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Convivialità delle differenze

Ma anche la nostra sorpresa – mia e di Nicole – che da turisti finivamo per trasformarci in una attrattiva umana, degna addirittura di fotografie, per la popolazione locale. Ero in compagnia di nuovi amici, due signori indiani, Joshua e Gilbert, e due signori del Bangladesh, Viktor e Safiq, che come me stavano frequentando il corso in Community Driven Sustinable Development organizzato dal Bala Vikasa, l’Ong indiana che ci ha ospitato. Ci siamo rifocillati e ho anche avuto l’occasione di assaggiare un autentico peperoncino indiano, piccantissimo! Tra una battuta e l’altra si è creata pian piano un’atmosfera, un legame difficile di esprimere con le parole, che trascendeva le differenze culturali, fisiche, ideologiche. È stata una fortissima emozione anche quando abbiamo parlato del credo di Safiq, che crede nella Natura, e ci siamo abbracciati e baciati come fratelli. Comprendevo di essere in un posto dove non sarei mai più tornato durante il corso della mia vita, ma dove aveva avuto fisicamente luogo un evento spirituale, dove la mia anima ha volato mano nella mano con quella di altri, che la guidavano. Per la prima volta ho mangiato il riso con le mani, come loro fanno abitualmente, per sentire il contatto cibo-corpo, seguendo la tecnica che mi ha insegnato Viktor: spingere nella bocca con il pollice il cibo che si è raccolto con la punta delle altre dita. Ci siamo detti che ognuno di noi ha nel suo piccolo la responsabilità di modificare in meglio la situazione internazionale attuale, a partire dall’azione sulle nostre rispettive culture.

 

Il miracolo di Sambù

PANAMA Il miracolo di Sambù In un mondo ormai pieno di nichilismo che ci proietta verso il non-senso, il villaggio del Darièn mi insegna a guardare la vita con gli occhi di un bambino. E a tornare tra le corsie d’ospedale aspettando solo di risporcarmi le mani con quella terra bagnata 15 ottobre 2010 di Ilaria Romito * Ecco che l'abisso si mescola al blu profondo di questa notte. La notte mi ricorda la pace del Darièn, quella tranquillità rubata alla nostra civiltà, la calma di un fiume, un viso che guarda, una lancetta che scorre lenta. È impossibile non accorgersi di entrare in Darièn, le strade cominciano a farsi frastagliate, sempre meno case, sempre più capanne, la foresta via via divora il paesaggio lasciando spazio all’immensità di quella natura ancora intatta. Provo a parlare con i panamensi, chiedo di questo angolo di paradiso, la gente mi risponde con distacco, mi racconta degli indigeni, gli Emberà Wouannan, molti hanno paura, capisco che è un luogo avvolto dal mistero, un luogo di cui non si parla molto. E forse di quel niente che mi sono riappropriata a Sambù, quel niente ormai scontato nella nostra società, quel niente sterile nel nostro mondo ormai avanzato . E adesso che quella “bianca cecità” è andata via dai miei occhi, non posso altro che fare di questa luce il mio cammino, mettermi un camice e correre nelle nostre nuove e lussuose corsie d’ospedale e aspettare solo di risporcarmi le mani con quella terra bagnata.

 

Il miracolo della condivisione

INDIA Il miracolo della condivisione Mancano pochi giorni al mio rientro in Italia, ma già so che porterò con me l’immagine di poveri che dividono quel poco che hanno con chi ha ancora di meno. Ancora inconsapevole del carico d’emozioni che da lì a poco mi avrebbe investito sono giunto all’aeroporto di Hyderabad, nello stato dell’Andhra Pradesh in compagnia dei miei due amici Sara e Gianmarco. Fin da subito mi sono reso conto che pur vivendo un grande sviluppo economico l’India non riesce a nascondere i milioni d’indigenti e analfabeti che vivono nel Paese. Ho trascorso la prima parte del mio soggiorno nella visita di molti villaggi in cui sono stati promossi progetti di sviluppo quali pozzi di acqua, depuratori, aiuto ai contadini mediante il microcredito. Felici di mostrare all’inaspettato ospite che la strada che gli viene imposta, difficile e povera, tracciata innanzi a loro, non può annientare il loro spirito, e il bacio di Cristo sembrava tangibile nei loro volti. Il grande insegnamento di una piccola donna di un villaggio vicino a Warangal che, guadagnando l’equivalente di un solo euro al giorno, trova la forza di dividere quel poco per nutrire un bambino orfano. Nei miei occhi però rimarrà per sempre impressa la luce di questi uomini che chiedevano in silenzio aiuto e nella mente il ricordo di tanti poveri pronti a dividere quel poco che il destino gli ha voluto donare, forse coscienti di esserne solo custodi passeggeri.

