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Madagascar, una sola grande famiglia

Le loro risate, urla e canzoncine erano per noi la migliore sveglia che si potesse desiderare e la loro allegria illuminava le nostre giornate: è incredibile quanto questi bambini siano pieni di energia anche alle 5:30 di mattina, quando fuori fa ancora buio pesto. Ce lo hanno ripetuto le Suore Nazarene che si prendono cura ogni giorno di questi bambini senza una famiglia alle spalle che li sostenga e ce ne siamo accorte anche noi nelle tre settimane trascorse in Madagascar. C’è Herman, apparentemente forte ma molto sensibile, Meltina, spigliata e intraprendente, Claudin, geloso e coccolone, Frankie, timido e impacciato, e Angèle, chiacchierona e combinaguai. È triste pensare che questi bambini, così vivaci, brillanti e affettuosi non abbiano la possibilità di crescere nella loro famiglia di origine, anche se ci conforta pensare che l’amore, l’educazione e le opportunità che l’Orphelinat dà loro possano almeno in parte compensare la loro condizione. Non è stato sempre facile per noi fare i conti con un mondo così scioccante e completamente diverso dal nostro. Uno degli insegnamenti che il Charity Work Program a Fianarantsoa mi ha lasciato è proprio questo: esistono situazioni complesse, apparentemente insuperabili, ma bisogna tenere a mente che prima di darsi vinti ci si deve impegnare per fare la propria parte e per poter partecipare a un cambiamento in positivo. Gli studenti beneficiano della possibilità di vivere un'esperienza di volontariato internazionale in strutture situate in Paesi Emergenti e in via di Sviluppo.

 

Africa, la filosofia della semplicità

charity work program Africa, la filosofia della semplicità I bambini della Bishop Cipriano Kihangire Nursery &; Primary School di Kampala hanno posto domande cui Beatrice non poteva rispondere, neanche forte dei miei studi filosofici. ottobre 2017 di Beatrice Pianetta * Dell’Africa sognavo di poter immortalare le strade sterrate di terra rossa, le persone che camminavano e i boda-boda. L'unica cosa che avrei voluto fare era osservare i bambini, i loro occhi e i loro visi, le loro divise, i loro quaderni, la loro disciplina. Ho trovato dei bambini curiosi, entusiasti e consapevoli, in poche lezioni hanno imparato molte parole in italiano e ci hanno fatto mille domande che mi hanno spiazzata. Come Gloria, che frequenta il quinto anno della scuola elementare, e uno dei primi pomeriggi che passavamo insieme mi ha chiesto come si dicesse “orphans” in italiano. Dopo i miei anni di studi filosofici, la mia vita mi chiedeva semplicità, quella semplicità e quella concretezza cui si può arrivare solo quando non hai nessuna barriera oltre alla tua nuda anima. Sono tornata a casa con la consapevolezza che la terra rossa dell'Uganda sarà sempre lì ad aspettarmi e che quando ritroverò Daniel, che ora ha due anni ed è il bambino più piccolo della scuola, avrà qualche anno e centimetro in più.

 

A Gerusalemme c’è tutto

Charity Work program A Gerusalemme c’è tutto Sotto il sole d’Israele , avvolte dall’odore intenso che emana la vita in questa terra, è partita per un viaggio al centro dell’umanità, sotto lo sguardo dei bambini. Sofia , studentessa di Scienze linguistiche a Brescia, racconta il suo Charity Work Program 25 settembre 2018 di Sofia Chignola * È una frase che ho sentito pronunciare pochi giorni prima del mio rientro in Italia ed esprime la mia esperienza di Charity Work Program in Terra Santa: «A Gerusalemme c’è tutto». Una terra dove i miracoli si realizzano nel sì quotidiano delle persone, quello dei tanti volontari, suore, sacerdoti, genitori, che di fronte a una realtà faticosa, coltivano il futuro che hanno tra le mani quando prendono in braccio, mettono a dormire, danno da mangiare ai piccoli bambini dell’asilo nido. Il centro , ospitato nel complesso del convento dei Cappuccini e gestito dal Patriarcato latino dei cattolici di lingua ebraica, è dedicato alle famiglie di migranti. Intrecciare relazioni con i bambini e con gli altri volontari ha rappresentato una splendida occasione per rinfrescare le nostre conoscenze linguistiche, oltre che per aggiungere uno scarno ma utile vocabolario di lingua ebraica. È stato bello approfittare dei giorni liberi cercando di andare al di là dei sentieri prettamente turistici, e in alcuni casi sfidare l’ignoto andando nei Territori palestinesi, con tutte le incognite che essi presentano. I bambini crescono in ambienti familiari difficili, con famiglie numerose dove in molti casi è presente un solo genitore e lo stile educativo è più propenso a un laissez-faire che a un ruolo attivo nella loro crescita.

