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L’educazione costruttrice di pace

Esperienze di volontariato e di Service Learning in Università Cattolica” durante il quale docenti e studenti si sono alternati per raccontare alcune delle esperienze più significative di solidarietà e cooperazione promosse dall’Ateneo, coordinati dal professor Marco Caselli, direttore del Centro di Ateneo per la solidarietà internazionale. L’Università Cattolica del Sacro Cuore, al suo terzo anno di collaborazione, quest’anno è intervenuta in modo virtuale contribuendo con l’impegno e la creatività di un gruppo di professori, ricercatori e studenti - coordinati scientificamente dall’Alta Scuola per l’Ambiente. Abbiamo dovuto reinventare il progetto per comunicare l’agenda 2030 in modo virtuale, ma è rimasta la voglia di condividere i temi di equità, di sviluppo sostenibile grazie a questa attività di service learning che mi ha permesso di mettersi al servizio della società civile». Si tratta di un’esperienza nata nel 2009 che, da allora, ha permesso a numerosi studenti di fare un’esperienza di lavoro nell’ambito della cooperazione e dello sviluppo. La seconda iniziativa è Mission exposure, realizzata in collaborazione con il Centro Pastorale e il Pime, per dare l’opportunità agli studenti di vivere un’esperienza in “terra di missione” che tenga insieme la crescita umana (e cristiana) nei soggetti e l’oggetto degli studi accademici. Mi ha dato la possibilità di fare un incontro-scontro con altre civiltà e la possibilità di guardare il mondo da un altro punto di vista e di fare un’esperienza che ti immerge a tutto tondo in un contesto dal forte impatto umano». Fra gli studenti che a inizio anno sono andati a Kikwit c’era anche Vera Brunelli , che ha raccontato la sua esperienza di Service learning durante il collegamento.

 

Cesi e Gemelli insieme contro l’Aids

Cooperazione internazionale Cesi e Gemelli insieme contro l’Aids Un progetto è in corso al Comboni Samaritans Health Center di Gulu per coinvolgere 500 donne da sensibilizzarle sul tema dell’infezione da Hiv e da altre a trasmissione sessuale. Il progetto, che si svolge al Comboni Samaritans Health Center di Gulu in Uganda , prevede il coinvolgimento di 500 donne di età compresa tra 18 e 49 anni residenti nella città di Gulu e nelle aree limitrofe che vengono individuate attivamente sensibilizzando su questi temi l’intera comunità. All’Health Center di Gulu è loro offerto uno screening semestrale per Hiv, Hbv (Epatite B), sifilide, valutazione clinica di eventuali lesioni vulvovaginali e un questionario autoriportato su aspetti sociodemografici, su conoscenze e comportamenti a rischio sessuale. In Uganda vi sono 75 posti letto di degenza ordinaria per 1.000.000 di abitanti e un posto letto in terapia intensiva sempre per 1.000.000 abitanti. In conseguenza di ciò il ministero della Salute e il Governo ugandese stanno attuando strategie di contenimento e di prevenzione dell’epidemia di Covid-19 molto stringenti in termini di quarantena, isolamento e distanziamento sociale, perché, come tutti i Paesi dell’Africa Sub-Sahariana, l’Uganda non può davvero permettersi la diffusione dell’epidemia. L’attività di supporto alla prevenzione di Hiv attraverso l’educazione e le modifiche comportamentali è svolta continuamente sia dall’Italia, attraverso incontri periodici con il personale locale, sia grazie all’attività residenziale di medici specializzandi della nostra sezione di Malattie infettive. Siamo altresì entrambe grate al dottor Francesco Aloi, biotecnologo dell’Area Endocrino–metabolica del Dipartimento di Medicina e chirurgia transazionale del nostro Ateneo, per il supporto attivo che ci sta fornendo, grazie anche all’esperienza che lui ha dell’Uganda per i molti anni lì trascorsi».