 

East or west, Matara is the best

E non parlo di pensiero cosciente, parlo di molecole, di vibrazioni, di entropia dell’universo che aumenta, del senso di appartenenza e di equilibrio che comincia a girare vorticosamente pronto a rimettere tutto in discussione… prima di terminare in una disastrosa, immensa, confusione. A essere sincera, fino a pochi minuti fa non ero nemmeno sicura di voler scrivere, perché quando devi parlare di un’esperienza del genere ti fai sempre troppi problemi sull’immagine che vuoi veramente dare. Buonanotte, Sri Lanka, tra qualche ora ti attende una grande giornata», penso tra me. Già, perché il dodici settembre a “St. Mary’s” - la mia parrocchia - si celebra la “Church Feast”: migliaia di pellegrini da tutta l’isola a rendere omaggio to our Lady of Matara . E per formare una diocesi si riuniscono città anche molto distanti tra loro: Galle, la sede del mio vescovo, è a tre ore e mezza di distanza da Matara (come se avessimo una diocesi foggia-lecce, per intenderci). Non vi aspettate grand hotel o maggiordomi, non vi aspettate nulla di tutto ciò che noi chiamiamo “servizi”, nulla di tutto ciò che ci fa crogiolare nel nostro essere “primo mondo”. Sarà per quelle donne in un negozio di travi malandate, sorridere e tagliarci papaya per farcela assaggiare, lavarci le mani con una bottiglia e darci un fazzoletto sporco e strappato per asciugarci, regalarci la loro bocca sdentata e i loro occhi. Sarà per quei bambini che tutte le mattine affrontano ore di cammino fino a scuola, magari giocherellando tra loro con bacche rubate agli alberi della gomma lungo le strade.

 

Il sorriso dell’accoglienza

SRI LANKA Il sorriso dell’accoglienza Dovevo portare aiuto, ma ho ricevuto molto di più nei miei 21 giorni in Sri Lanka. Desiderosa di "far bene il bene", come diceva il beato Luigi Monza, mi sono spinta più in là nei miei sogni e ho visto l'estremo orizzonte a est delle colonne d'Ercole: un oceano meraviglioso e volti accoglienti ci aspettavano. Matara è stata la nostra casa, la nostra dimora e il rifugio dopo interminabili viaggi su strade dissestate per l'insaziabile voglia dei nostri accompagnatori di farci conoscere molto, il più possibile del Paese nei 21 giorni a disposizione. Sono iscritta alla facoltà di Scienze della formazione e studio in particolare Educazione degli adulti, eppure non mi sono mai sentita così poco adeguata in certe occasioni e non ho mai realizzato così profondamente quanto le qualità umane siano strettamente connesse alla teoria che studiamo sui nostri libri. E poi ancora, case famiglia, conventi, città, luoghi di culto e i progetti iniziati dall'Università che in noi aveva creduto, sperimentando la bellezza dell'accoglienza nella quale un sorriso veniva sempre accompagnato da una tazza di tè e qualcosa in più della cultura da apprendere. Come dimenticare la numerosa comunità di Beach Road a Matara, tutti i piccoli manlì ("fratelli" più piccoli) nelle scuole, le donne dell'itipanda (candele), i collaboratori di Father compresi i ragazzi della parrocchia? Ripensandoci, probabilmente ci sarebbero tanti altri appuntamenti che non mancherei ma sono contenta di non aver mancato le occasioni più significative per me e, credo, anche per chi si trovasse dall'altra parte a ricevere anche solo un sorriso, un saluto e un'attenzione da parte di una cittadina del mondo.

