiusi tutto il giorno, avere dei contatti con delle persone diverse e poterci parlare sono una bellissima opportunità oltre che un momento di svago. Nel nostro Charity Work Progra m abbiamo cercato di metterci in gioco completamente e, un po’ alla volta, la realtà, che ci sembrava così distante, è diventata familiare.

 

Cesi e Gemelli insieme contro l’Aids

Cooperazione internazionale Cesi e Gemelli insieme contro l’Aids Un progetto è in corso al Comboni Samaritans Health Center di Gulu per coinvolgere 500 donne da sensibilizzarle sul tema dell’infezione da Hiv e da altre a trasmissione sessuale. Il progetto, che si svolge al Comboni Samaritans Health Center di Gulu in Uganda , prevede il coinvolgimento di 500 donne di età compresa tra 18 e 49 anni residenti nella città di Gulu e nelle aree limitrofe che vengono individuate attivamente sensibilizzando su questi temi l’intera comunità. All’Health Center di Gulu è loro offerto uno screening semestrale per Hiv, Hbv (Epatite B), sifilide, valutazione clinica di eventuali lesioni vulvovaginali e un questionario autoriportato su aspetti sociodemografici, su conoscenze e comportamenti a rischio sessuale. In Uganda vi sono 75 posti letto di degenza ordinaria per 1.000.000 di abitanti e un posto letto in terapia intensiva sempre per 1.000.000 abitanti. In conseguenza di ciò il ministero della Salute e il Governo ugandese stanno attuando strategie di contenimento e di prevenzione dell’epidemia di Covid-19 molto stringenti in termini di quarantena, isolamento e distanziamento sociale, perché, come tutti i Paesi dell’Africa Sub-Sahariana, l’Uganda non può davvero permettersi la diffusione dell’epidemia. L’attività di supporto alla prevenzione di Hiv attraverso l’educazione e le modifiche comportamentali è svolta continuamente sia dall’Italia, attraverso incontri periodici con il personale locale, sia grazie all’attività residenziale di medici specializzandi della nostra sezione di Malattie infettive. Siamo altresì entrambe grate al dottor Francesco Aloi, biotecnologo dell’Area Endocrino–metabolica del Dipartimento di Medicina e chirurgia transazionale del nostro Ateneo, per il supporto attivo che ci sta fornendo, grazie anche all’esperienza che lui ha dell’Uganda per i molti anni lì trascorsi».

 

Charity, la solidarietà fa crescere

charity work program 2017 Charity, la solidarietà fa crescere Tra luglio e ottobre, 45 studenti hanno frequentato, in 17 Paesi in via di Sviluppo, la “scuola” che apre gli occhi sul mondo e fa bene al Cv, come rivelano i racconti di viaggio. Giunto alla sua nona edizione, il programma di volontariato internazionale dell’Università Cattolica ha assegnato 45 scholarship della durata di 3-8 settimane a studenti e a laureati iscritti a dieci delle dodici facoltà dell’Ateneo. Per questo il Charity è stato modulato in modo da fornire un percorso coerente con gli studi: numerose destinazioni sono aperte solo a studenti di specifiche facoltà, privilegiando percorsi collegati alle discipline insegnate in Ateneo. Il Cesi, attraverso il Charity Work Program, ha voluto investire nella cultura della solidarietà, che si caratterizza per essere “contagiosa”, promuovendone la diffusione tra gli studenti delle diverse facoltà dell’Ateneo». Per quanto riguarda Scienze agrarie, alimentari e ambientali era previsto un soggiorno all’Universidad Católica Sedes Sapientiae di Lima all’interno della facoltà di Ingegneria agraria con lo scopo di rispondere alle esigenze di un contesto globalizzato e di soddisfare il crescente sviluppo dell’agricoltura nel Perù. Con l’obiettivo di offrire questa opportunità a un numero sempre maggiore di studenti, quest’anno il Cesi ha promosso, per la prima volta dall’avvio del progetto nel 2009, un’ edizione invernale del Charity Work Program. Nel mese di febbraio 2018 due studentesse iscritte alla facoltà di Scienze della formazione si recheranno a Shire, in Etiopia , dove affiancheranno gli insegnanti della scuola gestita dalla Missione delle Suore della Carità di Santa Giovanna Antida.