 

A Gerusalemme, verso il proprio destino

Indubbiamente devi avere coraggio, coraggio di aprire la mente, il cuore e soprattutto coraggio di abbattere stereotipi, strutture mentali e culturali verso una realtà che può solo che far fiorire la tua anima. Fare volontariato vuol dire condividere tutto quello che hai: i tuoi pensieri, i tuoi modi di fare, le tue qualità. Dallo stare con i bambini del Centro San Rachele tutto il giorno, mi sono ritrovato a ridipingere anche le loro aule oppure a cucinare per alcuni di loro che non potevano permettersi il pranzo. Vivendo luoghi ed esperienze di questo tipo aiuta a realizzare quanto sia stato bello nascere in una famiglia europea, italiana e di quanto possiamo essere fortunati di essere studenti di una delle università più prestigiose d’Italia. Ma ancor più, capisci quanto possiamo dare, quanto possiamo fare, quanto possiamo essere parte attiva a livello internazionale. Essere sul posto, chiacchierare con la comunità ebraica in prossimità del Muro del Pianto, ridere e scherzare con i ragazzi dei quartieri palestinesi, fermarsi a riflettere guardando il Sacro Sepolcro sono tutte esperienze che non si possono studiare sui libri di scuola, bisogna viverle. Quei bambini sono carichi di sogni, di voglia di vivere, di sorridere e combattere questa vita che già gli ha dato battaglia a questa tenera età.

 

Agricoltura, lezioni d’alta quota

E poi, prima di arrivare alla destinazione finale, Atalaya, qualche giorno a Lima, una città che è dieci volte Milano con il traffico di Napoli piena di profumi colori e sapori, con le sue maestose chiese piene d’oro. Il viaggio dura circa 7 ore su terra battuta con attraversamenti su barche, diverse volte abbiamo guadato torrenti e percorso tornanti pericolosi, i piloti sono molto esperti e il viaggio diventa una gara di rally col tempo per arrivare in paese prima che cali il buio tra gli alberi altissimi. Al limite delle ultime capanne della cittadina inizia la salita verso il monte che risaliamo con machete alla mano, nella prima parcella c'è il vivaio, sotto un telo ombreggiante dove vengono coltivate centinaia di piantine di cacao e agrumi. È uno dei pochi punti da dove si può scorgere l'intera cittadina che finisce sulla riva del rio Tambo, che pochi metri più avanti si univa con il rio Urubamba per formare come una ipsilon: il rio Ucayally, principale affluente del rio Amazonas. Purtroppo l'integrità di queste comunità non viene preservata dallo stato peruviano: non indossano i loro abiti caratteristici e vivono da contadini poveri, perché aziende e multinazionali hanno fatto delle loro terre, dei loro fiumi e dei loro prodotti ciò che volevano grazie alle sovvenzioni statali. Durante la settimana successiva con Ugo abbiamo realizzato potature e innesti di cacao perfezionando tecniche di gestione dei frutteti, la parte di formazione è fondamentale per garantire una buona produzione e qualità dei frutti. A riprova dell’importanza trasversale, se non universale, di questa esperienza che fa crescere come persone ma fa bene anche al Cv. Leggi i racconti di alcuni degli studenti che sono partiti.

 

A Ikonda medici in prima linea

Charity Work Program A Ikonda medici in prima linea L’ospedale della missione è uno dei più avanzati di tutta la Tanzania offrendo un servizio di livello altissimo a costi accessibili. La possibilità di assistere a un gran numero di interventi, anche spesso complessi, in un ambiente comunque più rilassato del nostro, mi ha permesso di apprendere numerosissime nuove nozioni e procedure dal semplice lavaggio chirurgico alle varie tecniche di sutura. Ogni giorno è stato ricco di nuove esperienze e nuovi casi: dai semplici gessi e interventi di riduzione delle fratture, alla plastica a zeta e skin-graft per le ustioni, fino alle craniotomie per i traumi cranici. Spesso molti pazienti arrivavano a operarsi a distanza di mesi dal trauma, non tanto per l’impossibilità di permettersi l’intervento, bensì per la pratica di fare riferimento allo sciamano del villaggio. Nonostante la popolazione non disponga nemmeno dei beni di prima necessità (la corrente elettrica è giunta solo nel dicembre del 2014 e l’acqua corrente è un lusso di pochi) ognuno è sempre gioioso, riconoscente e pieno di vita. La vicinanza a chi soffre è stata, per me, un momento di grande crescita, facendomi apprezzare ancor di più il percorso di studi che ho scelto. Ho anche appreso molto dal modo di vivere più semplice, ma anche più intenso, scandito dal godersi ogni piccolo momento e ogni piccola cosa di cui si dispone.