 

Donna Africa e i suoi figli

Sono stata allieva di chi sa che cooperare significa lavorare sulle piccole storie di coloro che guideranno domani questo continente. Come una bimba che si affaccia per la prima volta alla finestra del mondo, tutto sembrava raccontarmi di sé. E se il "taxi" si chiamasse boda-boda e fosse una moto o una bicicletta? O il "pullman di città" fosse un furgoncino ( matato) con dentro molti sedili, persino comodi, anche se stretti in poco spazio? Sono i dettagli che compongono le differenze, anche quelle macroscopiche. Bombardata sui canali tv da una pubblicità che ostenta necessità occidentali, qui molta gente possiede il cellulare ed è iscritta a Facebook anche se, spesso, vive in una baracca e, qualche volta, salta i pasti. Altre volte sembra una roccia, dentro occhi ostinati di ragazzi che vogliono vedere il mondo, pronti a partire per posti che non sanno immaginare, col dolore di chi non vorrebbe, ma sente di doverlo fare. E noi, dall'altra parte, che lo dimentichiamo per distrazione nostra o perché, nella generazione che ci precede, troppo spesso manca la consapevolezza della responsabilità che grava sulle sue spalle. Contatto con pazienti, con medici, con studenti più grandi; con la stanchezza di una giornata interminabile senza pranzo e la soddisfazione di sentire di aver imparato qualcosa.

 

Matara, la forza dell’educazione

Un’esperienza che mi ha fatto incontrare le cose vere 15 settembre 2010 di Francesca Mercurio * Aveva ragione mia mamma, parafrasando Oscar Wilde prima della mia partenza: «Le cose vere della vita non si studiano né si imparano ma si incontrano». Accompagnati in ogni passo dalla presenza paterna e lungimirante di Father Charles Hewawasam, parroco di Matara, e di tutta la sua comunità, in punta di piedi ci siamo pian piano ambientati cercando sempre di entrare in contatto con più gente possibile. Ed è in quest’ultima attività soprattutto che io e la mia compagna di viaggio Claudia ci siamo più dilettate stringendo amicizie con le ragazze del posto: abbiamo imparato a fare ogni tipo di candela ma, cosa ben più importante, è li che abbiamo “incontrato le cose vere della vita”. Non dimenticherò la generosità di quelle ragazze i cui nomi sono oggi ben impressi nella mia mente, l’ingenuità dei loro sguardi e la curiosità nei nostri confronti; non scorderò la loro accoglienza, la tenerezza dei loro gesti e la forza di vivere da loro dimostrata. Ed è questo insegnamento, insieme a molti altri, che mi sono portata dallo Sri Lanka e che condivido ogni volta con chi mi chiede di raccontare il mio viaggio. E grazie a chi, compagna di viaggio, è diventata amica cara e fidata perché le cose belle lo sono ancora di più se condivise con qualcuno. anni, di Cassano Murge (Ba), ultimo anno di Scienze della formazione - collegio Paolo VI Con lei, Claudia Schirru , 22 anni di Oristano, secondo anno della laurea specialistica in Scienze politiche #charity_work_program_2010 Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Un camice rosso di terra

Al confine sottile, ma ben demarcato, tra volontariato e professione, nelle mani bianche o nere dei dottori e gli infermieri che mi guidano, poco alla volta scopro di quali ingredienti ho bisogno per essere un medico 15 settembre 2010 di Martina Montagna * Avrei rubato tutto. Abbandono il mio proposito di documentare e abbasso le armi - la penna, l’obiettivo, la voce, le mie categorie poco allenate – e provo ad ascoltare questa terra che mi chiede di capire, prima che di trattenere. Almeno, il pezzetto che ho incontrato io. Una delle prime cose che penso, appena arrivata, è che trovo difficile distinguere tra di loro questi visi così scuri; un giorno, passeggiando, Pauline mi confida che secondo lei i bianchi si assomigliano tutti. Così, di tutto quello che ho visto, toccato, ascoltato, ciò che ha cambiato, sottilmente, la mia gravità, sono le persone che ho incontrato in Uganda, e le loro storie. A Daniela, radiologa di Milano che lavora a Kampala da un anno, domando quanto sia pesante il camice che indossa lei, che conosce quanto sarebbe tutto più semplice con una sola angiografia, una sola Tac, un farmaco un po’ più efficace. Al confine sottile, ma ben demarcato, tra volontariato e professione, nelle mani bianche o nere dei dottori e gli infermieri che mi guidano, poco alla volta scopro di quali ingredienti ho bisogno per essere un medico. E a mani nude tocco la responsabilità di conoscere : una valigetta da dottore, che non è altro che una elegante appendice se non viene aperta, usata, arricchita, amata.

