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Oh vita, miracolo tra le mani

Il padre ha voluto dargli il nome del babbo della futura dottoressa, che adesso, attraverso quegli occhietti, ha portato un pezzo di Africa nel suo cuore. L’emozione più grande che ho provato è stata far partorire un bellissimo bambino da sola, avere avuto la possibilità di aiutare nel dare alla luce un bambino. Io sono rimasta a bocca aperta, non ci volevo credere, mi si è sciolto il cuore al sentire quelle parole e da allora ogni settimana mi sento con la mamma che mi manda delle foto del piccolo Paulo che cresce, e mi chiamano “auntie Fede”. Questo è ciò che può accadere in Africa, un’emozione speciale e unica che ti rimane nel cuore per sempre. Tra le cose che più mi mancheranno ci sono i bambini con quegli occhietti sempre così genuinamente sorridenti, che con i loro abbracci mi trasmettevano tutto l'affetto del mondo, il loro essere felici semplicemente vedendomi e il loro chiamarmi "muzngu” (uomo europeo). Quello che so è che l'Africa mi ha cambiata profondamente, che mi ha lasciato un segno indelebile, che mi porterò per sempre nel cuore e di cui farò tesoro per migliorare me stessa. Di una cosa sono certa, che ci ritornerò appena potrò, perché le emozioni che ho provato lì non le avevo mai provate prima.

 

Albania, tra matrimoni e business plan

Charity Work Program Albania, tra matrimoni e business plan Quello di Carlos , dottorando in Economia, è stato un Charity Work Program del tutto particolare, alla scoperta di un Paese tutto da conoscere nei suoi risvolti sociali, politici, culturali ed economici. ottobre 2018 di Carlos Cañizares * Sono stati due mesi fantastici quelli trascorsi in Albania insieme al Vis, la Ong legata ai Salesiani. In Albania, insieme all’altra studentessa del mio programma, Carolina, abbiamo realizzato principalmente tutorial per lo staff del Vis di business plan, e abbiamo creato due database per gestire le loro informazioni, uno di informazione quantitativa generale e l’altro delle risorse umane. Abbiamo fatto una presentazione nei tre uffici che Visa ha in Albania, per poi andare sul campo per capire cosa potessimo fare per loro nel modo più utile: una specie di lavoro di consulenza. È stato estremamente gratificante la gratitudine di tutti gli operatori della Ong, sia staff che manager, per il lavoro fatto. Il nostro servizio di volontariato è stato anche l’occasione per conoscere un Paese sconosciuto dal punto di vista turistico e ambientale. Gli studenti beneficiano della possibilit‡ di vivere uníesperienza di volontariato internazionale in strutture situate in Paesi Emergenti e in via di Sviluppo.

 

Uno sguardo sincero sul mondo

Charity Work Program Uno sguardo sincero sul mondo È quello che ha donato l’esperienza del Charity Work Program in Uganda ad Alessandro , studente di Medicina. Un Paese dove la terra è rossa, la gente è povera e ride, soffre ma accoglie coraggiosa la malattia e vede il camice bianco come un dono del cielo. ottobre 2018 di Alessandro Petrecca * In Uganda la terra è rossa, la gente scalza e l’aria piena di polvere. Le ruote sussultano sopra le strade di Kampala e sfilano disordinate tra la folla, troppe auto e tantissime moto, così tante che ti ritrovi circondato ed improvvisamente imbottigliato in un traffico scomposto, che fa a pugni per sbrigliarsi e spingersi in avanti. In Uganda la gente è povera e ride, ti guarda mentre passi, osserva come sei vestito, il mondo diverso dal quale vieni, ma non è invidiosa, anzi ti accetta, ti saluta, ti apprezza. In Uganda la gente è coraggiosa, vive la malattia come una battaglia, la guarigione come una salvezza, il tuo camice bianco come un dono dal cielo. In Uganda mi sono ritrovato spettatore di una realtà che non mi apparteneva, ma che ho imparato a sentire mia, di un popolo sconosciuto, che mi ha amorevolmente accolto, di un’umanità senza interessi, che mi ha regalato uno sguardo più sincero per vedere il mondo.

 

Camerun, differenze da abbracciare

La primissima cosa che capisci (e a cui devi necessariamente fare l’abitudine) è che passare del tempo in Africa vuol dire vedere i tuoi schemi mentali, alcuni dei quali frutto di pregiudizi, completamente ribaltati “a tuo sfavore”. Mentre la strada scorreva sotto al nostro pick-up e il buio ci avvolgeva, tutto ciò che riuscivamo a distinguere erano i primi odori d’Africa: solo il mattino del giorno dopo ci avrebbe regalato colori intensi e vivaci, capaci di dare una personalità frizzante e pittoresca al paesaggio. L’impatto con questo Paese non è stato semplice: ci siamo subito scontrate con le diversità e con la sensazione di sentirci estranee. È la legge del contrappasso che colpisce ogni bianco, in queste situazioni: diventa egli stesso minoranza in una società di “uguali”, oggetto di mille occhi puntati addosso. Nei supermercati, per le strade, nei comportamenti delle persone: in noi prevaleva più la consapevolezza delle differenze che delle somiglianze rispetto alla nostra realtà. Bisogna sapere che per delle persone costrette in luoghi chiusi tutto il giorno, avere dei contatti con delle persone diverse e poterci parlare sono una bellissima opportunità oltre che un momento di svago. Nel nostro Charity Work Progra m abbiamo cercato di metterci in gioco completamente e, un po’ alla volta, la realtà, che ci sembrava così distante, è diventata familiare.