 

A Korogocho il canto salva il mondo

Dopo aver caricato i numerosi bagagli partiamo alla volta di Alice Village: ci era stato anticipato che il viaggio sarebbe durato un’oretta ma non ci avevano detto che sarebbe stata un’ora carica di emozioni. Lo stile di guida dei kenioti è diverso da quello occidentale e non mi riferisco solo al lato di guida: sorpassi da ogni lato, precedenze inesistenti, traffico difficilmente immaginabile. Alice Village è una casa famiglia a cui vengono affidati bambini e ragazzi che vengono tolti alle famiglie per vari motivi soprattutto legati a problemi economici, di alcool o droga. A metà pomeriggio iniziano ad arrivare i primi ragazzi di ritorno da scuola e così abbiamo la possibilità di iniziare a conoscerli: sicuramente la prima cosa che colpisce è la gioia e la spensieratezza con cui questi ragazzi fanno qualsiasi cosa (tranne i compiti). I giorni successivi visitiamo le due scuole di Twins International nelle baraccopoli di Dandora e Korogocho: l’impatto con le slum è sicuramente molto forte ma l’ospitalità dei maestri e dei bambini ci fa subito sentire a nostro agio. Di giorno in giorno mi diventa evidente che avrei ricevuto più di quanto sarei mai riuscito a donare: nel mio Charity in Kenya tutte le emozioni sono amplificate perché i bambini che incontri, soprattutto nelle baraccopoli, ti insegnano una cosa fondamentale: ciò che conta è l’essenziale. In visita alla scuola di musica di St. John a Korogocho, nella sala prove ci ritroviamo nel mezzo di un gruppo di ragazzi sorridenti e pieni di energia mentre sullo sfondo si può scorgere attraverso una piccola finestra la sagoma della discarica di Dandora.

 

Albania, tra matrimoni e business plan

Charity Work Program Albania, tra matrimoni e business plan Quello di Carlos , dottorando in Economia, è stato un Charity Work Program del tutto particolare, alla scoperta di un Paese tutto da conoscere nei suoi risvolti sociali, politici, culturali ed economici. ottobre 2018 di Carlos Cañizares * Sono stati due mesi fantastici quelli trascorsi in Albania insieme al Vis, la Ong legata ai Salesiani. In Albania, insieme all’altra studentessa del mio programma, Carolina, abbiamo realizzato principalmente tutorial per lo staff del Vis di business plan, e abbiamo creato due database per gestire le loro informazioni, uno di informazione quantitativa generale e l’altro delle risorse umane. Abbiamo fatto una presentazione nei tre uffici che Visa ha in Albania, per poi andare sul campo per capire cosa potessimo fare per loro nel modo più utile: una specie di lavoro di consulenza. È stato estremamente gratificante la gratitudine di tutti gli operatori della Ong, sia staff che manager, per il lavoro fatto. Il nostro servizio di volontariato è stato anche l’occasione per conoscere un Paese sconosciuto dal punto di vista turistico e ambientale. Gli studenti beneficiano della possibilit‡ di vivere uníesperienza di volontariato internazionale in strutture situate in Paesi Emergenti e in via di Sviluppo.

 

Al Benedict con i medici di frontiera

CHARITY WORK PROGRAM Al Benedict con i medici di frontiera Nelle corsie dell’ospedale di Kampala costruito da Padre John abbiamo visto la sofferenza di un’Africa che lotta contro malattie che da noi sono curate e lì fanno ancora molte vittime. novembre 2015 di Claudia Mendicino * Rievocando a distanza di qualche settimana i momenti centrali della mia esperienza in Uganda con il Charity Work Program, ci sono alcune immagini particolarmente nitide che si affacciano alla mente. I colori accesi, il paesaggio di un verde brillante e il contrasto con la terra rossa, i rumori, il fiume di persone a piedi che camminano ai lati della strada e i tantissimi bambini sorridenti che ci salutano segnano tutto il tragitto in taxi da Entebbe a Kampala. Quello che colpisce subito è il calore della gente del posto, i sorrisi di benvenuto di infermieri, ostetriche e medici che si mostrano sinceramente contenti di averci lì, i saluti dei bambini per strada. La dimensione del tempo per gli africani è molto diversa dalla nostra: è subito evidente che per loro il tempo non ha lo stesso valore assoluto che assume per noi occidentali. Vediamo le condizioni drammatiche di tanti pazienti, il divario tra quello che si può fare con ciò che i medici locali hanno a disposizione e ciò che si sarebbe potuto fatto in Italia per pazienti in quelle stesse condizioni. A riprova dell’importanza trasversale, se non universale, di questa esperienza che fa crescere come persone ma fa bene anche al Cv. Leggi i racconti di alcuni degli studenti che sono partiti.

 

Alla scuola del servizio

Charity Work Program Alla scuola del servizio Per Irene , studentessa di Scienze politiche e sociali, il Charity Work Program in Terra Santa ha voluto dire scoprire tutte le dimensioni del volontariato: mettersi a disposizione senza mai rifiutare una richiesta d’aiuto. settembre 2018 di Irene Marchetti * Dopo tre settimane di volontariato ho capito che il dono più utile che si possa fare è mettersi a servizio di chiunque e in qualsiasi situazione. L'aiuto più grande che si possa dare è mettersi a disposizione senza mai rifiutare una richiesta di aiuto, dalla più semplice alla più scomoda o faticosa. I piccoli sono seguiti da educatrici/educatori che lavorano lì per tutto l'anno e che spesso vengono affiancati da volontari provenienti da ogni parte del mondo. Una giornata tipo inizia con la colazione dei bambini verso le 8.30, la quale viene seguita da una mattinata di gioco in cui le educatrici cercano di insegnare ai bambini (sempre attraverso il gioco) numeri e colori. Le due ore che seguono il pranzo sono dedicate alla pennichella, così da ristabilire la pace e la tranquillità, fondamentali dopo la mattinata di giochi. La parte principale e significativa dell'esperienza è stata condividere ogni giornata, dalla mattina al tardo pomeriggio, con i bimbi dell'asilo nido: sono figli di immigrati eritrei, etiopi, filippini che di giorno hanno bisogno di qualcuno che li accudisca mentre i genitori sono al lavoro.