 

Charity, l’estate che lascia il segno

ateneo Charity, l’estate che lascia il segno Nei racconti degli studenti che hanno partecipato al programma di volontariato nei Paesi in via di sviluppo, promosso dal Cesi , la conferma che fare esperienza della solidarietà cambia il modo di vedere il mondo ma può cambiare anche il curriculum. ottobre 2016 Più borse di studio, più destinazioni e un network di partner più ampio. Senza contare che ha allargato la platea dei destinatari: oltre gli studenti dell’Ateneo - dal 2009 a oggi se ne contano ben 214 – ha compreso anche neolaureati e iscritti a master, dottorati e scuole di specializzazione . Nell’edizione di quest’anno è aumentato il numero delle destinazioni: 15 diversi progetti in 13 Paesi hanno ospitato gli studenti, comprendendo nuove mete come Madagascar e Senegal (la prima volta in assoluto), Brasile , Bolivia, Camerun, Etiopia, India, Messico, Perù, Repubblica Democratica del Congo, Tanzania, Terra Santa e Uganda . Per quanto riguarda Scienze agrarie, alimentari e ambientali era previsto un soggiorno all’Universidad Católica Sedes Sapientiae di Lima all’interno della facoltà di Ingegneria agraria con lo scopo di rispondere alle esigenze di un contesto globalizzato e di soddisfare il crescente sviluppo dell’agricoltura nel Perù. Il Charity, oltre a rappresentare un’esperienza altamente formativa dal punto di vista della crescita personale, è stato modulato in modo da fornire un percorso coerente con gli studi: numerose destinazioni sono aperte solo a studenti di determinate facoltà, privilegiando percorsi ad hoc sulle discipline insegnate in Ateneo. Il Cesi, attraverso il Charity Work Program, ha voluto investire nella cultura della solidarietà, che si caratterizza per essere “contagiosa”, promuovendone la diffusione tra gli studenti delle diverse facoltà dell’Ateneo».

 

Charity, si parte anche d’inverno

ateneo Charity, si parte anche d’inverno Per la prima volta il Centro di Ateneo per la Solidarietà internazionale lancia un’edizione invernale con quattro posti disponibili per studenti di Lettere e di Scienze della formazione. In attesa di conoscere le destinazioni del 2018, il Centro di Ateneo per la Solidarietà Internazionale (Cesi) lancia per la prima volta una winter edition, denominata Pre–Charity . Quattro i posti disponibili per due destinazioni: Eritrea , riservata alle studentesse iscritte a un corso di laurea della facoltà di Lettere e filosofia , ed Etiopia , destinazione aperta agli studenti iscritti alla facoltà di Scienze della Formazione . Prima della partenza le studentesse parteciperanno ad un breve percorso di formazione sugli strumenti della catalogazione libraria a cura del personale della Biblioteca dell’Ateneo. A Shire , in Etiopia, gli studenti affiancheranno invece gli insegnanti della scuola materna nelle attività di animazione proposte ai 380 bambini di età compresa tra i 3 e i 7 anni che ogni giorno affollano le aule della scuola gestita dalle Suore della Carità di Santa Giovanna Antida. Gli studenti saranno coinvolti anche in un percorso di formazione rivolto agli insegnanti della scuola. Tutti i dettagli su come iscriversi, test di lingua e infosession (importanti per approfondire anche i contenuti del progetto) sono disponibili online sul sito del Cesi.

 

Covid, in Ciad una tra le tante malattie mortali

Sono parole che fanno riflettere quelle di Silvia Fregoso , coordinatrice del Paese Ciad per la Fondazione ACRA e alumna dell’Università Cattolica, intervenuta al primo dei quattro incontri online promossi dal Centro di ateneo per la Solidarietà internazionale (CeSI), intitolato “ Sfide e prospettive della cooperazione ai tempi del Covid-19 ”. La cosa che fa più paura in Ciad adesso è l’impatto socio-economico, più che non sanitario, causato dall’emergenza: le chiusure, gli spostamenti ancora bloccati, il coprifuoco a partire dalle 20 alle 5 del mattino - ha continuato la cooperante -. La chiusura delle scuole ha ripercussioni sul sistema scolastico che già fatica a garantire la presenza dei bambini in classe perché nella stagione delle piogge i genitori li mandano a lavorare nei campi. Gli ospedali non sono in grado di assorbire tutte le necessità e la viabilità, complicata dalle zone desertiche del nord e dalla quantità di fiumi al sud, rende faticoso raggiungere anche i servizi come scuole e ospedali. Oltre a rispondere ai bisogni primari, in tempo di Covid è necessario far fronte all’arrivo delle piogge e delle inondazioni che scoperchiano case e rendono inagibili le strade. Il primo è dato dal fatto che si sta dando più attenzione all’emergenza che allo sviluppo e per ACRA, che si occupa di piani di sviluppo a medio e lungo termine, questo rappresenta un problema. L’altra difficoltà riguarda il lavoro del cooperante che cambierà per almeno un anno nella misura in cui non sarà possibile rientrare nel proprio Paese d’origine per molto tempo e questo condizionerà molte persone nella decisione di lavorare nella cooperazione.