 

Medico e uomo crescono insieme

dicembre 2017 di Daniele Di Natale * Ricorderò sempre con grande emozione ogni singolo momento, ricreativo e non, di questa esperienza in Uganda. Il Charity Work Program è senza dubbio un'occasione di crescita professionale e ancor di più personale, qualcosa che dovremmo fare tutti almeno una volta nella vita per apprezzare la diversità e le ricchezze di un contesto a noi totalmente estraneo. L’edizione 2017 ha coinvolto 45 studenti che hanno preso parte a diciassette progetti situati in Bolivia, Brasile, Camerun, Etiopia, Filippine, Ghana, Kenya, Madagascar, Perù, Senegal, Sri Lanka, Terra Santa e Uganda. Scopri la scheda del progetto in Uganda .

 

Charity Work Program, le new entry

centro d'ateneo per la solidarietà Charity Work Program, le new entry Sono Albania , Eritrea e Zambia le nuove destinazioni del programma di volontariato nei Paesi emergenti e in via di sviluppo promosso dal Cesi. giugno 2018 Sono più di cinquanta gli studenti che la prossima estate scriveranno una voce nuova nel proprio Cv grazie al Charity Work Program . Non è un caso che nel corso degli anni il Charity sia stato modulato in modo da rappresentare un percorso sempre più coerente con gli studi: numerose destinazioni sono aperte infatti solo a studenti di determinate facoltà, privilegiando percorsi ad hoc sulle discipline insegnate in Ateneo. Mentre prosegue l’allargamento del programma anche a neolaureati e iscritti a master, dottorati e scuole di specializzazione, il Charity festeggia il suo decimo compleanno con nuove destinazioni e nuove partnership con Ong e Onlus che lavorano in Africa, Asia e Sud America. Ventidue progetti in 17 Paesi ospiteranno gli studenti che, grazie alle scholarship della durata di 3 – 8 settimane, potranno vivere la loro esperienza di volontariato in Albania, Bolivia, Brasile, Camerun, Etiopia, Eritrea, Ghana, Guatemala, India, Kenya, Madagascar, Messico, Senegal, Tanzania, Terra Santa, Zambia e Uganda. Il progetto in Albania della Ong Volontariato Internazionale allo Sviluppo (Vis) e riservato a studenti, laureati e iscritti a master o scuole di dottorato della facoltà di Economia, coinvolgerà gli studenti in diverse attività volte a contrastare il fenomeno dell’emigrazione giovanile attraverso la promozione del turismo locale. Agli studenti sarà richiesto anche un aiuto nella catalogazione dei preziosi libri conservati presso la biblioteca del Pavoni Social Center che, con i suoi 50mila libri, è attualmente considerata la più prestigiosa dell’Eritrea.

 

Occhi curiosi e pieni di vita

ottobre 2018 di Giulia Gafforio * In un solo giorno sono diventata “ teacher ”, “ best friend ” e ” muzngo ” (uomo bianco) per dei bambini pronti a meravigliarsi per un palloncino che vola o dei fili colorati da intrecciare. Per questo, con le mie due compagne d’avventura Sara e Vera, abbiamo pensato di imparare divertendoci: attraverso semplici canzoni in italiano o in inglese, abbiamo portato un po' di Italia tra i banchi di scuola, imparando insieme le parti del corpo, gli animali o i giorni della settimana. A scuola, come anche presso la fondazione Emmaus dove siamo stati accolti e coccolati per tutta la nostra esperienza di un mese in Uganda, il senso di famiglia, di semplicità e accoglienza sono i pilastri di ogni giornata. Incredibile quanto i ragazzi cerchino un contatto con te: basta una lezione di storia ugandese per diventare motivo di discussione con i più grandi sul sistema politico italiano, mentre ai più piccoli è sufficiente stringere loro la mano, dare il cinque o inventare un saluto personalizzato per renderli felici. Quello che più mi ha colpito e che ancora oggi mi emoziona sono gli occhi dei ragazzi, curiosi e pieni di vita, pronti a cogliere ogni sfaccettatura del mondo che li circonda. Mentre mi preparavo a vivere questa esperienza provavo sensazioni di inadeguatezza che avrebbero lasciato ben presto spazio alla consapevolezza che si sarebbe trattato di uno scambio reciproco. Torno dal mio USCS Charity Program con la consapevolezza del bello, con una gioia che non vedo l’ora di condividere, con la certezza di aver donato un pezzetto di me e la volontà di tornare al più presto sulle immense strade rosse dell’Uganda.