 

Bala Vikasa, solidarietà sostenibile

All’aeroporto di Hyderabad, capitale dello stato dell’Andhra Pradesh, mi attende l’autista del Bala Vikasa, l’Ong presso cui Alessandro, il mio compagno di viaggio, e io trascorreremo tre settimane come volontari. In questi sette giorni frequento un corso che insegna ai vari partecipanti a stendere progetti di sviluppo che siano sostenibili, che coinvolgano le comunità locale e che abbiano successo. Dai loro racconti capisco che le difficoltà che affrontano quotidianamente sono molte, ma nonostante ciò tutti loro hanno la forza, la volontà e la voglia di continuare a imparare per migliorare i propri paesi e aiutare la propria gente. Al termine del corso mi rimangono due settimane, che trascorro andando alla scoperta della vera India, quella dei villaggi senza elettricità, delle scuole affollate di bambini e dei coloratissimi sari delle donne che fanno chilometri e chilometri per recarsi al pozzo più vicino. Oltre al numero di persone e di villaggi che ha potuto aiutare, ciò che più mi ha impressionato del Bala Vikasa è stato il suo modo di operare. È solo affidando ai locali la possibilità di essere padroni del proprio futuro che si può davvero sperare in piccoli, ma costanti e significativi passi in avanti. anni di Cavernago (Bg), primo anno della laurea specialistica in Politiche Europee e Internazionali, facoltà di Scienze Politiche - Collegio Marianum #charity_work_program_2010 Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Honduras, a scuola on the road

UCSC CHARITY WORK PROGRAM 2010 Honduras, a scuola on the road Nel paese centro-americano la vita scorre tra i due lati della strada, fra bambini abbandonati alla fame e alla malavita e ragazzi a cui è restituita la speranza. è il libro di testo su cui ho passato la mia estate 13 settembre 2010 di Simone D’Avvocato * I bambini, la strada, la vita senza artifici: tre espressioni per dire Honduras e raccontare la mia esperienza di volontariato. Un tuffo in una realtà sconquassata e spigolosa, vissuta e assorbita attraverso la gioia di vivere dei bambini della Fondazione “Sampedrana del niño”, che mi hanno accolto come un fratello da introdurre alla conoscenza della strada, delle sue insidie e del modo di aggirarle. Sì, perché dall’altra parte del globo la strada è più di una semplice metafora della vita: è il set principale che, da sfondo e scenografia, si trasforma in protagonista. I bambini con la semplicità, la purezza e la chiarezza dei saggi, oltre che con le loro poche parole, mi hanno fatto incontrare la trasparenza dell’essenziale, forti della consapevolezza della fortuna di essere finiti dalla parte buona della strada, quella della scuola e dell’educazione. Soprattutto se rapportata alla povertà drammatica di chi resta dall’altra parte della strada, con le mani vuote di cibo ma piene di disperazione e con la triste probabilità di finire nella rete della droga e delle armi fornite dalle tante Maras , le gang che si spartiscono il territorio. Ho avuto l’onore di affiancare i volontari della fondazione Sampedrana del niño, che lavorano per offrire a quelle straordinarie creature più che una speranza, una possibilità concreta, un’alternativa di vita dignitosa a una miserabile e disumana che per i più è la norma.

