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Un viaggio andata e ritorno

ETIOPIA Un viaggio andata e ritorno Il percorso, in questo tipo di esperienze, non è mai unidirezionale. Così è stato per me il Work Charity Program vissuto in Etiopia, un Paese che fra tutti quelli africani si distingue per la sua antica civiltà di cui si ha percezione in ogni momento. Nel mio caso, la gioia che ho provato nel passare del tempo con i tanti bambini della scuola gestita dalla missione mi ha lasciato un ricordo meraviglioso che mai avrei potuto immaginare prima di vivere questa situazione. Credo che molti, alla prima esperienza di volontariato si sentano felici, e orgogliosi e, forse, anche un po’ bravi per il fatto di poter svolgere un’attività utile e di andare da un mondo che ha di più verso uno che ha di meno, sia pure materialmente. Perché se è vero che in Etiopia non sono presenti gli standard di vita a cui tutti noi siamo abituati, è proprio quello che non conosciamo che ci aiuta a metterci in discussione. Avrò sempre il ricordo dei giochi all’aperto, delle lezioni di amarico fatte dai bambini, delle canzoni e dei doni più banali ma fatti col cuore. Non perché sia qualcosa di strano o di difficile in sé ma perché chiede di uscire dal guscio in cui viviamo per poterci vedere dall’esterno e capire quello che abbiamo ma soprattutto quello che ci manca.

 

Alla ricerca dell’altro

Mi piace pensare ai periodi, brevi o lunghi che siano, che trascorriamo via da casa non come a parentesi di estraneità rispetto al nostro quotidiano, ma piuttosto come a momenti di vita pura e intensissima, momenti in cui l’esistenza gode della sua massima pienezza ed espressione. Stavolta sono partita innanzitutto per il puro gusto di partire, fare la valigia e andare a curiosare un nuovo angolo di mondo, oltre che per allontanarmi da una situazione dolorosa dalla quale desideravo distanziarmi per un po’. Ma ho deciso di partecipare al bando del Charity Work Program anche per avere la possibilità di imparare qualcosa di nuovo in un ambito che mi interessa molto e in cui sto muovendo i miei primi passi: il cosiddetto “terzo settore”, il mondo della cooperazione internazionale e dello sviluppo. Per questo la mia prima scelta è stata l’India, perché lì, presso l’Ong Bala Vikasa di Warangal, villaggio dell’Andhra Pradesh, ho seguito un corso di formazione della durata di tre settimane in Community Driven Development. Grazie a ciò che ho imparato presso il Bala Vikasa ho avuto nuova ispirazione e stimoli positivi e ho compreso che empatia e creatività sono due caratteristiche fondamentali per far sì che il proprio lavoro produca un reale cambiamento. Ho avuto la possibilità di conoscere persone sensibili e socievoli con le quali ho condiviso lunghissime ore di chiacchiere su qualsiasi argomento, ho conosciuto tradizioni e abitudini di popoli lontani, ho ammirato paesaggi nuovi e assaggiato cibi sconosciuti. Posso confermare ancora una volta che viaggiare non solo apre la mente estendendo il confine dei propri orizzonti, ma allarga anche il cuore rendendoci capaci di maggiore sensibilità, generosità e vicinanza nei confronti di chiunque incontriamo lungo la nostra strada.

 

Nel Giardino degli Angeli

BRASILE Nel Giardino degli Angeli In Brasile ho imparato che, quando si sogna insieme, la realtà comincia. La brusca frenata del pilota mi ha fatto intuire per la prima volta quanto sia sorprendente il Brasile, un Paese dove la crescita economica corre a un passo molto diverso rispetto alla maturità sociale e civile del popolo che lo abita. Nel giro di qualche giorno ho iniziato a rendermi conto di come la loro povertà più grande non sia quella materiale – pure rilevante – ma piuttosto quella di relazioni, di diritti e di libertà di pensiero. La maggior parte delle persone e delle famiglie di una città come Canavieiras si sentono abbandonate da uno Stato assente, inserite in reti sociali fragili o dannose e si scoprono incapaci di pensare e progettare un futuro migliore, bloccati da un fatalismo retaggio di secoli di colonialismo. Il suo obiettivo, portato avanti con forza, coraggio e anche profonda gioia, è quello di fornire un’educazione non solo scolastica – altrimenti assente – ma anche affettiva e civile a bambini bisognosi soprattutto di un ambiente sereno e fiducioso nel futuro. Ho scoperto il calore e l’energia di questi bambini fin dal primo momento, quando, al mio primo accesso in questo meraviglioso Giardino, sono stato accolto da decine di bambini impazienti di conoscermi e soprattutto di farsi conoscere. anni, di Trento, secondo anno della laurea magistrale in Psicologia delle organizzazioni e del marketing, facoltà di Psicologia, sede di Milano #charity_2014 Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Fra le corsie di Ikonda