 

A Nyabula non si fanno rubare la speranza

Charity Work Program A Nyabula non si fanno rubare la speranza Nella missione di Baba Emilio in Tanzania ho incontrati ragazzi che, nonostante le difficili condizioni in cui vivono, non si scoraggiano e affrontano la vita con gioia e con semplicità. Se un anno fa qualcuno mi avesse parlato di andare in Africa, avrei risposto che stavo bene a casa mia. Non era mai stata nei miei sogni. È lì che mi vuole portare il cuore, è lì che metterò a dura prova quella Carmela, ultimamente, piena di paure e con profondi dubbi su come trovare la vera felicità. Nyabula è popolata per lo più da studenti delle scuole superiori che vivono nei dormitori e che riescono a vedere le proprie famiglie solo durante la pausa scolastica e le feste natalizie e pasquali. Quanta semplicità nei loro sguardi e quanta bellezza! Ragazzi che, in sintonia a quanto raccomandato con forza da Papa Francesco, non si sono fatti rubare la speranza e, nonostante le condizioni di vita difficili, non cedono allo scoraggiamento. Ognuno di noi è chiamato a non sottrarsi a quella “buona battaglia” della fede – di cui scrive Susanna Bo – che dà sale alla vita, anche quando questa sembra farsi matrigna. A riprova dell’importanza trasversale, se non universale, di questa esperienza che fa crescere come persone ma fa bene anche al Cv. Leggi i racconti di alcuni degli studenti che sono partiti.

 

A scuola di cooperazione

dicembre 2017 di Ivano Scarcia * Come volontario, sono stato inserito nell’ambito del progetto "Escuelas de Líderes" formulato, sviluppato e gestito da Escuelas Populares de Don Bosco (Epdb), partner locale della Ong italiana Vis. In particolare ho lavorato con quattro unità educative che appartengono alla gestione di Epdb Cochabamba. Tutte queste tematiche hanno toccato articoli importanti presenti nella dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948: così è stato possibile coniugare l’importanza dei temi trattati, con l’esistenza di diritti specifici che appartengono a tutti e che ognuno ha la facoltà di esercitare. Sono stato anche inserito anche nella formulazione di questionari per interviste che ho fatto, insieme alla mia compagna di viaggio, Giorgia, in diverse unità educative, a professori e direttori, nell’ambito della tematica dell’educazione inclusiva nelle scuole del dipartimento di Cochabamba, con lo scopo di fare ricerca su tale tema. Dal punto di vista professionale ho invece avuto la possibilità di sviluppare skills molto importanti come la preparazione di lezioni frontali, da tenere dinanzi a una platea di ragazzi. Grazie alla Ong italiana Vis ho avuto inoltre la possibilità di imparare a scrivere un diagnostico di un progetto di sviluppo, nonché formulare un questionario per sviluppare interviste con l’obiettivo di ricerche sul campo. Al di là delle skills professionali acquisite, che sicuramente mi aiuteranno nel mondo del lavoro e nell’ambito del percorso di studi che sto affrontando, i due mesi in Bolivia mi hanno arricchito molto anche dal punto di vista culturale. Se ti potesse definire la Bolivia con una sola parola, io la descriverei con il termine spagnolo “compartir” che in italiano significa “condividere”: i bambini, i ragazzi e gli adulti tutti, hanno condiviso con me, il “gringo” di turno, anche quello che non avevano.

 

Attraversare la sofferenza

Attraversando la periferia della capitale, con lo sguardo atterrito guardavo, attraverso il finestrino, quel susseguirsi di strade non asfaltate e tortuose, di bancarelle strapiene di frutta e verdura, di persone scalze e malvestite, di bambini nudi e trasandati. Non si può comprendere fino in fondo, attraverso uno schermo e vivendo nel benessere e a migliaia di chilometri di distanza, in che condizioni vivono tante povere persone. Tante piccole baracche fatiscenti, quelle che per loro erano case: un'unica stanza che fungeva da cucina, soggiorno, camera da letto, con le pareti fatte di fango e una lamiera come tetto. Ho visto dal vivo diversi casi clinici che prima avevo solo studiato sui libri, e che mai avrei pensato di potere incontrare nella mia carriera. Come dimenticare, non appena varcavo la soglia del cancelletto nero dell’orfanotrofio, quel frastuono di bambini che mi correvano incontro, che s’aggrappavano ai pantaloni, che tentavano quasi di arrampicarsi per potere abbracciarmi per primi? Trasmettevano un bisogno di affetto infinito, contagioso. E poi i disegni con le cannucce, le lettere amorevoli, i braccialetti di lana colorati, la palla fatta di stracci e immondizia, che non si bucava mai. Sono cresciuto tanto, sia a livello personale che professionale. È un’esperienza che ti entra dentro, fino alle ossa, che ti lascia un segno indelebile, che ti cambia in poco tempo e irreversibilmente.