 

Dove i medici si prendono cura

UGANDA Dove i medici si prendono cura Ho vissuto l’ospedale di Kampala come medico e ho sperimentato una medicina “totale”, una disciplina “fisica” affidata più alle proprie percezioni che a una batteria impersonale di esami. Non teme il peso della fatica del lavoro né i sacrifici che dovrà affrontare, ma orgoglioso e desideroso di riscatto guarda avanti senza timore vedendo la strada e misurando la lunghezza dei propri passi. Un popolo che custodisce e protegge i propri figli, come una madre affettuosa, investendo con fiducia su di essi e pronto a qualsiasi sacrificio per permettere loro un futuro migliore. Questa è l’Africa che ho conosciuto e vissuto, l’Africa di Luzira, un quartiere della capitale Kampala, dove dalla missione di padre John Scalabrini si dirama un mondo di iniziative e attività volte alla rivalutazione della regione africana. Ho vissuto l’ospedale da medico, non più da semplice studente, e per la prima volta ho provato il senso di responsabilità che comporta dover prendere decisioni, e nella nostra esperienza è capitato anche in occasione di situazioni critiche e di emergenza. Ho lasciato quella terra col desiderio di ritornare, di riprovare quelle esperienze, di sentire di nuovo quelle emozioni così forti e contrastanti, di percepire di nuovo il valore della vita e di come ogni giorno ci si ostini contro tutto a difenderla. Oppure puoi rimanere affascinato dalla cultura, dal loro orgoglio, dagli occhi dei bambini che pur senza giocattoli o vestiti puliti corrono sempre felici, dalla loro forza interiore che li porta a vivere e ad affrontare senza paura qualsiasi esperienza.

 

Apprendisti medici in missione

La storia di Danilo e Ilaria 18 ottobre 2010 di Danilo Pagliari * Siamo partiti sapendo già di non partecipare a una vacanza o a fare del turismo. Siamo partiti, io, Biagio e Ilaria, con tanta voglia di conoscere e con tanta voglia di poter aiutare, come meglio avremmo potuto, gli abitanti di Sambù, villaggio situato nella fitta giungla della regione del Darién, ai confini con la Colombia. Decidere di utilizzare le mie uniche tre settimane di vacanza estiva, subito dopo gli esami di luglio e subito prima di quelli di settembre-ottobre, non è stata una scelta facile, e sapevo a cosa andavo incontro. Il viaggio di andata, via mare, è durato un giorno intero con una prima parte di automobile e due lunghe traversate nell’oceano Pacifico a bordo di piccole barchette. Grazie alla presenza della chiesa, alle sue attività giornaliere e alla sua continua opera di evangelizzazione, a Sambù si annuncia che c’è una maniera diversa di vivere, si condividono valori, si fa crescere un’etica dei comportamenti, del lavoro e della concezione dell’uomo e della donna. La medicina accanto all’uomo, questa è la migliore cura che si può dare ai nostri pazienti, e in luoghi come Sambù, spesso vi si riesce meglio rispetto a qualsiasi altro centro di avanguardia del mondo modernizzato. Quando lasci, anche se per poco tempo, tutto quello che hai per dedicarti agli altri, allora capisci il valore delle cose: vedi il mondo con occhi diversi e scopri che il bello della vita è proprio nelle piccole cose di tutti i giorni.

 

Alla ricerca dell’Ubuntu

Così andare in Africa, per me giovane studente del terzo anno di medicina, fino ad aprile sembrava niente di più che un sogno; eppure basta cogliere l’occasione giusta, chiudere gli occhi, compiere quel fatidico passo che dà inizio all’avventura, per ritrovarsi in Uganda, nel cuore del continente africano. Il rischio che viviamo nell’università di oggi è di vivere una vita scandita dal calendario accademico, da esami e fughe in libreria; ma l’università non è solo questo, non è un mero esamificio, bensì un tempo di crescita e di formazione soprattutto umana. L’esperienza di tre settimane proposta dal Cesi è una di queste, un punto di partenza almeno, un’occasione di crescita e di vita vissuta e non solo studiata sui libri. Il personale altamente qualificato dell’ospedale ci accompagna sempre, ci istruisce sulle più comuni malattie locali e su quelle meno comuni che ci troviamo davanti; cerca di mostrarci tutto il possibile e soprattutto la medicina, quella vera dei reparti, della pratica più che dei libri. L’impatto è duro: lavorare in un ambiente dove la pratica è tutto per mancanza di mezzi e soprattutto di fondi, con il proprio bagaglio che è ancora la medicina delle definizioni, è davvero difficile. Vedere dal vivo pazienti con patologie non comuni in Occidente, entrare in diretto contatto con il problema dell’Hiv osservando come viene affrontato dal punto di vista umano oltre che professionale, doversi mettere in gioco direttamente supportando i medici di turno durante le emergenze è un’esperienza non facile da dimenticare. Ero partito alla ricerca dell’Ubuntu, termine zulu che indica un'ideologia dell'Africa sub-Sahariana che si focalizza sulla lealtà e sulle relazioni reciproche delle persone; indica "benevolenza verso il prossimo"; una regola di vita, basata sulla compassione, il rispetto dell'altro.