 

Attraversare la sofferenza

Attraversando la periferia della capitale, con lo sguardo atterrito guardavo, attraverso il finestrino, quel susseguirsi di strade non asfaltate e tortuose, di bancarelle strapiene di frutta e verdura, di persone scalze e malvestite, di bambini nudi e trasandati. Non si può comprendere fino in fondo, attraverso uno schermo e vivendo nel benessere e a migliaia di chilometri di distanza, in che condizioni vivono tante povere persone. Tante piccole baracche fatiscenti, quelle che per loro erano case: un'unica stanza che fungeva da cucina, soggiorno, camera da letto, con le pareti fatte di fango e una lamiera come tetto. Ho visto dal vivo diversi casi clinici che prima avevo solo studiato sui libri, e che mai avrei pensato di potere incontrare nella mia carriera. Come dimenticare, non appena varcavo la soglia del cancelletto nero dell’orfanotrofio, quel frastuono di bambini che mi correvano incontro, che s’aggrappavano ai pantaloni, che tentavano quasi di arrampicarsi per potere abbracciarmi per primi? Trasmettevano un bisogno di affetto infinito, contagioso. E poi i disegni con le cannucce, le lettere amorevoli, i braccialetti di lana colorati, la palla fatta di stracci e immondizia, che non si bucava mai. Sono cresciuto tanto, sia a livello personale che professionale. È un’esperienza che ti entra dentro, fino alle ossa, che ti lascia un segno indelebile, che ti cambia in poco tempo e irreversibilmente.

 

In Senegal cercando somiglianze

Charity Work Program In Senegal cercando somiglianze Il progetto di volontariato nella Ong Vis di Valentina , di Scienze politiche, non è stata solo un’esperienza professionalizzante ma una vera e propria lezione di vita. ottobre 2018 di Valentina Filippini * Due mesi di volontariato in una Ong sono un’opportunità senza precedenti per chi studia cooperazione allo sviluppo. Mi ha permesso di vestire per due mesi i panni di chi, da molti anni, ha deciso di dedicare la propria vita a questo lavoro e di capire che era il sentiero che avrei voluto intraprendere in futuro. I nostri compiti, prevalentemente da ufficio, ci hanno permesso di mettere in pratica quanto imparato sul project cycle management e di capire anche cosa serve, oltre alla formazione universitaria, per approcciarsi al mondo del lavoro permettendo così di comprendere cosa portare preziosamente nel mio bagaglio personale. Partendo per un’altra realtà mi sono così confrontata non solo con un mondo diverso, ma ho avuto la possibilità di misurarmi anche con me stessa, ritrovarmi negli sguardi incrociati in questi mesi, nelle strette di mano, nel calore delle persone. Come dice Claudio Magris, “viaggiare è una scuola di umiltà, fa toccare con mano i limiti della propria comprensione, la precarietà degli schemi e degli strumenti con cui una persona o una cultura presumono di capire o giudicano un'altra”. Per i corridoi dell’università mi sentivo però diversa, cresciuta, grata e consapevole di ciò che questo viaggio aveva generato in me. Ho avuto l’occasione di confrontarmi con i nostri compagni di corso, molti dei quali partiti grazie al Charity Work Program per una esperienza all’estero.

 

La collina dell’amore

Invece, noi che fuori dall’Europa non avevamo mai viaggiato, non riuscivamo a immaginarci cosa avremmo trovato in questo barrío della capitale boliviana La Paz. Sapevamo soltanto che saremmo andate dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, sotto l’Equatore e in cima alle Ande. L’impatto all’arrivo è stato forte: nella luce fioca delle sei del mattino riuscivamo a intravedere baracche e case pericolanti, furgoncini (che presto avremmo imparato a chiamare “mini” e “micro”) che si affollavano disordinati per le strade e donne anziane sedute in terra pronte a vendere alimentari e stoffe. I modi simpatici e premurosi di padre Fabio, il parroco della parrocchia dove avremmo alloggiato, e il sorriso di Elsa, la direttrice del centro dove avremmo lavorato, ci hanno però fatto capire che eravamo in buone mani. Presto avremmo anche imparato che la prospettiva migliore per conoscere La Paz non è “al di qua” di un finestrino, ma è dal cassone esterno del pick-up. Ci siamo lasciate coinvolgere in numerose attività della vivace comunità di Munaypata e ci siamo immerse così nella realtà di un luogo tanto povero di beni materiali quanto ricco di tradizioni affascinanti (dalle danze popolari ai costumi tradizionali delle “cholitas”) e di una popolazione dal carattere solare e accogliente. Tra le strade sterrate e sempre in salita di La Paz ho ritrovato le motivazioni più profonde che mi hanno spinta ad intraprendere il mio percorso universitario e ho scoperto in me risorse che non sapevo di avere. Dall’altra parte dell’Oceano, sotto l’Equatore, a 3800 metri di altezza ho vissuto intensamente un insegnamento che sempre porto nel cuore: “Dicono che capendo noi stessi, capiremo meglio gli altri, ma io vi dico, amando gli altri impareremo qualcosa in più su noi stessi.”.