 

Mozambico, la Cattolica scende in campo contro il Covid

Ma anche attività formative, allestimento di health points itineranti, realizzazione di video e spot informativi, fornitura di dispositivi di protezione per personale sanitario e pazienti. Sono solo alcuni dei principali interventi realizzati in Mozambico dal progetto di cooperazione internazionale Unidos apesar de distantes (Uniti ma distanti), cui partecipa anche l’Università Cattolica attraverso il suo Centro di Ateneo per la Solidarietà Internazionale ( Cesi ). Il progetto è coordinato e promosso dall’Associazione Universitaria per la Cooperazione Internazionale ( Auci ), una Ong da sempre impegnata in progetti di rafforzamento dei sistemi sanitari al fine di favorire l’accesso alle cure e il miglioramento dei servizi sanitari, in particolare sulla salute materno-infantile, salute pubblica, malattie infettive e croniche. Unidos apesar de distantes , che ha preso avvio a giugno e si concluderà alla fine del mese di agosto, si articola in due interventi: uno di tipo sanitario, l’altro di carattere informativo rivolto alla popolazione locale per limitare la diffusione dei contagi. Nello specifico prevede la fornitura di dispositivi di protezione per il personale sanitario e per i pazienti dei due centri sanitari, l’installazione di apparecchiature per l’ossigenoterapia; il progetto promuove inoltre l’utilizzo dell’ecografo per l’esame toracico-polmonare in presenza di pazienti colpiti dal coronavirus. In particolare, l’ecografia toracica risulta essere un mezzo diagnostico dinamico, senza rischi, ed eseguibile anche a domicilio, se vi è disponibilità del dispositivo portatile, in grado di limitare situazioni di rischio di contagio presenti nel caso di trasporto del paziente in presidi sanitari affollati. Il secondo progetto, invece, vuole sensibilizzare la popolazione residente nelle aree sia urbane (Maputo e Matola) sia rurali (Distretto di Namaacha, Boane e Moamba) della Diocesi di Maputo in merito ai rischi della pandemia e alle iniziative di prevenzione da intraprendere.

 

Covid, in Ciad una tra le tante malattie mortali

Sono parole che fanno riflettere quelle di Silvia Fregoso , coordinatrice del Paese Ciad per la Fondazione ACRA e alumna dell’Università Cattolica, intervenuta al primo dei quattro incontri online promossi dal Centro di ateneo per la Solidarietà internazionale (CeSI), intitolato “ Sfide e prospettive della cooperazione ai tempi del Covid-19 ”. La cosa che fa più paura in Ciad adesso è l’impatto socio-economico, più che non sanitario, causato dall’emergenza: le chiusure, gli spostamenti ancora bloccati, il coprifuoco a partire dalle 20 alle 5 del mattino - ha continuato la cooperante -. La chiusura delle scuole ha ripercussioni sul sistema scolastico che già fatica a garantire la presenza dei bambini in classe perché nella stagione delle piogge i genitori li mandano a lavorare nei campi. Gli ospedali non sono in grado di assorbire tutte le necessità e la viabilità, complicata dalle zone desertiche del nord e dalla quantità di fiumi al sud, rende faticoso raggiungere anche i servizi come scuole e ospedali. Oltre a rispondere ai bisogni primari, in tempo di Covid è necessario far fronte all’arrivo delle piogge e delle inondazioni che scoperchiano case e rendono inagibili le strade. Il primo è dato dal fatto che si sta dando più attenzione all’emergenza che allo sviluppo e per ACRA, che si occupa di piani di sviluppo a medio e lungo termine, questo rappresenta un problema. L’altra difficoltà riguarda il lavoro del cooperante che cambierà per almeno un anno nella misura in cui non sarà possibile rientrare nel proprio Paese d’origine per molto tempo e questo condizionerà molte persone nella decisione di lavorare nella cooperazione.

 

Il mondo della cooperazione dopo il Covid

Lo schema degli incontri, che ricalca lo stile dei TED Talks, è molto semplice: un dibattito della durata di 30-45 minuti nel corso del quale un docente dell’Università Cattolica dialoga con esperti e professionisti impegnati nei molteplici settori della cooperazione internazionale allo sviluppo. Si confronteranno sul tema Marco Caselli , direttore del CeSI, e Silvia Fregoso , laureata magistrale in Politiche per la Cooperazione Internazionale allo Sviluppo in Cattolica e attualmente coordinatrice Paese Ciad per la Ong ACRA. A confrontarsi sul tema Comunicare l’emergenza, comunicare in emergenza , coordinate dal direttore del Dipartimento di Sociologia dell’Università Cattolica Marco Lombardi , saranno due rappresentanti del mondo della cooperazione e del giornalismo: Laura Bacalini e Laura Silvia Battaglia . La prima è International Project Manager presso Perigeo NGO, ong che opera in contesti di post-conflict e nei momenti di post-crisi per valorizzare i fattori di resilienza locali e promuovere uno sviluppo sostenibile attraverso il coinvolgimento delle comunità locali. Action and health prevention in developing countries: what does Covid-19 teach? , dove Antonia Testa , ginecologa, dialogherà con Kezevino Aram , direttrice della Ong indiana Shanti Ashram, un'organizzazione per lo sviluppo alla quale ha aderito più di 20 anni fa e che dirige dal 2014. Shanti Ashram, fondata nel 1986 sulla visione del Mahatma Gandhi del Sarvodaya (progresso per tutti), è un centro internazionale per l'apprendimento, lo sviluppo e la collaborazione che mira ad affrontare questioni sociali rilevanti e a promuovere lo sviluppo delle comunità. A Shanti Ashram, la dottoressa Aram ha contribuito a sviluppare un modello per lo sviluppo delle comunità basato sulla partecipazione attiva di donne e bambini, che ha aiutato le comunità a uscire dalla povertà, ad affrontare le disuguaglianze, a costruire leader e a garantire uno sviluppo sostenibile.