 

Cura, non solo medicina

charity work program Cura, non solo medicina In Uganda, Carmelo, futuro dottore in formazione al campus di Roma, ha scoperto significati nuovi nella relazione medico-paziente: offrire ascolto attivo all’umanità del malato. dicembre 2017 di Carmelo Sofia * Dopo diverse ore di volo atterriamo in Uganda, all’aeroporto di Entebbe a ridosso dell’Equatore. Avverto, al pari dei miei tre compagni di viaggio, un misto di disorientamento, euforia e curiosità alla vista di un paesaggio tanto particolare: è il colore rosso della terra ugandese a catturare la mia attenzione. Dopo un solo giorno comincio a trovarmi a mio agio, come se fossi entrato già a far parte di una grande famiglia: dopotutto al BMC si respira un clima di grande festa per la celebrazione dell’anniversario della Scuola Bishop Cipriano Kihangire, adiacente all’ospedale. Purtroppo rimango a volte amareggiato per la rassegnazione e lo sconforto di alcuni che non hanno sufficienti disponibilità da destinare alla cura di sé o dei propri familiari. Spinti dal desiderio di scoprire le bellezze di questa terra, ci dirigiamo verso il nord dell’Uganda abbandonando il traffico e lo smog di Kampala. Ogni qual volta metto piede fuori dal centro ho la sensazione di non passare mai inosservato ed è curioso sentire delle voci alla nostra vista che esclamano “Muzungu, muzungu!” in riferimento appunto all’ “uomo bianco”; riscopro come il colore bianco della pelle rimanda dopotutto a specifici significati.

 

Curare non è solo guarire

Charity Work Program Curare non è solo guarire È la grande lezione che ho imparato al Benedict Medical Centre in Uganda, dove la medicina non tratta il malato come paziente ma come persona. ottobre 2016 di Cecilia di Ruscio * L’autista sta per arrivare, le valigie sono chiuse, appoggiate in un angolo, la camera è ormai vuota, eppure non sono ancora pronta, ho quella strana sensazione di stare dimenticando qualcosa. La verità è che qui ci sto lasciando tanto, e non parlo di passaporto o spazzolino, parlo di quella parte di me che questo posto si è preso. Ho imparato che curare non significa esclusivamente guarire, ma prendersi cura di chi si ha di fronte, preoccuparsi non solo per la sua salute, ma anche per le sue sofferenze, significa gioire dei suoi miglioramenti ed essere presenti nei momenti di sconforto. I medici del Benedict, e con loro tutto il personale, si fanno carico di queste problematiche, cercando sempre la soluzione migliore per ciascun paziente e lo fanno con un affetto che raramente avevo visto prima. In ultimo ho capito che ci si può sentire a casa, anche a 10mila km di distanza, quando tutti ti chiamano muzungu perché in effetti sei l’unico bianco nel raggio di chilometri e il caffè è peggiore di quello del Policlinico, e per questo non posso far altro che ringraziare. anni, sesto anno della laurea magistrale a ciclo unico in Medicina e Chirurgia, facoltà di Medicina e Chirurgia, campus di Roma #charity #studenti #volontariato #cooperazione Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Dal master alla Commissione europea

La cattolica al meeting Dal master alla Commissione europea Dopo il master in Relazioni d'aiuto Stefano Vassena ha ottenuto uno stage al Dipartimento di Cooperazione e sviluppo internazionale. La sua testimonianza al Meeting di Rimini. agosto 2019 Stefano Vassena , grazie al master in Relazioni d'aiuto in contesti di sviluppo e cooperazione nazionale e internazionale dell’Università Cattolica, ha ottenuto uno stage di cinque mesi alla Commissione europea. Al Meeting di Rimini ha partecipato allo stand del Dipartimento di Cooperazione e sviluppo internazionale dell’Unione europea. meeting #cooperazione internazionale #unione europea Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Difendere e diffondere la bellezza