 

Medici in prima linea

dicembre 2017 di Giada Maciocia * Non è stato difficile ambientarsi al BMC, il Benedict Medical Center di Kampala: i medici, le infermiere, gli infermieri, le guardie dell’ospedale, i dirigenti, tutti si sono dimostrati da subito gentili e disponibili. Il BMC è una piccola realtà a Luzira, nella periferia di Kampala: è un piccolo centro, con enormi potenzialità e un grande margine di miglioramento ma molto limitato se confrontato agli ospedali a cui siamo abituati. Come struttura ospedaliera riesce a gestire semplici casi in emergenza, un buon numero di casi ambulatoriali ed è un centro di riferimento per la gente del posto, specialmente per le piccole emergenze. Ho imparato in tre settimane di collaborazione con i medici del BMC molto di più di quello che si può apprendere in un anno intero di tirocinio obbligatorio nei reparti dei nostri ospedali. Ogni popolo, così come gli Ugandesi, deve essere rispettato per le sue particolarità, le sue stranezze e le sue difficoltà: ho visto la bellezza del diverso, dell’inconcepibile, dell’inaccettabile secondo i canoni della cultura occidentale e non ho mai pensato che certe cose dovessero essere stravolte. C’è molto da costruire ma c’è anche più di quello che mi aspettavo: l’Uganda sta crescendo, la popolazione è attiva e dinamica ma il divario sociale ed economico tra le varie classi sociali è ancora un problema da risolvere. Il Charity Work Program mi ha dato la possibilità di collaborare con medici, infermieri, personale sanitario, drivers e amministratori: ognuno di loro si impegna ogni giorno per fare il meglio che può con i mezzi a propria disposizione.

 

La gioia travolgente dei bambini

Charity Work Program La gioia travolgente dei bambini L’ha sperimentata Alice , neolaureata in Scienze linguistiche, nel suo Charity Work Program in Madagascar, tra una moltitudine di bimbi dell’Orphelinat Catholique, il più grande orfanotrofio del Paese. ottobre 2018 di Alice Bedogni * È un’esperienza straordinaria quella che l’Università Cattolica mi ha dato l’opportunità di vivere all’indomani della mia laurea magistrale. Con il cuore ricco d’emozione e la testa piena di domande sul delinearsi del mio futuro al di fuori del mondo universitario, sono partita per l’Isola Rossa insieme a Francesca, studentessa nella mia stessa facoltà. La nostra esperienza di servizio si è svolta presso l’Orphelinat Catholique di Fianarantsoa, il primo orfanotrofio del Madagascar per dimensioni e numero di bambini che vi abitano (più di 200). La gioia di questi bambini di incontrarci per la prima volta può averci fatto credere che la nostra presenza lì fosse un dono per loro: col passare dei giorni, in realtà, ci siamo rese conto di quanto siano stati loro ad arricchire noi più di quanto avremmo mai immaginato. Stare insieme a questi bambini mi ha ricordato l’importanza di sapersi prendere cura di qualcuno che non ha che te, l’importanza di spendere giornate intere a giocare rimandando qualsiasi altra impellenza. Come spesso accade a chi ha la fortuna di trascorrere le proprie giornate insieme ai bambini, anche io ho gustato la bellezza di farli felici con poco, anche solo prendendoli in braccio o giocando a tenere un pupazzetto sulla testa.

 

Il dono della terra da alegria

charity work program Il dono della terra da alegria A Canavieiras, nella scuola materna “Giardino degli Angeli”, hanno visto il confine tra la ricchezza della città e la povertà delle favelas. Appena arrivate in Brasile siamo state travolte da un’atmosfera di gioia, dalla musica che risuonava alta in ogni angolo delle strade, dai colori accesi dei paesaggi e dall’accoglienza e dalla vivacità delle persone. Da 13 anni donano speranza ai bambini più bisognosi, trasmettendo loro importanti valori quali l’amore, l’amicizia, il rispetto, l’importanza dello studio e infondendo loro la consapevolezza di poter aspirare a un futuro migliore. Le nostre giornate iniziavano con le travolgenti grida, i baci e gli abbracci dei bambini della creche (dai 3 ai 6 anni), che accompagnavamo nelle attività quotidiane: disegnare, colorare, scrivere e contare; giocare in giardino; fare il bagnetto e il riposino pomeridiano. Abbiamo conosciuto famiglie allargate, ragazze, nostre coetanee, già madri di più figli, sorelle che devono prendersi cura di molti fratelli, madri e figli abbandonati dai padri, padri morti a causa della droga, una grande piaga di questo Paese. Abbiamo vissuto il Brasile a 360 gradi: grazie ad Alessandro e Regina, durante i fine settimana non sono mancate gite in barca alla scoperta delle foreste di mangrovie, giornate al mare, momenti di svago alle feste di paese e di condivisione e scambio delle proprie tradizioni culinarie e culturali. Di certo il Brasile è un Paese che ha tanta strada da percorrere in termini di emancipazione femminile, qualità dell’educazione e condizioni di vita, ma non per quanto riguarda l’ospitalità e l’accoglienza dei suoi cittadini.