 

Al World Food Programme il Nobel per la Pace

Premio Nobel Al World Food Programme il Nobel per la Pace Speciale Premio Nobel 2020 . Oggi il riconoscimento è andato all’Agenzia delle Nazioni Unite per il suo impegno nel combattere la fame e nel promuovere la cooperazione alla pace. Commenta l’assegnazione del premio il professor Raul Caruso 09 ottobre 2020 Nato nel 1901, il Premio Nobel è arrivato alla sua 119° edizione. Sui più importanti riconoscimenti a livello internazionale, attribuiti a personalità che si sono distinte nei diversi ambiti della conoscenza umana e che hanno portato benefici all’umanità con le loro ricerche, Cattolicanews pubblica i commenti dei docenti dell’Ateneo. Commentando a caldo il Premio Raul Caruso ha ribadito il «legame strettissimo tra insicurezza alimentare e conflitto armato soprattutto nei Paesi più fragili» e ha sottolineato due punti in particolare. Il primo è che si tratta di un premio «dato a un’agenzia delle Nazioni Unite e questo ci ricorda che la cooperazione multilaterale tra Paesi è la chiave essenziale per il mantenimento della pace». Molte aree del mondo si stanno desertificando a causa del cambiamento climatico e questa desertificazione ha generato non solo una mancanza di cibo ma anche di pace per molte popolazioni».

 

Il Covid ha unito il Nord e il Sud del mondo

Cesi Il Covid ha unito il Nord e il Sud del mondo Nell’ultimo dei CeSI Talks hanno dialogato la direttrice di una Ong indiana e un medico dell’ateneo sulla salute e sulla prevenzione nei Paesi in via di sviluppo by Federica Mancinelli | 16 luglio 2020 «Guardare alla storia oltre i numeri». L’emergenza sanitaria ha insegnato a tutti molte cose: la rilevanza della preparazione professionale, del lavoro e dello stato mentale; l’importanza della sicurezza sociale e, soprattutto, del non arrendersi - ha proseguito la dottoressa Aram durante l’incontro “Be Safe. Un altro insegnamento è che il virus ha “unito” in qualche modo il mondo, il Nord e il Sud, i Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo. Tutto questo ci ha insegnato a “guardare la storia oltre i numeri” e a capire l’importanza di operare e cooperare in futuro per mantenere condizioni di salute favorevoli, nei Paesi in via di sviluppo come in quelli sviluppati, sia per gli adulti sia per i bambini». Ora è tempo di fermarsi e di riflettere sulle lezioni apprese, soprattutto nel contesto dei Paesi in via di sviluppo. Si tratta di un programma, svolto nel mese di maggio, che ha avuto l’obiettivo di supportare medici e operatori sanitari di dodici Paesi del continente africano, tramite l’utilizzo di un protocollo formativo, che ha agevolato medici e operatori sanitari africani nella verifica delle condizioni polmonari dei pazienti». I Paesi, il mondo hanno bisogno di noi. E tutti possiamo dare il nostro contributo, agendo in maniera complementare e collaborativa, operando con gli altri, proattivamente e con una visione del futuro, strategicamente e non tatticamente solo per cercare di riparare a una emergenza o problema.