TANZANIA Fra le corsie di Ikonda Al fianco dei dottori di uno degli ospedali più occidentalizzati della Tanzania ci siamo sentite finalmente utili e davvero dei futuri medici. Molti di loro hanno deciso di dedicarsi completamente a quest’ospedale e vivono stabilmente qui. L’indomani inizia la nostra avventura in ospedale, uno dei più occidentalizzati della Tanzania, con più di 300 posti letto divisi tra medicina uomini, medicina donne, chirurgia, pediatria, ortopedia, maternità e reparto solventi. Nonostante il suo carico di lavoro, non si è mai risparmiato e ci ha insegnato molto mentre lo accompagnavamo durante il giro visite, ha sempre preso considerazione le nostre intuizioni e ci ha reso partecipi dell’iter diagnostico: finalmente ci siamo sentite realmente utili e dei futuri medici. Dopo una settimana di continue perdite di pazienti affetti da Aids, passiamo a vedere la vita nascere al reparto di Maternity ward: qui accompagniamo il medico volontario ginecologo, Giovanni, nelle visite e in sala operatoria, dove ci lascia assistere agli interventi iniziandoci anche alla chirurgia. In questa settimana collaboriamo con un altro medico, Marco, cardiologo italiano, che si dedica con passione ogni anno, per un mese, all’insegnamento della gestione dei più diversi pazienti cardiologici ai “clinical officers”, medici addetti alle ammissioni dei pazienti in ospedale. Abbiamo sperimentato che quando arriva un paziente, anche se è nelle peggiori condizioni e ti verrebbe spontaneo pensare che non ci sia più nulla da fare, devi sempre provarci, e dare il massimo perché quella vita continui. E noi, dal canto nostro, siamo immensamente grate per la splendida esperienza che Ikonda ha significato per noi. * Annamaria Di Cesare, 23 anni, di L'Aquila, Annagloria Palazzo, 23 anni, di Lecce, sesto anno della facoltà di Medicina e Chirurgia, sede di Roma #charity_2014 Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Mzungu alle prime armi

ottobre 2014 di Gianmarco Anzellotti * Mzungu , è il termine “dialettale” con cui i locali, soprattutto bambini, usano apostrofare l'uomo bianco, il diverso, colui che proviene da una dimensione che il bambino africano, ugandese, vede come mitica, lontana. Proprio così, l'Uganda! Se qualcuno non sapesse dove sia questo stato, spesso associato a Africa e Paese in via di sviluppo, stia tranquillo: io, lungi dal sapere dove fosse l'accento della parola Kampàla, prima di andarci dell'Uganda sapevo solo che era in nel continente africano. Finita la mattina ci si dirigeva a casa di padre John per assaporare un delizioso pranzetto italian style ma anche per sfruttare l'occasione conviviale per un confronto tra il comboniano, che non ha mancato di raccontarci alcune delle sue innumerevoli esperienze al limite, e noi, mzungu alle prime armi. Dopo esserci ristorati, tornavamo al Bmc dove avevamo la possibilità di continuare l'attività assistenziale in Opd o sala operatoria oppure dedicarci al condividere esperienze con i locali, tra di noi o improvvisare una passeggiata per tentare di assaporare cosa significhi davvero l'Uganda. Cosa mi è rimasto di questa esperienza? Sicuramente una crescita dal punto di vista professionale in quanto ho avuto la possibilità di conoscere davvero cosa significhi “medicina di frontiera” e soprattutto come sia ancora possibile aiutare un malato quando hai solo le tue mani e qualche guanto. Porterò con me quello che ho visto e che ho imparato in Uganda per il resto della mia vita, nella speranza, un giorno, di poter vedere qualcuno, in Italia, in America, in Uganda, su Marte, sorridermi, come ho visto sorridere quei bimbi. anni, di Atri (Te), sesto anno del corso di laurea in Medicina e chirurgia, facoltà di Medicina e chirurgia, sede di Roma #charity_2014 Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Un sorriso oltre il dolore