Piacenza Difendere e diffondere la bellezza Lo Spazio di Formazione Civica – Cives, promosso dall’Università Cattolica e dalla Diocesi di Piacenza-Bobbio esplora il senso del bello come strumento per riappropriarci della nostra umanità ferita . ottobre 2019 di Paolo Rizzi* Bello da dio. E’ questo il titolo strano della XIX edizione di Cives, aperto a giovani e adulti, rappresentanti di associazioni culturali e politiche, studenti e lavoratori, giunto alla sua diciannovesima edizione. Nella seconda parte del percorso di Cives, ragioneremo anche sulla bellezza di Piacenza con l’aiuto di giovani instagramers locali (Ambra Visconti e Roberta Abbatangelo) e lo storico dell’arte nostrano Stefano Pronti. Senza dimenticare il legame tra bellezza e spiritualità, che cercheremo di sondare con l’aiuto di tre teologi, Roberto Maier, Enrico Garlaschelli e Bruno Bignami, ed una performance artistico-musicale perché “quando uno vede la bellezza di quaggiù, ricordandosi della vera Bellezza, mette le ali” (Platone). “Cercavo la Grande Bellezza… ma non l’ho trovata” dice il protagonista del film da Oscar “La Grande Bellezza” per giustificare il suo disimpegno e lo sguardo cinico sul mondo. La nuova edizione di Cives, vuole aiutarci in questo percorso, declinando i vari ambiti in cui la Bellezza si rivela un valore aggiunto e ci permette di non accontentarci delle situazioni attuali, per aprirci a prospettive positive per il futuro. Magari non troveremo nemmeno noi la “Grande Bellezza”, ma il percorso che intraprenderemo ci farà avere uno sguardo migliore sul mondo… bello da Dio. Cives2019-20 * Professore Associato di Politica Economica alla Facoltà di Economia dell'Università Cattolica di Piacenza #cives #impegnocivico #bellezza #cooperazione Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Eco-fashion per l’indipendenza

charity work program Eco-fashion per l’indipendenza Marianna, di Scienze politiche e sociali, ha operato con le donne di Hilando Culturas a La Paz: con il lavoro artigianale nella moda etica, custodiscono la tradizione, proteggono l’ambiente sono liberate dallo sfruttamento e mantengono le loro famiglie. Eppure, la cosa che più mi rimarrà impressa nella mente, oltre alla sua bellezza contornata dal monte Illimani, saranno sicuramente i colori allegri e vivaci delle Cholitas , le tipiche donne boliviane vestite con ampie gonne, bombette e lunghe trecce, che sfilano veloci per la città. Proprio grazie a questo progetto è infatti possibile custodire tutte quelle tecniche antiche di tessitura che queste donne si tramandano di generazione in generazione; tecniche complesse, che richiedono tempo e soprattutto pazienza. L’assenza di sfruttamento della manodopera, prezzi giusti in grado di coprire il costo dei materiali e del lavoratore, la trasparenza della produzione, coloranti naturali e rispettosi dell’ambiente: sono tutti aspetti che rendono speciale un progetto come Hilando Culturas. Durante la permanenza ho avuto modo di osservare da vicino il processo di produzione di tutti i capi che le artigiane producono ogni giorno, all’interno di comunità quasi del tutto gestite da donne. In poco tempo mi sono sentita anch’io parte di quella comunità che ci aveva accolte con tanta semplicità, in un Paese in cui le condizioni economiche e sociali sono tutt’altro che semplici. Ma soprattutto non dimenticherò mai i volti di questo popolo così silenzioso che con un semplice sorriso è in grado di parlare più di chiunque altro.