 

In Camerun tra i minori detenuti

charity work program In Camerun tra i minori detenuti Giulia e una sua compagna di Scienze politiche e sociali nel Charity Work Program hanno affiancato le ragazze del servizio civile in attività di alfabetizzazione nelle carceri. Tanto più che ogni Stato africano porta con sé caratteristiche e contraddizioni che lo differenziano dagli altri di questo grande continente. Io e la mia compagna di viaggio siamo state accolte nella comunità del Centro orientamento educativo (COE) , nella sede di Mbalmayo, distante una trentina di chilometri dalla capitale Yaoundé. In questo caso la nostra presenza era più che altro di osservatrici, ma è stato molto interessante capire come funziona il sistema giudiziario camerunense e le categorie di reati che vengono commessi più frequentemente. Oltre alle attività legate al carcere, abbiamo avuto anche la fortuna di partecipare ad alcune iniziative promosse dall’ospedale Saint Luc del COE. Un sabato mattina siamo partiti presto con il pick-up per raggiungere Ndele, un piccolo villaggio immerso nella foresta equatoriale, dove è presente un dispensario ormai poco funzionante. Durante queste giornate l’ospedale offre consultazioni mediche gratuite e farmaci a costi ridotti per coloro che vivono lontano dai centri abitati e che faticano a farsi carico delle spese mediche. Ogni persona incontrata ha aggiunto un pezzettino del puzzle che sto cercando di terminare ora che sono tornata, ma che rimarrà necessariamente incompleto perché è presuntuoso pensare di conoscere totalmente una realtà così variegata e ricca di sfumature.

 

La gioia di scoprirsi hermana

Sarebbe stata sufficiente qualche raccomandazione per il freddo dei 3640 metri della città di La Paz. Contrariamente alle aspettative che facevano pensare a un impatto a zero gradi, io e Clara, la mia compagna di avventure, siamo state accolte da quattro gradi: due per ciascuna. Durante il tragitto per arrivare alla parrocchia di Munaypata dove saremmo stati ospiti, i nostri occhi continuavano a muoversi rapidamente a destra e sinistra, nel timore di farsi sfuggire anche una sola istantanea di quella realtà a primo impatto così diversa dalla nostra. Man mano che la nostra esperienza proseguiva, mi sono resa conto che le storie di vita dei piccoli che incontravamo si ripetevano: genitori fisicamente ed emotivamente assenti, denutrizione e problemi di salute erano costanti di gravità variabile. Eppure, o forse proprio per questo, ognuno di loro mi ha saputo trasmettere la gioia del portare a casa un pezzo di pane o avere un paio di calze quando il freddo si impadronisce delle strade e delle case. Sono stata anche insignita del titolo di “hermana”: mentre a loro lasciavo la rassicurazione di essere una “suora in borghese” come tante del luogo, tenevo per me la felicità di essere semplicemente la loro sorella maggiore. Grazie al Charity Work Program perché in tempi di incertezze e paura del futuro, avere la possibilità di fare simili esperienze aiuta i giovani a porsi obiettivi e a credere nella possibilità di impiegare in modo utile la propria vita. Ma soprattutto grazie a ogni bambino incontrato per avermi trasmesso gioia, serenità e spensieratezza, per avermi aiutato a riflettere e per avermi dato una conferma sul percorso professionale che ho deciso di intraprendere.

 

Virginia: terra rossa, camice bianco

Un rosario di emozioni di fronte alla vita e alla morte, alla povertà e alla bontà di un popolo che ti fa sempre sentire a casa. È la frase che mi ripeto ogni volta che noto che nel posto in cui vivo, tra le persone che conosco, è rimasto tutto esattamente come prima che partissi, mentre io mi trovo a scontrarmi con un grande vuoto interiore misto a un’inspiegabile energia. La mancanza di sicurezza è tale che una donna che torni a casa al crepuscolo venga derubata e violentata; l’indigenza economica non permette ai pazienti di sostenere le spese terapeutiche per malattie quali l’ipertensione e il diabete o per una radiografia a seguito di un trauma. Spesso ho reagito male e chi mi stava accanto leggeva la rabbia e l’inquietudine sul mio volto, al punto che mi è stato detto che non ero ancora familiar with death and difficulties, cioè non avvezza né alla morte né alle difficoltà. Fin da subito ho capito che per loro non era ammissibile che io, mzungu, in salute e con tutti gli strumenti per realizzarmi a livello personale e professionale (sebbene a 24 anni fossi ancora inspiegabilmente senza prole!) potessi mostrarmi ogni tanto pensierosa, con uno sguardo assorto e interpretabile come malinconico. Questo ha reso possibile ciò che si è verificato inevitabilmente: che mi svegliassi la mattina appagata e vitale, pronta ad affrontare una nuova giornata, con la piacevole sensazione di non essere un ospite in una terra straniera ma di essere a Casa. Oggi sono a Roma, nella mia città natale, con la mia famiglia e i miei amici ma il mio cuore è a Kampala, nel sorriso dei bambini, negli occhi stanchi degli anziani e nella terra rossa che mi sporca il camice bianco.