UGANDA Un sorriso oltre il dolore Ho toccato con mano sofferenze indicibili e ho ascoltato racconti di violenza incredibile, legati alla guerra che ha devastato l’Uganda per vent’anni. Ma ho letto nel cuore delle persone che ho incontrato il segreto che alimenta il vizio di vivere 22 ottobre 2014 di Giulia Lupi * Se devo riassumere 20 giorni di Uganda in una parola, l’unica che mi viene in mente è piena. Ma la cosa devastante è che la paziente con le caverne di tubercolosi aperte aveva 16 anni, quello Hiv positivo con la conta dei CD4 a uno ne aveva 35, un bambino con meningite fulminante aveva un mese. I medici locali sono molto preparati ma purtroppo c’è un divario a dir poco abissale tra ciò che la medicina basata sull’evidenza consiglia di fare e ciò che loro hanno i mezzi per fare. Quando io ho sentito queste storie ho avuto l’istinto di strapparmi la pelle di dosso, perché nessuna doccia avrebbe mai potuto togliere il senso di inadeguatezza e di impotenza. E ancora di più, la risposta mi è stata data da tutti quegli Italiani che sono andati lì per pochi mesi, e si sono ritrovati a prendere la residenza ugandese. Il momento più difficile però è stato tornare in Italia, vedere quanto tutto sia diverso, sopravvalutato e superaccessoriato, rispetto alle cose essenziali che abbiamo avuto modo di apprezzare stando lì.

 

La mia caleidoscopica Africa

Quel pezzo di me che è cambiato per sempre e interroga la vita 22 ottobre 2014 di Alessandra Paolucci * Se dovessi riassumere in una parola “la mia Africa”, l'aggettivo più calzante sarebbe “caleidoscopica”. La terra dalle mille sfaccettature, con i suoi colori, intensi e decisi, il rosso delle terra che si scontra con l'azzurro del cielo, ma che si incontra e continua nel nero dei volti. Un mondo altro rispetto al nostro, che richiede di essere assaporato e vissuta lentamente, che si capisce a poco a poco ma che, allo stesso tempo, è impossibile da comprendere fino in fondo. La mia Africa è caleidoscopica anche nelle sue mille contraddizioni, è spunto di domande e di riflessioni, quasi mai di risposte; di autoanalisi, di critica e di autocritica, di crescita interiore. La cosa ancora più stupefacente, è che oltre alle emozioni che ti offre nel presente, ti lascia una sensazione viscerale, un misto di incredulo e di malessere, di cui ti rendi conto solo quando manca. “La mia Africa” è quel pezzo di me che è cambiato per sempre, che d'ora in poi mi farà guardare alla vita con occhi diversi, in maniera più critica e consapevole. Mi hanno costretta a pormi tante domande, come donna, futura madre e medico: interrogativi sul senso della vita e del “fine vita”, domande per cui non esiste una risposta univoca ma solo punti di vista diversi, non giusti né sbagliati, ma più o meno condivisibili.

 

Il dono è tuo per sempre

BRASILE Il dono è tuo per sempre Abbiamo dato il nostro piccolo contributo per i bambini brasiliani solo per tre settimane ma abbiamo ricevuto in cambio molto di più: benedizioni e riconoscenza. Così il mio sogno di vedere il Brasile mi ha restituito un trattato sulla prossimità 21 ottobre 2014 di Rossella Perletti * Ciò che dai è tuo per sempre, ciò che tieni è perso per sempre. Quando ho saputo che sarei partita per il Brasile, per di più nell’estate dei mondiali, i miei occhi si sono illuminati, il sogno si avverava. Dopo 15 lunghe ore di volo siamo arrivati a Ilheus e abbiamo incontrato Alessandro, nostra guida e mentore nelle tre settimane di permanenza, che ci ha portato nella cittadina di Canavieiras , guidando lungo la meravigliosa strada del cacao che, immersa nella fitta vegetazione rigogliosa, costeggia la costa. Ogni mattina facevano a gara (e a botte) per sedersi vicino a noi (“ tia sentar aqui ”), per farsi rincorrere (“ tia me pega? ”) per farsi “ruotare” (“ tia me rota? ”) e, non soddisfatti, ogni volta era un “ tia, di novo! ” (di nuovo, zia!). Anche con loro tra somme, sottrazioni e lezioni di portoghese (che loro impartivano a noi) le chiavi di comunicazione erano l’ascolto, un cenno di comprensione, un sorriso e un abbraccio. Abbiamo capito l’importanza dell’educazione che il progetto sta offrendo a questi bambini e la possibilità che viene offerta loro di scegliere tra una vita d’amore e una vita di strada.