 

L’Ong che semina speranza

INDIA L’Ong che semina speranza Bala Vikasa opera nella zona poverissima dell’Andra Pradesh con una formula vincente: microcredito, corsi di scrittura, educazione sanitaria. Un lavoro che promuove sviluppo tra persone piene di dignità 15 settembre 2010 di Sara Caputo * 23.30, Warangal. A bordo di un taxi decisamente economico (un Ape giallo Piaggio senza porte), si intravedono delle luci dagli edifici circostanti; alcune saracinesche sono ancora alzate: donne, sedute per terra, con i loro sari variopinti, instancabili, tessono. Ho ascoltato storie difficili e coraggiose, esistenze basate sul lavoro duro, che si accontentano di 60 rupie al giorno (un euro circa) e hanno anche la forza di donare parte dei loro guadagni. Abbiamo avuto l’opportunità di seguire lezioni interattive e coinvolgenti in cui ci siamo confrontati con il sistema delle Ong. Uomini e donne dai 20 ai 60 anni provenienti da Sri Lanka, Nepal, Canada, Afghanistan, Cambogia, Etiopia e Tanzania si sono confrontati quotidianamente per un meraviglioso scambio di esperienze e conoscenza. La loro formula risulta vincente: il microcredito permette alle famiglie di costituire micro business, i corsi di scrittura formano chi è nato in una cultura esclusivamente orale, gli insegnamenti per l’educazione alla sanità e all’igiene sono la base per promuovere lo sviluppo di queste genti. Porto con me la forza e il coraggio di lottare di tutte le persone che ho incontrato e il loro immenso slancio emotivo.

 

Brasile, i poveri sulla cattedra

È in quel momento che ti rendi conto di come la vita ti stia passando davanti, come la pellicola di un film, e di quanto labile sia il confine fra l’essere spettatore e il farsi attore. Tabatinga è una cittadina di circa 40.000 anime nello stato di Amazonas, che fa parte del cosiddetto “triangolo amazzonico” che sfiora le terre del Brasile, della Colombia e del Perù. Abbiamo fatto visita alle famiglie di alcuni “bairros” della città e, sebbene la lingua sia stata una barriera piuttosto alta, non è stato difficile leggere negli occhi, provati e stanchi ma sempre disposti a regalare emozioni, delle persone che abbiamo incontrato. Uomini e donne costretti a vivere in condizioni difficilmente definibili umane; persone che, probabilmente, hanno scelto di sfamare i propri figli infrangendo la legge piuttosto che far morire di stenti i piccoli mantenendo la fedina penale pulita. Dai bambini abbiamo imparato, senza retorica, che non si deve dare nulla per scontato e che ciò che conta sono i piccoli gesti, come un abbraccio o una carezza di cui questi piccoli sono affamati. Ci piacerebbe che altri studenti potessero provare quello che abbiamo vissuto perché è un’esperienza di comunità unica, che ci ha permesso di guardare gli altri e noi stesse, finalmente, con la nostra lente speciale. Carlotta Tedesco, 21 anni, primo anno della laurea magistrale in Management d'impresa, facoltà di Economia, sede di Milano, collegio San Luca - Barelli; Sabrina D'Angelo, 22 anni, secondo anno di Infermieristica - sede di Roma, collegio San Luca - Barelli #charity_work_program_2010 Facebook Twitter Send by mail Print.

 
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