 

Oh vita, miracolo tra le mani

Il padre ha voluto dargli il nome del babbo della futura dottoressa, che adesso, attraverso quegli occhietti, ha portato un pezzo di Africa nel suo cuore. L’emozione più grande che ho provato è stata far partorire un bellissimo bambino da sola, avere avuto la possibilità di aiutare nel dare alla luce un bambino. Io sono rimasta a bocca aperta, non ci volevo credere, mi si è sciolto il cuore al sentire quelle parole e da allora ogni settimana mi sento con la mamma che mi manda delle foto del piccolo Paulo che cresce, e mi chiamano “auntie Fede”. Questo è ciò che può accadere in Africa, un’emozione speciale e unica che ti rimane nel cuore per sempre. Tra le cose che più mi mancheranno ci sono i bambini con quegli occhietti sempre così genuinamente sorridenti, che con i loro abbracci mi trasmettevano tutto l'affetto del mondo, il loro essere felici semplicemente vedendomi e il loro chiamarmi "muzngu” (uomo europeo). Quello che so è che l'Africa mi ha cambiata profondamente, che mi ha lasciato un segno indelebile, che mi porterò per sempre nel cuore e di cui farò tesoro per migliorare me stessa. Di una cosa sono certa, che ci ritornerò appena potrò, perché le emozioni che ho provato lì non le avevo mai provate prima.

 

Camerun, differenze da abbracciare

La primissima cosa che capisci (e a cui devi necessariamente fare l’abitudine) è che passare del tempo in Africa vuol dire vedere i tuoi schemi mentali, alcuni dei quali frutto di pregiudizi, completamente ribaltati “a tuo sfavore”. Mentre la strada scorreva sotto al nostro pick-up e il buio ci avvolgeva, tutto ciò che riuscivamo a distinguere erano i primi odori d’Africa: solo il mattino del giorno dopo ci avrebbe regalato colori intensi e vivaci, capaci di dare una personalità frizzante e pittoresca al paesaggio. L’impatto con questo Paese non è stato semplice: ci siamo subito scontrate con le diversità e con la sensazione di sentirci estranee. È la legge del contrappasso che colpisce ogni bianco, in queste situazioni: diventa egli stesso minoranza in una società di “uguali”, oggetto di mille occhi puntati addosso. Nei supermercati, per le strade, nei comportamenti delle persone: in noi prevaleva più la consapevolezza delle differenze che delle somiglianze rispetto alla nostra realtà. Bisogna sapere che per delle persone costrette in luoghi chiusi tutto il giorno, avere dei contatti con delle persone diverse e poterci parlare sono una bellissima opportunità oltre che un momento di svago. Nel nostro Charity Work Progra m abbiamo cercato di metterci in gioco completamente e, un po’ alla volta, la realtà, che ci sembrava così distante, è diventata familiare.

 

Medico e uomo crescono insieme

dicembre 2017 di Daniele Di Natale * Ricorderò sempre con grande emozione ogni singolo momento, ricreativo e non, di questa esperienza in Uganda. Il Charity Work Program è senza dubbio un'occasione di crescita professionale e ancor di più personale, qualcosa che dovremmo fare tutti almeno una volta nella vita per apprezzare la diversità e le ricchezze di un contesto a noi totalmente estraneo. L’edizione 2017 ha coinvolto 45 studenti che hanno preso parte a diciassette progetti situati in Bolivia, Brasile, Camerun, Etiopia, Filippine, Ghana, Kenya, Madagascar, Perù, Senegal, Sri Lanka, Terra Santa e Uganda. Scopri la scheda del progetto in Uganda .

 

Attraversare la sofferenza

Attraversando la periferia della capitale, con lo sguardo atterrito guardavo, attraverso il finestrino, quel susseguirsi di strade non asfaltate e tortuose, di bancarelle strapiene di frutta e verdura, di persone scalze e malvestite, di bambini nudi e trasandati. Non si può comprendere fino in fondo, attraverso uno schermo e vivendo nel benessere e a migliaia di chilometri di distanza, in che condizioni vivono tante povere persone. Tante piccole baracche fatiscenti, quelle che per loro erano case: un'unica stanza che fungeva da cucina, soggiorno, camera da letto, con le pareti fatte di fango e una lamiera come tetto. Ho visto dal vivo diversi casi clinici che prima avevo solo studiato sui libri, e che mai avrei pensato di potere incontrare nella mia carriera. Come dimenticare, non appena varcavo la soglia del cancelletto nero dell’orfanotrofio, quel frastuono di bambini che mi correvano incontro, che s’aggrappavano ai pantaloni, che tentavano quasi di arrampicarsi per potere abbracciarmi per primi? Trasmettevano un bisogno di affetto infinito, contagioso. E poi i disegni con le cannucce, le lettere amorevoli, i braccialetti di lana colorati, la palla fatta di stracci e immondizia, che non si bucava mai. Sono cresciuto tanto, sia a livello personale che professionale. È un’esperienza che ti entra dentro, fino alle ossa, che ti lascia un segno indelebile, che ti cambia in poco tempo e irreversibilmente.