 

Charity, un'esplosione di vita

Charity Work Program Charity, un'esplosione di vita Grazie al Charity Work Program , 54 studenti hanno vestito i panni di volontari in 20 Paesi e quattro continenti. Dai loro racconti emerge che è molto di più quanto hanno ricevuto di quanto hanno donato, con un arricchimento anche sul piano professionale. A spiegarlo sono alcuni degli studenti che hanno vissuto la scorsa estate l’esperienza del Charity Work Program, accogliendo la proposta del Centro di Ateneo per la solidarietà internazionale (Cesi). Nei loro racconti, che pubblichiamo in questa pagina, emerge, come un filo rosso, la certezza di aver ricevuto molto di più di quanto hanno donato e di essere tornati nel nostro Paese cambiati. Il Charity Work Program è promosso dal Cesi e che, grazie a fondi dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e dell’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori, offre l’opportunità di vivere un’esperienza di volontariato nei Paesi in via di sviluppo ed emergenti in cui l’Ateneo ha all’attivo partnership e collaborazioni. Lo dimostra l’aumento nel corso degli anni sia delle scholarship sia delle richieste di partecipazione degli studenti: nel 2018 hanno preso parte alle selezioni 275 studenti provenienti da tutte le facoltà e da tutte le sedi dell’Università Cattolica, con un incremento pari al 18% rispetto all’edizione dello scorso anno. Il programma, oltre a rappresentare un’esperienza altamente formativa dal punto di vista della crescita personale, è stato modulato in modo da fornire un percorso coerente con gli studi: numerose destinazioni sono aperte solo a studenti di determinate facoltà, privilegiando percorsi ad hoc sulle discipline insegnate in Ateneo.

 

La cultura, un valore da tessere

Charity Work Program La cultura, un valore da tessere Eleonora , studentessa di Cooperazione allo sviluppo, nel suo Charity Work Program in Bolivia ha lavorato alla promozione dei tessuti locali prodotti da una trentina di gruppi artigiani composti soprattutto da donne. ottobre 2018 di Eleonora Silvestroni * Rafforzare le capacita delle numerose associazioni di artigiani boliviani, promuovendo soprattutto l’identità culturale di questo tipo di artigianato e la produzione tessile tradizionale. Nello specifico io e Lucrezia Lanza siamo state inserite all’interno dell’organizzazione ComArt, che collabora con circa 30 di questi gruppi artigiani, composti prevalentemente da donne, ognuno caratterizzato dalla propria antica tecnica produttiva tramite la quale realizza prodotti unici nel loro genere. Siamo da subito state accolte con grande calore da tutti e sin dalla prima settimana ci siamo impegnate nella promozione, tramite i canali social di ComArt, di questi splendidi lavori artigianali (capi di abbigliamento di ogni genere, oggettistica, piccoli gioielli e tanto altro). Il cuore del lavoro che quotidianamente le artigiane portano avanti, con grande passione e dedizione, sta tutto nell’importanza che hanno le tecniche tradizionali che cercano di essere tramandate di generazione in generazione dalle tipiche signore boliviane che dedicano la vita a questo mestiere. La produzione di una sciarpa o di un tappeto 100% alpaca o la realizzazione di un paio di pantofole da casa in feltro possono richiedere anche intere giornate di lavoro proprio perché create a mano o tramite l’utilizzo di antichi telai. E stato un vero piacere essere parte di un progetto che crede nell’importanza di valorizzare e modernizzare queste attività, non abbandonando mai un passato, una storia e una cultura che fanno appassionare dal primo momento.

 

Charity, la prima volta in Nepal

CHARITY WORK PROGRAM Charity, la prima volta in Nepal Due nuove destinazioni per il programma di volontariato internazionale: oltre allo Stato himalayano si aggiunge anche la Romania come secondo Paese europeo, per un totale di 21 progetti. In Nepal gli studenti iscritti a un corso di laurea della facoltà di Scienze della Formazione trascorreranno il loro periodo di volontariato presso la Ong Engage. In totale sono più di cinquanta gli studenti che la prossima estate scriveranno una voce nuova nel proprio Cv grazie al Charity Work Program, il programma di volontariato internazionale promosso dal Centro di Ateneo per la Solidarietà internazionale (Cesi) . Un’iniziativa che, grazie al contributo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, dell’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori e ai fondi del 5 per mille, da dieci anni offre l’opportunità di vivere un’esperienza di volontariato in Paesi emergenti e in Via di Sviluppo. Per questo è scelta da un sempre crescente numero di studenti, come emerge dal significativo aumento delle richieste di partecipazione: nel 2018 hanno preso parte alle selezioni 275 studenti provenienti da tutte le facoltà e da tutte le sedi dell’Università Cattolica con un incremento pari al 18% rispetto all’edizione dell’anno precedente. Nel corso degli anni il Charity è stato modulato in modo da rappresentare un percorso sempre più coerente con gli studi: numerose destinazioni sono aperte infatti solo a studenti di determinate facoltà, privilegiando percorsi ad hoc sulle discipline insegnate in Ateneo. charityworkprogram #solidarieta' #volontariato Facebook Twitter Send by mail Print INTERNATIONAL VOLUNTEERING È un programma di Volontariato internazionale rivolto a tutti gli studenti e ai neolaureati dell’Università Cattolica, per tutti gli anni di corso, tutte le facoltà, tutte le sedi.