 

A Ventimiglia tra i migranti

Brescia A Ventimiglia tra i migranti Tre gruppi di studenti di Psicologia e Scienze della formazione della sede di Brescia al fianco di Caritas e Croce Rossa della cittadina di frontiera. Tre gruppi di studenti delle facoltà di Psicologia e di Scienze della Formazione sono partiti alla volta della cittadina al confine con la Francia per tre giorni intensivi, in cui hanno affiancato le attività della Caritas e della Croce Rossa locali grazie al progetto “Ventimiglia all’ora”. Un’iniziativa che si inscrive all’interno del Service Learning , una proposta formativa e pedagogica che unisce le due dimensioni sottese al binomio di parole: Service , il volontariato e le azioni solidali verso la comunità; Learning , l’apprendimento di competenze professionali, metodologiche, sociali e didattiche. Le sfumature e gli aspetti maggiormente didattici li spiega Livia Cadei , docente di Pedagogia interculturale, che ha accompagnato un primo gruppo di otto studenti della facoltà di Psicologia, dal 2 al 5 maggio scorso. Tutto ciò anche e soprattutto in previsione di una futura ottica professionale, come sottolinea Monica Amadini , docente di Pedagogia sociale e interculturale, giunta a Ventimiglia insieme alla professoressa Carla Astori col secondo e terzo gruppo di studenti della facoltà di Scienze della formazione, dal 14 al 17 maggio. In contesti di criticità il gruppo ha sperimentato aspetti diversissimi dell’emergenza, dal pelare le patate, montare le brande fino allo strutturare corsi linguistici: fondamentale è capire che tutto questo è strettamente connesso all’ambito lavorativo a cui si legheranno nel loro futuro professionale, che sarà giocoforza interculturale». L’idea è quella di una proposta pedagogica in grado di unire le azioni sociali e il volontariato verso una comunità (service) all’acquisizione di competenze professionali, metodologiche, sociali e didattiche (learning), consentendo così di implementare conoscenze e competenze degli allievi mediante un servizio solidale alla comunità.

 

Avvocato per un mese tra i rifugiati di Cape Town

Charity Work Program Avvocato per un mese tra i rifugiati di Cape Town Il Work Charity Program è stato molto più di un’esperienza di volontariato: un uragano che ha cambiato il mio sguardo sulla vita. Appena il tempo di mettere da parte valigie e incertezze, diamo inizio a quella che oggi chiamerei una meravigliosa sfida, un’immersione totale nel mondo dello “Scalabrini Centre” di Cape Town, un centro pensato per aiutare i rifugiati che hanno bisogno di assistenza legale, educazione, supporto economico. Vivere un’esperienza di questo tipo ti scuote dall’interno, ti aiuta a capire quali sono le priorità, ti insegna che la vita è qualcosa di straordinario, perché molto spesso, in Africa, vivere è già un gran privilegio. Durante le consulenze dell’Advocacy Team incontri una donna dello Zimbabwe che ti racconta di essere fuggita dalla guerra civile, di aver contratto l’Hiv, di essere stata stuprata ripetutamente. Eppure ha un sorriso contagioso perché oggi ha appena saputo che il suo Appeal è stato accolto e che quindi potrà avere un permesso per restare in Sudafrica con i suoi figli, senza più essere costretta a tornare ogni mese a Pretoria per rinnovare i documenti. Poi una mamma ti fa notare che è una reazione normale, perché loro una persona bianca non l’hanno mai vista nella loro vita. Il Work Charity Program è stato per me molto più di un’esperienza di volontariato: è stato un uragano che ha scombussolato quella che io prima consideravo la piattezza della quotidianità, fatta di studio, amici, famiglia.

 

Basta poco per essere felici

charity work program Basta poco per essere felici Sara , di Scienze della formazione, l’ha appreso nel suo Charity Work Program in Uganda, in mezzo a una moltitudine di bambini della scuola primaria. settembre 2018 di Sara Giuliani * Un mese intero per assaporare il senso di comunità, di accettazione, di condivisione che stanno alla base della meravigliosa cultura ugandese. Nonostante vivano in condizioni disumane, sono rimasta colpita dalla loro capacità di accogliere, di farci spazio nella loro stanza e di farci sentire “benvenute”. Il metodo educativo è molto diverso dal nostro: risulta necessario, anche se non giustificato, un apprendimento basato sulla ripetizione e composto da una successione di riti e canzoni, per mantenere viva l’attenzione dei ragazzi o semplicemente per dar loro la possibilità di sgranchirsi le gambe. Nonostante ciò, gli insegnanti con le risorse materiali che hanno a disposizione, riescono a mantenere sempre le classi attente anche se composte da tanti alunni con diversa età e diversi livelli di preparazione. E qui ti donano sempre tutto ciò che possono! Sono colma di gratitudine per aver potuto vivere questa esperienza umana e professionale, che mi ha trasmesso gioia e amore. È un popolo che sa amare e quando amare significa vivere , allora puoi solo sentirti fortunata di aver fatto parte di questa grande famiglia, anche se per poco tempo.