 

Sortirne insieme è politica

INDIA Sortirne insieme è politica La filosofia della Ong indiana Bala Vikasa è semplice: nessuno è così povero da non poter avere almeno una opportunità. Che può far crescere dentro una comunità, perché da soli contiamo poco ma insieme siamo una forza 22 ottobre 2014 di Alice Giacomelli * Ero già stata in India, quattro anni fa, quando ancora ero all’inizio del mio percorso universitario. Adesso ho 24 anni e mi ritrovo ancora nella patria di Ghandi, ma in una città differente, a Warangal, e con i miei studi di cooperazione internazionale al termine. Ricordo perfettamente oggi come allora, gli sguardi duri e curiosi della gente, che non ha mai incontrato un uomo occidentale, figuriamoci una donna! Talvolta ho sentito il timore e la paura di essere diversa e talvolta ho sentito il calore di una famiglia. La perseveranza nel voler cambiare ciò che ormai sembra non avere più una via di uscita, mi rincuora, sapendo che nessuno, nemmeno il più povero, non ha mai un’opportunità. E questo è quello che Bala Vikasa cerca di suscitare nelle persone, la voglia di riunirsi per uno scopo comune e provare ad avviare un percorso di sviluppo sostenibile, perchè da soli contiamo poco ma insieme siamo una forza. Un insegnamento che a migliaia di chilometri e a parecchi anni di distanza, sembra fare il verso a una celebre frase di don Lorenzo Milani: «Sortirne da soli è avarizia, sortirne insieme è politica».

 

Uganda, sprazzi di bellezza

UGANDA Uganda, sprazzi di bellezza Sono stata bombardata da stimoli di ogni tipo: i colori dell’Africa, la percezione di cosa voglia dire sentirsi straniero, la medicina e il rapporto degli africani col dolore, gli occhi di bambini felici con poco. Alla fine l’effetto di questo racconto è il medesimo di quello che possiamo ottenere se volessimo costruire un puzzle di 100 pezzi avendone a disposizione solo pochi: si può intuire quale sia il disegno di fondo, ma non si può avere un’immagine completa. Ci sono, tuttavia, dei “pezzi di Africa”, piccoli “sprazzi di bellezza” che mi sono portata dietro, che custodirò sempre e gelosamente e voglio condividere. Allo stesso tempo, sperimentare questa condizione sulla tua pelle ti dà una certa apertura mentale e un atteggiamento tollerante verso determinati comportamenti e modi di pensare, che di base tendi a non condividere, ma di cui riesci a comprendere le dinamiche. La sensazione che ancora oggi associo alla mia esperienza di tirocinio al Benedict Medical Center , l’ospedale della missione di padre John, è quel peculiare odore che avvertivo ogni mattina, quando iniziavamo il giro visite insieme al dottor Ocean. Tale impressione di essenzialità acquisisce carattere di evidenza quando con il dottor Damoi , chirurgo del Benedict, passiamo due notti nel pronto soccorso dell’ospedale pubblico di Kampala, Mulago: è un via vai continuo di gente con traumi, fratture, ferite profonde a seguito soprattutto di incidenti con i boda boda. Sono occhi che riflettono la sofferenza di un popolo che ha vissuto i soprusi dei diversi dittatori che si sono succeduti dopo l’indipendenza e l’orrore della guerre civili, il cui ricordo è ancora troppo vivido, troppo fortemente impresso nella mente degli ugandesi.

 

Tra i grattacieli dell’emozione

TANZANIA Tra i grattacieli dell’emozione Come si racconta un tuffo al cuore? L’Africa è magica, l’Africa è un altro mondo, e non ci si può vivere se non si depongono le armi con cui scendiamo quotidianamente in campo da noi: cellulari, macchine, asfalto. Nomi, volti, colori dalla Tanzania 22 ottobre 2014 di Elisa Zagni * Quando ho deciso di partecipare alle selezioni per il Charity Work Program, avevo tutte le paure e le perplessità di chi intraprende un’avventura “alla cieca”. Inglese? Non con tutti, naturalmente, ma sai quanto ci vuole, con un sorriso, ad imparare che “upendo” significa amore e che “amani” vuol dire pace? Cibo? Fagioli, verdure, riso. S ono rimasta per una ventina di giorni nella parrocchia di Nyabula, a cinquecento chilometri da Dar. Oltre alla casa del “baba”, il sacerdote, Nyabula vanta la presenza di un asilo, una scuola primaria, una secondaria, una scuola di cucito, una di falegnameria e di un dispensario. Ricordo Vai, una meraviglia di tre anni che, in segno di rispetto, chiede sempre di appoggiarti entrambe le mani sul capo per darti il “buongiorno”. E Yasinta, che vuole sempre venire alla lavagna, perché ha capito che si può anche sbagliare, che, se tutti sapessimo già tutto, la scuola non sarebbe tanto divertente. Non si può capire se non lo si prova, perché se dico “bambino”, ognuno di noi pensa a un bambino, che è diverso, per storia, stile di vita o attitudini, da Neema, Vai o Valentino.