 

Integrare, voce del verbo abbracciare

Michele Senici (a sinistra nella foto) lavora presso Mazì ( insieme , in greco), una scuola che accoglie i bambini rifugiati del campo profughi dell’isola, che non hanno accesso al sistema dell’istruzione pubblica. Ogni giorno circa 150 studenti tra i 12 e i 17 anni trovano tra le aule di Mazì un rifugio sicuro che offre loro un pasto caldo, l’opportunità di imparare e crescere insieme e il supporto psico-sociale necessario per affrontare la vita difficile che vivono ogni giorno nell’hotspot. È una non-banalità che dovremmo imparare a riconoscere: dietro le scelte politiche della nostra Unione Europea, ci sono le storie di vita di Mahdi, Fateme, Mobina, Mohammed, Ibrahim che troppe volte soccombono dietro alle scelte, alle propagande, ai discorsi e alla parole. Qual è il primo aiuto che si può dare ai migranti più giovani nel loro passaggio dalla fuga da una casa che non hanno più al tentativo di integrazione in Europa? «Sono convinto che la vera necessità sia la formazione. Dire loro che l’Europa che sognano non è quella che hanno intorno in questo presente, perché nemmeno noi europei vorremmo che le cose stessero così, spiegare loro quanto sia importante imparare l’inglese o il greco, perché solo così potrai capire i tuoi doveri e lottare per i tuoi diritti. Mi piacerebbe un’Europa che abbraccia e che si lascia abbracciare, tutto qui. Un abbraccio di prossimità, libertà, equità, un abbraccio che instilli resilienza. Per concludere, raccontaci tre piccole cose che ti hanno sorpreso… «La prima è la normalizzazione, cioè capire che probabilmente l’essere umano è talmente forte da sapersi adattare ad ogni condizione di vita.

 

La collina dell’amore

Invece, noi che fuori dall’Europa non avevamo mai viaggiato, non riuscivamo a immaginarci cosa avremmo trovato in questo barrío della capitale boliviana La Paz. Sapevamo soltanto che saremmo andate dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, sotto l’Equatore e in cima alle Ande. L’impatto all’arrivo è stato forte: nella luce fioca delle sei del mattino riuscivamo a intravedere baracche e case pericolanti, furgoncini (che presto avremmo imparato a chiamare “mini” e “micro”) che si affollavano disordinati per le strade e donne anziane sedute in terra pronte a vendere alimentari e stoffe. I modi simpatici e premurosi di padre Fabio, il parroco della parrocchia dove avremmo alloggiato, e il sorriso di Elsa, la direttrice del centro dove avremmo lavorato, ci hanno però fatto capire che eravamo in buone mani. Presto avremmo anche imparato che la prospettiva migliore per conoscere La Paz non è “al di qua” di un finestrino, ma è dal cassone esterno del pick-up. Ci siamo lasciate coinvolgere in numerose attività della vivace comunità di Munaypata e ci siamo immerse così nella realtà di un luogo tanto povero di beni materiali quanto ricco di tradizioni affascinanti (dalle danze popolari ai costumi tradizionali delle “cholitas”) e di una popolazione dal carattere solare e accogliente. Tra le strade sterrate e sempre in salita di La Paz ho ritrovato le motivazioni più profonde che mi hanno spinta ad intraprendere il mio percorso universitario e ho scoperto in me risorse che non sapevo di avere. Dall’altra parte dell’Oceano, sotto l’Equatore, a 3800 metri di altezza ho vissuto intensamente un insegnamento che sempre porto nel cuore: “Dicono che capendo noi stessi, capiremo meglio gli altri, ma io vi dico, amando gli altri impareremo qualcosa in più su noi stessi.”.