 

Beautiful resistance alla casa del pane

Charity Work Program Beautiful resistance alla casa del pane Anche se la realtà del muro costruito intorno ai territori palestinesi è una realtà che rende impossibile la vita di ogni giorno, piccoli segni di speranza crescono a Betlemme. Lungo il percorso per Betlemme abbiamo passato vari checkpoint finché non abbiamo visto il muro, prima da lontano poi sempre più da vicino, stagliarsi di fronte a noi con i suoi otto metri di altezza. In una situazione così complessa e dalle flebili prospettive di risoluzione, quello che più mi ha colpito è ciò che Zoughbi Zoughbi, il direttore e fondatore del Centro Wiam di Betlemme, definisce beautiful resistance . Nella scuola è garantito l’insegnamento del Corano e ogni giorno gli insegnanti e le suore che gestiscono la struttura lavorano insieme per trasmettere ai ragazzi valori comuni e offrire l’esempio di una convivenza possibile e proficua. È un gesto semplice, forse di nessun significato ma a me sembra che lasci trasparire qualcosa d’altro, di più grande e importante: un piccolo esempio di beautiful resistance , di riuso creativo, di trasformazione possibile, di un bene che non si arrende al male. In un gioco di rimandi mi vengono in mente i versi di un altro poeta, un’italiana, Mariangela Gualtieri, quando, suggerendo l’immagine di un mondo desolato, come uscito da una grande guerra che ha ridotto in briciole case e uomini, conclude: “Si faccia avanti chi sa fare il pane. Alle mie orecchie queste poche e scarne parole suonano come un appello a fare ritorno a ciò che è alla base, a ciò che davvero conta e che, come tale, è comune a tutti gli uomini, come il pane che, sotto ogni cielo, è fonte prima di sostentamento.

 

Benedetta, MacGyver in rosa

charity work program Benedetta, MacGyver in rosa La studentessa di Piacenza, nelle quattro settimane di Charity work program in Perù , oltre a portare le sue conoscenze sulle tecnologie alimentari, ha costruito un filtro per l’acqua assemblato con sabbia e sassi in un territorio ad alto rischio infezioni. Da lì due carretti ci hanno condotto all’Universidad Católica Sedes Sapientiae (UCSS) di Nopoki, la sede universitaria ha ospitato me, Carolina e Barbara, studentesse di Food Marketing e strategie commerciali a Piacenza, per quattro settimane di questa esperienza unica. Ad attenderci il direttore Julio e la professoressa Rossio, nostra principale riferente insieme all’aiuto di due ex alunni, nonché docenti della facoltà di Ingegneria Agraria di Nopoki. Oliver, giovanissimo insegnante di chimica, ci ha sostenuto nel progetto per cui eravamo state selezionate e ci ha portato alla scoperta di luoghi caratteristici nelle vicinanze della cittadina, facendoci scoprire, in particolare, le Quebradas, cascate che loro definiscono come le nostre piscine. Con lui siamo andate alla scoperta della natura e della giungla, abbiamo fatto “escursioni” nelle piantagioni di cacao, di caffè e di ananas, che sono le più importanti materie prime del territorio. Le mie due compagne sono partite con l’obiettivo di trovare una strategia di mercato efficiente, che potesse essere applicata a una realtà forse più arretrata rispetto alla nostra, con l’obiettivo di implementare il mercato locale. Siamo giunte ad Atalaya con moltissimo entusiasmo, con la volontà di conoscere e di farci conoscere, di relazionarci e condividere punti di vista.

 

“Be Present”, il qui e ora del volontariato

La proposta rivolta agli studenti è quella di raccogliere le sfide sociali ed educative attuali, alle quali il volontariato può dare una risposta concreta. Mettersi a servizio è sempre una delle possibilità per essere presenti, offrendo il proprio tempo e le proprie capacità per generare bene per e con gli altri. Il progetto prevede non solo la possibilità di spendersi nelle realtà del territorio, ma anche uno spazio e un tempo utili per la propria crescita personale, rileggendo insieme l’esperienza anche con gli occhi della fede. Accompagnare gli studenti a riflettere e condividere il senso del loro servizio diventa la possibilità di “imparare dal proprio fare”, lo sguardo sul proprio impegno che permette anche di aumentare il valore dell’esperienza vissuta a livello culturale, formativo, spirituale ed umano. La proposta che lo sportello rivolge agli studenti si avvale di diverse realtà del territorio di Milano che sono state contattate e che sono pronte ad accogliere nuovi volontari. Gli studenti interessati potranno quindi incontrare i referenti dello sportello per ricevere informazioni, per rendersi disponibili e capire insieme quale delle realtà presenti è la più adeguata, conciliando le proprie caratteristiche personali e il proprio desiderio di spendersi con le esigenze concrete delle realtà di volontariato. All'interno della proposta formativa dell’Università Cattolica, “Be Present” vuole essere una possibilità per accrescere e alimentare la formazione degli studenti, affiancandosi alle esperienze già presenti in Ateneo.