 

L’abbraccio di Fekerte

ETIOPIA L’abbraccio di Fekerte La storia di questa bambina cieca di sette anni è la pietra di paragone dei tanti piccoli etiopi che ho incontrato: poverissimi, bisognosi di attenzione perché abbandonati, eppure felici. Non riuscivo a togliermi dalla testa tutte quelle facce di bambini che non hanno altro da mettersi se non un paio di scarpe e una maglietta da indossare tutti i giorni. Quando non va a scuola sta con la mamma che la porta a chiedere l’elemosina, perché la sua condizione intenerisce di più le persone e garantisce più guadagni. Io non capivo una parola di quello che si dicevano, ma ho sentito un’emozione tale che le lacrime mi scendevano senza che me ne accorgessi. Perché io sono tanto fortunata da avere tutto ciò che voglio, mentre ci sono altri che si svegliano senza la certezza di aver qualcosa da mangiare o senza la possibilità di vedere? Siamo andate a comprare scarpe e vestiti per questa bambina. Quando c’é qualcuno che rivolge loro un piccolo sguardo o che dà loro qualcosina come un palloncino, cercano tutta l’attenzione che non hanno mai avuto. Non riesco a togliermi dalla testa tutte quelle facce che mi guardano, e mi chiedo: chissà cosa pensano? Posso solo testimoniare, da parte mia, che, da quando sono rientrata, non sono più la stessa.

 

Esperienze dell’altro mondo

CESI Esperienze dell’altro mondo Con il Charity Work Program , 24 studenti dell’ateneo hanno partecipato a un progetto di solidarietà in Brasile , Etiopia , Sri Lanka , India , Capo Verde, Tanzania e Uganda . Sono tornati con un bagaglio di crescita personale e un’attività da mettere nel cv 22 ottobre 2014 Ventiquattro studenti partiti nell’estate 2014, 103 negli ultimi cinque anni , per un’esperienza di studio e lavoro in paesi in via di sviluppo. Sono i numeri del Charity Work Program , un’opportunità di crescita professionale e personale offerta dall’Università Cattolica, che rappresenta, in Europa, un unicum tra i programmi di studio all’estero. Numerose le destinazioni e le attività proposte: missioni per l’infanzia abbandonata e programmi educativi in Brasile , Etiopia , Sri Lanka e Tanzania-Ilamba ; progetti agricoli e per la sanificazione dell’acqua a Capo Verde e in India; attività ambulatoriale di supporto al personale medico in Tanzania-Ikonda e Uganda . Gli studenti che hanno partecipato sono tornati con un bagaglio di crescita personale ma anche con un’attività da mettere nel curriculum. I racconti, bellissimi, di alcuni di loro rivelano il valore formativo di incontri che cambiano la vita.

 

Il bicchiere mezzo pieno

INDIA Il bicchiere mezzo pieno Focalizzarsi sui punti di forza della comunità, piuttosto che sulle debolezze: è la filosofia della Ong indiana Bala Vikasa. L’India è colorata di persone, di emozioni, di profumi e di rumori. Bala Vikasa è una Ong che opera in tutta la regione promuovendo e implementando progetti di sviluppo locale, specialmente in villaggi rurali, come impianti di purificazione dell’acqua, agricoltura organica e progetti di reinserimento sociale delle vedove, emarginate dalla società indiana in quanto considerate di malo auspicio. Impariamo che la cosa fondamentale per lavorare in questi villaggi, e non solo, è focalizzarsi sui punti di forza della comunità, piuttosto che sulle debolezze. Abbiamo poi avuto la possibilità di visitare Gangadevipally, un villaggio dove la partecipazione e il grande senso di unità delle persone hanno fatto sì che diventasse un modello per tutti gli altri villaggi; sistemi di purificazione dell’acqua e il widows program. La terza settimana, dopo aver tristemente salutato i nostri compagni che partivano, uno dopo l’altro sui tuk tuk che li portavano alla stazione, siamo rimasti soli nella sede della Ong. In quella settimana, abbiamo vissuto le esperienze più formative delle nostre vite. Oltre ad aver trascorso una mattinata a inaugurare pozzi costruiti da Bala Vikasa per evitare alle donne del villaggio di camminare chilometri prima di raggiungere acqua purificata con pesanti otri sulla testa, abbiamo passato un’intera giornata in due differenti scuole in cui vengono implementati progetti di educazione.

 
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