 

Etiopia, a scuola dai bambini

charity work program Etiopia, a scuola dai bambini Martina , di Scienze linguistiche, è partita per il Charity Work Program in Etiopia, con l’idea di fare qualcosa per i bambini ma è tornata ricevendo di più. dicembre 2017 di Martina Vernuccio * Avevo bisogno di qualcosa di nuovo, che mi mettesse alla prova. Pur non avendo esperienze di volontariato alle spalle, ho capito che il Charity Work Program poteva fare al caso mio. Certo, dopo essere stata selezionata, insieme a un po’ di euforia ho provato anche l’ansia di non essere all’altezza. Hanno sicuramente reso questa esperienza ancora più speciale: sono loro che ci hanno accompagnato a esplorare la città e il mercato, che ci hanno tenuto compagnia durante le giornate e che ci hanno aiutato coi più piccoli quando la barriera linguistica era troppo difficile da superare. In quei momenti ciò che più notavo era la genuinità e la bontà di queste persone, così accoglienti e calorose, che facevano di tutto per farci sentire a casa. Sono partita avendo l’idea di dover fare qualcosa, di aiutare più che potevo i bambini, ma devo ammettere che sono proprio loro ad avere aiutato me e ad avermi dato tanto. Ricorderò sempre la malinconia del giorno in cui siamo partite per fare rientro in Italia e l’immensa tristezza nel salutare i bambini, Leul e Dyian, le suore e tutti quelli che sono entrati a far parte di questa magnifica avventura.

 

Far sorridere un bimbo cambia il mondo

Charity Work Program Far sorridere un bimbo cambia il mondo Prima di partire non sapevamo quanto ci avrebbe cambiato il nostro Charity Work Program tra i bambini del Giardino degli Angeli di Canavieiras in Brasile. ottobre 2016 di Ilenia Caia, Erika Valtulina e Erica Sacchetti * Il primo giorno al “Giardino degli Angeli” è stato come respirare una boccata di aria fresca. Un posto allegro, colorato con tantissimi bambini sorridenti e affettuosi che ci sono corsi incontro abbracciandoci al grido di “Tia! Tia! Tia!” (zia). Durante il pomeriggio collaboravamo con le maestre nei corsi del dopo scuola: un’attività ben strutturata, che non solo aiuta i bambini a rafforzare i concetti imparati a scuola, ma li fa anche sfogare grazie ad attività ricreative come sport di gruppo, musica, judo, inglese e capoeira. Perché l’unica cosa che quei bambini ci chiedevano, al di là di tutto, era il nostro affetto. Quando siamo partite non avevamo idea che questa esperienza ci avrebbe cambiato così tanto, non sapevamo che riuscire a far sorridere un bambino valesse più di qualunque cosa al mondo, non credevamo che avremmo ricevuto così tanto. Perché se c’è una cosa che abbiamo imparato in queste tre settimane è che dare è ricevere, e non c’è cosa più bella.

 

Filippine, lezioni di economia

charity work program Filippine, lezioni di economia Ilaria , studentessa di Economia a Roma, ha organizzato un piccolo corso per le mamme dei villaggi. dicembre 2017 di Ilaria Canonico * Sono stata nelle Filippine due mesi e prima di luglio: non ero mai stata fuori dall’Europa, non avevo mai fatto uno scalo, cambiato valuta, o atteso al Gate qualcuno che non conoscessi. Vi era una serie di villaggi in cui le case erano tutte uguali; molte di esse avevano in veranda dei piccoli negozietti dove comprare beni di prima necessità o Street Food, e i bambini giocavano tutti insieme davanti alle porte delle loro case. Trascorrevo le mie giornate prevalentemente in ufficio per organizzare e preparare le lezioni di economia o nella bakery dove venivano prodotte e confezionate tortine, biscotti e pizzette deliziose che venivano poi portate alle scuole del circondario o di Manila. Solitamente invece il sabato andavamo nella comunità di Trece Martires per fare attività di gioco con i bambini e quelli sono stati probabilmente i miei momenti preferiti perché giocando ogni tipo di barriera culturale cade e rimangono solo le risate e la voglia di conoscersi e divertirsi. Nelle ultime settimane del mio soggiorno ho tenuto delle piccole lezioni di economia per le mamme dei ragazzi della comunità ed è stato bellissimo! Devo essere sincera non mi aspettavo una partecipazione così attiva, la loro voglia di fare e di apprendere è stata sorprendente. Le Filippine non sono un paese facile in questo momento: la politica e l'Isis hanno reso molti luoghi così pericolosi che anche le suore delle comunità locali hanno paura ad avvicinarsi per svolgere il loro compito di sostegno alla comunità.