 

Betlemme, le donne fanno la storia

charity work program Betlemme, le donne fanno la storia In una terra in cui il conflitto è palese, ciò che colpisce sono le esperienze, tutte al femminile, di aiuto ai più poveri e ai più piccoli. Anche la mia. Parla Eliana di Scienze politiche e sociali 25 settembre 2017 di Eliana Coraci * La Palestina è una terra così complessa che non bastano molti libri a conoscerla. Eppure, più della segregazione, più dell’aggressività dei bambini e ancor più delle reti che circondano Hebron da ogni lato, ciò che mi ha veramente colpito del mio Charity Work Program a Betlemme sono le donne che ho conosciuto in Palestina. Come Suor Caterina , georgiana, che lavora instancabilmente per anziani e indigenti alla Società Antoniana di Betlemme; o Flavia , palestinese, che a fianco dell’orfanatrofio Creche ha creato un sistema per restituire dignità alle persone in stato di necessità e per aiutarli a inserirsi nuovamente in società. Oppure le suore di Effetà , centro per bambini sordi, che si dedicano all’istruzione di bambini musulmani, per i quali organizzano anche corsi di Corano. Ma quel mondo lì, quel mondo di oppressione militare e sociale, di povertà, di dignità, di estrema generosità e di speranza ha contribuito a cambiare il mio, di mondo. Leggi il suo racconto LA FATICA DI CAPIRE IL CONFLITTO Più si cerca d’entrare nella questione israelo-palestinese, più si resta confusi: di chiaro ci sono la diversità della vita nei due Paesi e un muro che li divide.

 

Betlemme: più dei gesti, oltre le parole

Volti di una realtà che suscita domande ma non risposte, solo la certezza che un viaggio così non può che essere un inizio. Charlie trattiene il respiro senza quasi rendersene conto nell’istante che precede l’apertura delle porte automatiche: una frazione di secondo dopo, un panorama di volti e di braccia che si agitano a richiamare attenzioni gli si spalanca davanti. L’urto di una valigia lo ridesta di colpo da questi pensieri, riportandolo a vagare con lo sguardo alla ricerca di quattro occhi ben noti, che nell’incrociare i suoi si illuminano di gioia e sollievo insieme, mentre quattro mani sciolgono la stretta d’apprensione per aprirsi in un’attesa di abbraccio. Il fatto è che forse ad un certo punto si smette di cercare una motivazione, perché in fondo non è questa a muovere l'impegno, tanto si continuerebbe a fare ciò che si fa anche se l'ultima scintilla di speranza si dovesse spegnere. Come i rifugiati del campo di Aida che, indifferenti all’avvicendarsi delle generazioni, continuano a raccontare ai propri figli la storia delle loro origini, a ricordare che “casa” è altrove e che tutto ciò a cui ambiscono è potervi, un giorno, fare ritorno. Suor Maria, responsabile del centro che ha accolto Charlie, risponde che è la realtà che si vive quotidianamente che porta ad assumere atteggiamenti più o meno positivi: lei la speranza l’ha dovuta abbandonare per far spazio al presente, rappresentato da quei bambini che ogni giorno bussano alla sua porta. Una realtà che suscita tante domande senza dare risposte, solo un’unica, grande consapevolezza: che un viaggio così, non può essere che un inizio.

 

Betlemme, sguardi di speranza

Charity Work Program Betlemme, sguardi di speranza Vivere circondati da un muro che rende difficile la vita quotidiana: è la realtà che ho toccato con mano grazie al Charity Work Program nei territori palestinesi d’Israele. Ho toccato con mano cosa significa vivere dentro un muro, sotto il controllo perenne dei soldati israeliani; ho capito davvero cosa sia avere la fortuna di essere liberi; mi sono emozionata per i racconti di giovani palestinesi che non possono scegliere il loro futuro. Una ragazza palestinese di ventun anni, mia coetanea, conosciuta in un bus di linea mi ha detto: «Io vivo a Gerusalemme, ma essendo Palestinese non posso frequentare l’università israeliana. Gli anziani dell’Istituto Antoniano, i bimbi del campo profughi di Aida, i bimbi disabili del centro di accoglienza Hogar Ninos e soprattutto i bimbi sordomuti di Effetà sono vivaci e pieni di affetto. Pochi sono stati gli sguardi speranzosi che ho incontrato, tra cui quello della fantastica suor Donatella del Caritas Baby Hospital . E questo è l’importante: che pur essendo pochi, ci siano ancora sguardi di speranza. anni, di Carate Brianza, terzo anno laurea triennale in Scienze linguistiche e letterature straniere, curriculum: lingue e letterature straniere, facoltà di Scienze linguistiche, campus di Milano #charity #studenti #volontariato #cooperazione Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Brasile, dalla parte degli ultimi

