La tua ricerca ha prodotto 2 risultati per casabianca:

Dallo storytelling alla post-verità

VITA E PENSIERO Dallo storytelling alla post-verità Mentre inizia l’era Trump, una riflessione sul senso di un’elezione dirompente, dove conta inserirsi nelle “bolle” informative in cui una notizia verosimile, talvolta inverosimile, può diventare una realtà incontrovertibile. Memori della pessima fama che la forma di governo democratica aveva lasciato, vollero impedire che la nascente repubblica fosse lacerata dalle lotte tra fazioni. E proprio per evitare che l’elezione del presidente degli Stati Uniti potesse scatenare lo scontro delle passioni politiche e mettere a rischio la pace, consegnarono a un collegio di grandi elettori il compito di scegliere chi dovesse essere il capo dell’esecutivo. E cioè quel candidato che all’inizio delle primarie repubblicane sembrava solo una comparsa del grande circo elettorale americano, ma che, mese dopo mese, macinando vittoria dopo vittoria, è riuscito a diventare il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti. Forse più che formulare previsioni è utile in questo momento riflettere su ciò che ha rappresentato l’elezione di Donald Trump e sulle motivazioni che hanno condotto a un risultato che – comunque la si pensi – rappresenta uno shock destinato a lasciare una traccia profonda. In questo senso la polemica di Trump contro Wall Street e contro l’establishment non sarebbe altro che la reincarnazione di quel vecchio populismo agrario che, sul finire dell’Ottocento, impugnò la bandiera del “sogno americano” contro la “plutocrazia” delle grandi corporations. Perché molto più efficaci diventano strutture di comunicazione personali, capaci di penetrare dei reticoli dei social network, di inserirsi nelle “bolle” informative in cui una notizia verosimile – o in qualche caso inverosimile – può diventare una realtà dimostrata e incontrovertibile, quasi impossibile da scalfire persino con le più sofisticate argomentazioni.

 

Super Tuesday, l’eclissi del centro

MILANO Super Tuesday, l’eclissi del centro Se c’è un dato che appare chiaro dopo il primo vero test delle primarie americane è che sembra sparire l’elettore mediano: le elezioni si vincono stanando, con una buona dose di populismo, chi non vota. Il commento del professor Damiano Palano 03 marzo 2016 di Damiano Palano* Di solito il “Super Tuesday” segna uno snodo fondamentale nella corsa delle primarie americane, perché consente di capire quali saranno alla fine i candidati alla Casa Bianca. Per quanto riguarda il campo democratico, è stato assegnato infatti solo poco più di un quarto (circa il 28%) dei delegati che nella convention di fine giugno a Philadelphia dovranno designare ufficialmente il candidato alla presidenza. La partita è invece ancora più aperta sul fronte dei repubblicani, che finora hanno eletto meno del 25% dei delegati. La prima delle quali è la debolezza delle oligarchie partitiche, che – anche per gli effetti della ‘disintermediazione’ – si sono rivelate del tutto incapaci di fronteggiare e ostacolare la ‘scalata’ di outsider radicali come sono, in modo diverso, Sanders, Trump e Cruz. La seconda è invece una conferma ulteriore – se davvero ce ne fosse stato bisogno – del potenziale delle retoriche ‘populiste’, che hanno peraltro nella cultura politica americana radici ben più profonde che in Europa. In tempi di disaffezione, è infatti diventato sempre più importante convincere ad andare a votare gli elettori (soprattutto quelli più lontani dalla politica), e i messaggi più radicali sono spesso strumenti formidabili di mobilitazione.

 
Go top