 

A Korogocho il canto salva il mondo

Dopo aver caricato i numerosi bagagli partiamo alla volta di Alice Village: ci era stato anticipato che il viaggio sarebbe durato un’oretta ma non ci avevano detto che sarebbe stata un’ora carica di emozioni. Lo stile di guida dei kenioti è diverso da quello occidentale e non mi riferisco solo al lato di guida: sorpassi da ogni lato, precedenze inesistenti, traffico difficilmente immaginabile. Alice Village è una casa famiglia a cui vengono affidati bambini e ragazzi che vengono tolti alle famiglie per vari motivi soprattutto legati a problemi economici, di alcool o droga. A metà pomeriggio iniziano ad arrivare i primi ragazzi di ritorno da scuola e così abbiamo la possibilità di iniziare a conoscerli: sicuramente la prima cosa che colpisce è la gioia e la spensieratezza con cui questi ragazzi fanno qualsiasi cosa (tranne i compiti). I giorni successivi visitiamo le due scuole di Twins International nelle baraccopoli di Dandora e Korogocho: l’impatto con le slum è sicuramente molto forte ma l’ospitalità dei maestri e dei bambini ci fa subito sentire a nostro agio. Di giorno in giorno mi diventa evidente che avrei ricevuto più di quanto sarei mai riuscito a donare: nel mio Charity in Kenya tutte le emozioni sono amplificate perché i bambini che incontri, soprattutto nelle baraccopoli, ti insegnano una cosa fondamentale: ciò che conta è l’essenziale. In visita alla scuola di musica di St. John a Korogocho, nella sala prove ci ritroviamo nel mezzo di un gruppo di ragazzi sorridenti e pieni di energia mentre sullo sfondo si può scorgere attraverso una piccola finestra la sagoma della discarica di Dandora.

 

Un’accoglienza tutta brasiliana

Chaity work program Un’accoglienza tutta brasiliana Cecilia , nel suo Charity Work Program a metà tra il tirocinio e il volontariato internazionale, ha portato cinque anni di studi in Psicologia a contatto con le ragazze di una comunità che riabilita dalla dipendenza da alcol e droga. Quante volte le interrompevo per chiedere spiegazioni su alcune parole o frasi o chiedevo di spiegarmi il nome di alcuni oggetti, e ancora oggi mi stupisco di come abbiano sempre risposto col sorriso invece che con l’espressione infastidita che ci si potrebbe aspettare. È stata una grande opportunità, anche dal punto di vista psicologico, poter vivere in prima persona il funzionamento di una comunità terapeutica, comprenderne la metodologia, gli strumenti utilizzati, anche attraverso il dialogo diretto con gli psicologi che lavorano all’interno. Nonostante la loro realtà di vita, la maggior parte delle volte molto fragile e delicata, e i loro trascorsi spesso tutt’altro che positivi, erano persone con cui avevo in comune più di quanto pensassi: in primis la voglia di essere felici, di avere una famiglia, di costruirsi un futuro. Una situazione molto difficile, in cui ho respirato, però, un’aria di felicità e di amore, dal momento che le operatrici erano molto affiatate sia tra di loro sia con i bambini stessi. Le risate, gli scherzi e le battute che accompagnavano gli esercizi erano all’ordine del giorno, proprio perché permettevano di aumentare il loro livello di coinvolgimento e affrontare così gli esercizi al meglio. Giocare con loro, aiutarli a mangiare, riaccompagnarli nelle loro case è stata fonte di grande soddisfazione perché ciò che facevo con loro era qualcosa di veramente utile, fonte di emozioni positive, di cui tutti i bambini hanno bisogno.

 

Charity, la solidarietà fa crescere

charity work program 2017 Charity, la solidarietà fa crescere Tra luglio e ottobre, 45 studenti hanno frequentato, in 17 Paesi in via di Sviluppo, la “scuola” che apre gli occhi sul mondo e fa bene al Cv, come rivelano i racconti di viaggio. Giunto alla sua nona edizione, il programma di volontariato internazionale dell’Università Cattolica ha assegnato 45 scholarship della durata di 3-8 settimane a studenti e a laureati iscritti a dieci delle dodici facoltà dell’Ateneo. Per questo il Charity è stato modulato in modo da fornire un percorso coerente con gli studi: numerose destinazioni sono aperte solo a studenti di specifiche facoltà, privilegiando percorsi collegati alle discipline insegnate in Ateneo. Il Cesi, attraverso il Charity Work Program, ha voluto investire nella cultura della solidarietà, che si caratterizza per essere “contagiosa”, promuovendone la diffusione tra gli studenti delle diverse facoltà dell’Ateneo». Per quanto riguarda Scienze agrarie, alimentari e ambientali era previsto un soggiorno all’Universidad Católica Sedes Sapientiae di Lima all’interno della facoltà di Ingegneria agraria con lo scopo di rispondere alle esigenze di un contesto globalizzato e di soddisfare il crescente sviluppo dell’agricoltura nel Perù. Con l’obiettivo di offrire questa opportunità a un numero sempre maggiore di studenti, quest’anno il Cesi ha promosso, per la prima volta dall’avvio del progetto nel 2009, un’ edizione invernale del Charity Work Program. Nel mese di febbraio 2018 due studentesse iscritte alla facoltà di Scienze della formazione si recheranno a Shire, in Etiopia , dove affiancheranno gli insegnanti della scuola gestita dalla Missione delle Suore della Carità di Santa Giovanna Antida.

