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Servono ancora le università?

cattolicapost Servono ancora le università? Dall’osservatorio americano il professor Paolo Carozza (Notre Dame) vede il rischio che la conoscenza venga sostituita da informazioni prese “a consumo” dagli studenti. Non di rado, nelle ultime decadi, abbiamo imparato a guardare oltreoceano per cogliere i primi sintomi di fenomeni che, di lì a pochi anni, sarebbero approdati, magari trasformati o rivestiti di forme autoctone, anche nel vecchio continente. Gli abbiamo rivolto alcune domande sulle prospettive delle università nel terzo millennio, in un contesto informale: una pausa pranzo con assaggi di gustose, morbide focacce. Negli Usa lo stato finanzia gli atenei, ma per garantire certi standard i costi di accesso rimangono ancora molto alti e questo si ripercuote non solo sulle famiglie, bensì anche sulla modalità di far quadrare i bilanci da parte del management universitario. C’è tuttavia una crisi ancora più significativa di quella economica ed è quella che riguarda l’identità delle Università. Dove si rendono evidenti, o per lo meno espliciti, i segni di questa decadenza? Quali sono i sintomi di questa endemica malattia? «Potrei citare l’emergere di alcuni fenomeni ben precisi, che incontro quotidianamente all’interno del mio lavoro. Ci si specializza in modo esagerato, si frammenta la conoscenza e questo provoca un cambiamento di paradigma: la stessa etimologia di “uni-versità” intesa come sapere intero, unico, viene messa in discussione a favore di una visione “multi-versitaria”.

 
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