Charity Work Program Brasile, dalla parte degli ultimi Anna e Arianna , di Psicologia, hanno svolto il loro Charity Work Program a Casa Familia Rosetta, un centro che si occupa del supporto psicologico e del reinserimento sociale di tossicodipendenti e bambini con disabilità fisiche e mentali. novembre 2018 di Arianna Antonelli e Anna Mazza * Se non fosse per il motore di ricerca lo staremmo ancora cercando sul mappamondo: “Porto Velho: capitale della Rondonia”. Pensando al Brasile vengono subito in mente le spiagge di Rio de Janeiro, il Corcovado con l’imponente statua del Cristo Redentore, i moderni grattacieli di San Paolo e le strade invase da ballerini di Samba o Capoeira. Il paesaggio che ci ha accompagnato nelle nostre quattro settimane di Charity Program è completamente diverso, ma altrettanto suggestivo. Tutto questo è però un Paese che, accanto alle sue naturali bellezze, porta sulle spalle una grave crisi politico-economica e numerosi episodi di violenza e corruzione. L’associazione Casa Familia Rosetta, dove abbiamo svolto la nostra esperienza, lavora proprio per dare una risposta alle urgenze di tale contesto, occupandosi in particolare del supporto psicologico e del reinserimento sociale di soggetti tossicodipendenti e bambini con disabilità fisiche e mentali. Gli studenti beneficiano della possibilità di vivere un'esperienza di volontariato internazionale in strutture situate in Paesi Emergenti e in via di Sviluppo.

 

Brasile, uno psicologo “obrigado”

Charity Work program Brasile, uno psicologo “obrigado” Davide , neolaureato in Psicologia , ha trascorso il suo Charity Work Program in una comunità di recupero per tossicodipendenti e in un centro di riabilitazione psicomotoria per bambini con paralisi cerebrale. Ho cercato di lasciare a casa ogni tipo di aspettativa, pensiero, pregiudizio e cercare di vivere ogni singolo istante di questa esperienza. Di questa realtà fanno parte un centro di riabilitazione psicomotoria per bambini con paralisi cerebrale e tre comunità terapeutiche per persone con dipendenza chimica: una femminile e due maschili, di cui una in un’altra città a circa 300km da Porto Velho. Chiacchieravo con loro della loro vita, delle loro esperienze, ma allo stesso tempo partecipavo ai loro gruppi come osservatore affiancando lo psicologo. Un momento molto importante in cui avevo l’opportunità di ringraziarli direttamente e far capire loro che ero lì solo con la speranza di poter imparare qualcosa e di lasciare qualcosa di me a loro. Ho cercato di spogliarmi di qualsiasi pregiudizio su di loro così come loro hanno fatto nei miei confronti. Oltre all’esperienza nella comunità terapeutica, insieme alla mia compagna di avventura, Cecilia, ho trascorso una settimana anche nel centro di riabilitazione psicomotoria per bambini con paralisi cerebrale.

 

Breast Unit, un corso per preparare volontari

“Si tratta di un’iniziativa unica nel suo genere, nata da un’esigenza precisa: quella di offrire alle Associazioni le competenze specifiche per ottenere il riconoscimento di interlocutore qualificato e affidabile all’interno dei centri multidisciplinari di senologia (Breast Unit)” spiega Rosanna D’Antona , Presidente di Europa Donna Italia. “Per legge queste strutture specializzate prevedono al loro interno un’associazione di volontariato, come punto di riferimento per medici, pazienti e amministratori locali e regionali. Continua D’Antona: “Sono oggi piu di 100 le Breast Unit in Italia che hanno nel proprio organico un’associazione di volontariato: un numero destinato a crescere, insieme all’esigenza di una sempre piu stretta ed efficace collaborazione tra volontariato e struttura.”. “La Regione Lazio – commenta l’Assessore regionale Alessio D’Amato – ha messo in atto una serie di accordi formali e sinergie con il mondo dell’associazionismo nell’ambito della prevenzione dei tumori con l’obiettivo di rendere sempre più efficaci i messaggi sulla prevenzione oncologica. Stiamo aprendo una nuova stagione di partecipazione dell’associazionismo attraverso il ‘Participation Act’, con l’obiettivo di creare un modello Lazio per una sanità partecipata al quale hanno già aderito oltre 50 associazioni”. “Abbiamo aderito subito alla proposta di Europa Donna Italia perché riteniamo importante acquisire competenza specifica atta ad operare nei centri di senologia e rafforzare la rete tra associazioni, indispensabile per offrire il miglior supporto possibile alle donne in una fase così dolorosa della loro vita.”. e di L.I.L.T., è strutturato per incrementare nelle partecipanti tre principali requisiti: la rappresentatività dei diritti delle pazienti presso tutti gli interlocutori scientifici e istituzionali; l’autorevolezza, anche grazie a una buona padronanza delle tecniche di negoziazione; l’efficienza nel contribuire concretamente a migliorare le attivita e i servizi.