 

Africa, la filosofia della semplicità

charity work program Africa, la filosofia della semplicità I bambini della Bishop Cipriano Kihangire Nursery &; Primary School di Kampala hanno posto domande cui Beatrice non poteva rispondere, neanche forte dei miei studi filosofici. ottobre 2017 di Beatrice Pianetta * Dell’Africa sognavo di poter immortalare le strade sterrate di terra rossa, le persone che camminavano e i boda-boda. L'unica cosa che avrei voluto fare era osservare i bambini, i loro occhi e i loro visi, le loro divise, i loro quaderni, la loro disciplina. Ho trovato dei bambini curiosi, entusiasti e consapevoli, in poche lezioni hanno imparato molte parole in italiano e ci hanno fatto mille domande che mi hanno spiazzata. Come Gloria, che frequenta il quinto anno della scuola elementare, e uno dei primi pomeriggi che passavamo insieme mi ha chiesto come si dicesse “orphans” in italiano. Dopo i miei anni di studi filosofici, la mia vita mi chiedeva semplicità, quella semplicità e quella concretezza cui si può arrivare solo quando non hai nessuna barriera oltre alla tua nuda anima. Sono tornata a casa con la consapevolezza che la terra rossa dell'Uganda sarà sempre lì ad aspettarmi e che quando ritroverò Daniel, che ora ha due anni ed è il bambino più piccolo della scuola, avrà qualche anno e centimetro in più.

 

La potenza del dialogo

E due mesi in Ghana hanno modificato la mia percezione nel vedere gli eventi, portando davanti ai miei occhi un popolo aperto, generoso, ospitale e accogliente. L’impressione è che diritti umani basilari (quali il patrocinio di un avvocato, un giusto processo o una pena equa) siano ancora violati, nonostante le formali adesioni ai protocolli internazionali da parte dei governi Ghanesi. Non dimenticherò mai la soddisfazione di David, il logista di Accra, dopo essere riusciti a ottenere il permesso per svolgere un questionario da sottoporre agli adolescenti del riformatorio. Tra i tanti, due sono i luoghi il cui ricordo rimarrà indelebile nella mia mente: il primo è il campo profughi liberiano di Accra e il secondo è la Brong Ahafo Region, regione ghanese con il maggior tasso di migrazione. Aver visto le case delle persone che lì vi dimorano, sentito i loro racconti e le loro storie, mi porterà ancora di più a pensare tenendo conto delle diverse prospettive, soprattutto riguardo al fenomeno migratorio. Devo ringraziare Gianpaolo, rappresentate paese della Ong Vis in Ghana e costante e fondamentale punto di riferimento, perché senza la sua preziosa guida tutto ciò non sarebbe stato possibile. L’edizione 2017 ha coinvolto 45 studenti che hanno preso parte a diciassette progetti situati in Bolivia, Brasile, Camerun, Etiopia, Filippine, Ghana, Kenya, Madagascar, Perù, Senegal, Sri Lanka, Terra Santa e Uganda.

 

Etiopia, a scuola dai bambini

charity work program Etiopia, a scuola dai bambini Martina , di Scienze linguistiche, è partita per il Charity Work Program in Etiopia, con l’idea di fare qualcosa per i bambini ma è tornata ricevendo di più. dicembre 2017 di Martina Vernuccio * Avevo bisogno di qualcosa di nuovo, che mi mettesse alla prova. Pur non avendo esperienze di volontariato alle spalle, ho capito che il Charity Work Program poteva fare al caso mio. Certo, dopo essere stata selezionata, insieme a un po’ di euforia ho provato anche l’ansia di non essere all’altezza. Hanno sicuramente reso questa esperienza ancora più speciale: sono loro che ci hanno accompagnato a esplorare la città e il mercato, che ci hanno tenuto compagnia durante le giornate e che ci hanno aiutato coi più piccoli quando la barriera linguistica era troppo difficile da superare. In quei momenti ciò che più notavo era la genuinità e la bontà di queste persone, così accoglienti e calorose, che facevano di tutto per farci sentire a casa. Sono partita avendo l’idea di dover fare qualcosa, di aiutare più che potevo i bambini, ma devo ammettere che sono proprio loro ad avere aiutato me e ad avermi dato tanto. Ricorderò sempre la malinconia del giorno in cui siamo partite per fare rientro in Italia e l’immensa tristezza nel salutare i bambini, Leul e Dyian, le suore e tutti quelli che sono entrati a far parte di questa magnifica avventura.

 

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