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Intelligenza artificiale, non tutto è calcolabile

L’intervento del professor Massimo Marassi 18 luglio 2019 Continua il dibattito aperto dall’articolo dal titolo “ Arrivano i robot ”, dedicato a come l’intelligenza artificiale sta cambiando noi e il nostro modo di vivere e di pensare di Massimo Marassi * Sono stati necessari parecchi secoli per giungere a comprendere il funzionamento dell’intelligenza naturale. Fino a pochi anni fa si poteva dire che le macchine non erano in grado di vantare le intuizioni, i ragionamenti degli esseri umani, di decidere quale soluzione scegliere tra diverse possibilità. Questi limiti sono proprio ciò che i costruttori di sistemi intelligenti hanno già superato: d’altra parte un sistema artificiale che non abbia consapevolezza di ciò che conosce e fa, sarebbe soltanto un contenitore di informazioni, non certo un sistema intelligente. Soprattutto, la migliore rappresentazione che l’uomo immagina di sé è quella di diventare transumano o postumano, di oltrepassare ogni limite, sia questo imposto da Dio, dalla natura o dalla storia. Tuttavia, almeno per il momento, l’uomo è soltanto un essere mortale costruttore di macchine intelligenti, che sono una possibilità di fatto e di valore, purtroppo a disposizione innanzitutto del potere e del mercato. Per sciogliere l’alternativa basterebbe considerare che la mente umana è un sistema dinamico, capace di sentire e di soffrire, di comunicare il pensiero nel linguaggio, di condividere i sentimenti con emozioni travolgenti e passioni disparate. Però possiamo sentire che cosa desideriamo da essi e decidere se restare uomini o pensarci sciolti dalla materia, dalla società, dalla storia, in definitiva irresponsabili rispetto alla fine di un mondo, quello che ci ha accolti tra i viventi.

 

Diabete e obesità creano declino mentale

L’insulino-resistenza manda in tilt questo interruttore attraverso una specifica modifica chimica detta “palmitoilazione”, ovvero l’aggiunta di acido palmitico, che si accumula nel cervello quando si adotta una dieta troppo ricca di grassi saturi, al recettore stesso impedendone il funzionamento. Lo studio, appena pubblicato sulla rivista "Nature Communications”, è stato condotto da un gruppo di giovani ricercatori dell’Istituto di Fisiologia Umana dell’Università Cattolica, diretto dal professore Claudio Grassi , in particolare dai dottori Matteo Spinelli e Salvatore Fusco e ha visto il contributo di ricercatori dell’Università di Salerno. I ricercatori hanno anche documentato l’accumulo di grassi nel cervello, compreso lo stesso acido palmitico che è uno dei tanti grassi che aumentano esageratamente nel cervello a causa di diete squilibrate. È interessante notare – afferma il dottor Fusco – come una dieta ricca di grassi saturi produca un danno al cervello attraverso un duplice meccanismo: aumentando la concentrazione di acido palmitico nel cervello e attivando il gene che porta alla produzione dell’enzima specifico per attuare la modifica chimica (la palmitoiltransferasi zDHHC3)». Abbiamo dimostrato – prosegue il dottor Spinelli – che bloccando geneticamente o farmacologicamente la palmitoilazione del recettore GluA1 siamo in grado di annullare gli effetti dannosi dell’insulino-resistenza sulle funzioni cognitive». La palmitoilazione dei recettori GluA1 impedisce che questi esercitino la loro azione fisiologica a livello delle sinapsi (i ponti di connessione tra le cellule nervose che garantiscono la trasmissione delle informazioni) causando, in tal modo, deficit cognitivi. Aver identificato una delle chiavi molecolari responsabili del declino cognitivo nelle malattie metaboliche offre indicazioni preziose per la messa a punto di interventi terapeutici in grado di prevenire e/o contrastare tale processo".

 

Internet ti cambia la testa. E il cervello

Sul piano fisiologico e delle neuroscienze, il meccanismo che si innesca in questi casi è il cosiddetto modello di reward , secondo il quale le persone costantemente alla ricerca di rinforzi indotti dall’ambiente, incorrono in forme comportamentali che producano una facile soddisfazione immediata, in una parola una ricompensa. Mentre sul piano relazionale si può incorrere in comportamenti di dipendenza da personificazione dei rapporti con gli altri fino a far diventare oggetti e contesti i sostituti delle relazioni interpersonali, come nel caso in cui sviluppiamo l’illusione di essere connessi al mondo attraverso il nostro telefono cellulare. C’è però un’altra nuova forma di addiction sarà oggetto di dibattito e riguarda lo sviluppo di dipendenze da parte di pazienti affetti dal morbo di Parkinson , e in generale da disturbi del movimento, legate all’assunzione di farmaci volti ad aumentare i livelli di dopamina nel cervello del paziente. A tutte queste forme di dipendenza si possono affiancare terapie psicologiche di tipo cognitivo-comportamentale, volte a ripristinare un equilibrio nelle relazioni sociali e nell’utilizzo di oggetti e strumenti, e a ricondurre la persona a un benessere personale e interpersonale. Alcune ricerche recenti ci dicono, inoltre, che tecniche neurofisiologiche di neuromodulazione (come la Stimolazione Magnetica Transcranica, TMS) possono supportare questo percorso cognitivo-comportamentale, offrendo nuove frontiere di intervento. La seconda parte del workshop nel pomeriggio dedicata a “Neurofisiologia delle old e new addiciton” interverranno esperti di meccanismi cerebrali delle forme di dipendenza ( Michela Balconi ), di abuso di alcol ( Salvatore Campanella ), di memorie autobiografiche della dipendenza ( Jean Louis Nandrino ). Infine si parlerà delle dipendenze indotte dai farmaci nell’esperienza dei malati di Parkinson ( Chiara Siri ) e delle nuove dipendenze nei “nuovi” adolescenti ( Federico Tonioni ).

 

Quando due cervelli si parlano

Milano Quando due cervelli si parlano L’Hyperscanning è una nuova frontiera per monitorare il comportamento emotivo, le strategie mentali, cognitive, di problem solving, la cooperazione, il team building. Michela Balconi , a capo dell’ Unità di Ricerca in Neuroscienze Sociali e delle Emozioni (Dipartimento di Psicologia) dell’Università Cattolica, ci porta alla scoperta dell’Hyperscanning, il nuovo paradigma delle neuroscienze che permette di conoscere il funzionamento di due cervelli in interazione. Che cos’è e come funziona l’Hyperscanning? « La parola “Hyperscanning” indica una sorta di processo di scansione di ordine superiore, che ha come oggetto il legame tra due o più persone. Dal punto di vista delle neuroscienze, l’Hyperscanning indica una modalità, un paradigma, per esaminare come funziona il cervello, quali sono i processi che si attivano quando ci sono interazioni. Come nasce questo nuovo paradigma e come si è sviluppata la ricerca? « L’esordio dell’Hyperscanning risale a una decina di anni fa negli Stati Uniti, dove alcuni ricercatori che si occupavano di processi sociali hanno coniato per primi questo termine. L’Hyperscanning può diventare fondamentale ad esempio nella valutazione del potenziale di una nuova risorsa che deve essere assunta: l’applicazione di questo paradigma può servire a capire se la persona ha determinate skills nella gestione delle dinamiche di gruppo. Anche in questo caso, la nostra ricerca interessa anche alle aziende, che già adesso ci chiedono di aiutarle per capire come potenziare le proprie risorse attraverso la condivisione di un sistema di valori, un sistema morale che garantisca la fidelizzazione del dipendente » .

 
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