 

Medici in prima linea

dicembre 2017 di Giada Maciocia * Non è stato difficile ambientarsi al BMC, il Benedict Medical Center di Kampala: i medici, le infermiere, gli infermieri, le guardie dell’ospedale, i dirigenti, tutti si sono dimostrati da subito gentili e disponibili. Il BMC è una piccola realtà a Luzira, nella periferia di Kampala: è un piccolo centro, con enormi potenzialità e un grande margine di miglioramento ma molto limitato se confrontato agli ospedali a cui siamo abituati. Come struttura ospedaliera riesce a gestire semplici casi in emergenza, un buon numero di casi ambulatoriali ed è un centro di riferimento per la gente del posto, specialmente per le piccole emergenze. Ho imparato in tre settimane di collaborazione con i medici del BMC molto di più di quello che si può apprendere in un anno intero di tirocinio obbligatorio nei reparti dei nostri ospedali. Ogni popolo, così come gli Ugandesi, deve essere rispettato per le sue particolarità, le sue stranezze e le sue difficoltà: ho visto la bellezza del diverso, dell’inconcepibile, dell’inaccettabile secondo i canoni della cultura occidentale e non ho mai pensato che certe cose dovessero essere stravolte. C’è molto da costruire ma c’è anche più di quello che mi aspettavo: l’Uganda sta crescendo, la popolazione è attiva e dinamica ma il divario sociale ed economico tra le varie classi sociali è ancora un problema da risolvere. Il Charity Work Program mi ha dato la possibilità di collaborare con medici, infermieri, personale sanitario, drivers e amministratori: ognuno di loro si impegna ogni giorno per fare il meglio che può con i mezzi a propria disposizione.

 

Il dono della terra da alegria

charity work program Il dono della terra da alegria A Canavieiras, nella scuola materna “Giardino degli Angeli”, hanno visto il confine tra la ricchezza della città e la povertà delle favelas. Appena arrivate in Brasile siamo state travolte da un’atmosfera di gioia, dalla musica che risuonava alta in ogni angolo delle strade, dai colori accesi dei paesaggi e dall’accoglienza e dalla vivacità delle persone. Da 13 anni donano speranza ai bambini più bisognosi, trasmettendo loro importanti valori quali l’amore, l’amicizia, il rispetto, l’importanza dello studio e infondendo loro la consapevolezza di poter aspirare a un futuro migliore. Le nostre giornate iniziavano con le travolgenti grida, i baci e gli abbracci dei bambini della creche (dai 3 ai 6 anni), che accompagnavamo nelle attività quotidiane: disegnare, colorare, scrivere e contare; giocare in giardino; fare il bagnetto e il riposino pomeridiano. Abbiamo conosciuto famiglie allargate, ragazze, nostre coetanee, già madri di più figli, sorelle che devono prendersi cura di molti fratelli, madri e figli abbandonati dai padri, padri morti a causa della droga, una grande piaga di questo Paese. Abbiamo vissuto il Brasile a 360 gradi: grazie ad Alessandro e Regina, durante i fine settimana non sono mancate gite in barca alla scoperta delle foreste di mangrovie, giornate al mare, momenti di svago alle feste di paese e di condivisione e scambio delle proprie tradizioni culinarie e culturali. Di certo il Brasile è un Paese che ha tanta strada da percorrere in termini di emancipazione femminile, qualità dell’educazione e condizioni di vita, ma non per quanto riguarda l’ospitalità e l’accoglienza dei suoi cittadini.

 

La gioia di scoprirsi hermana

Sarebbe stata sufficiente qualche raccomandazione per il freddo dei 3640 metri della città di La Paz. Contrariamente alle aspettative che facevano pensare a un impatto a zero gradi, io e Clara, la mia compagna di avventure, siamo state accolte da quattro gradi: due per ciascuna. Durante il tragitto per arrivare alla parrocchia di Munaypata dove saremmo stati ospiti, i nostri occhi continuavano a muoversi rapidamente a destra e sinistra, nel timore di farsi sfuggire anche una sola istantanea di quella realtà a primo impatto così diversa dalla nostra. Man mano che la nostra esperienza proseguiva, mi sono resa conto che le storie di vita dei piccoli che incontravamo si ripetevano: genitori fisicamente ed emotivamente assenti, denutrizione e problemi di salute erano costanti di gravità variabile. Eppure, o forse proprio per questo, ognuno di loro mi ha saputo trasmettere la gioia del portare a casa un pezzo di pane o avere un paio di calze quando il freddo si impadronisce delle strade e delle case. Sono stata anche insignita del titolo di “hermana”: mentre a loro lasciavo la rassicurazione di essere una “suora in borghese” come tante del luogo, tenevo per me la felicità di essere semplicemente la loro sorella maggiore. Grazie al Charity Work Program perché in tempi di incertezze e paura del futuro, avere la possibilità di fare simili esperienze aiuta i giovani a porsi obiettivi e a credere nella possibilità di impiegare in modo utile la propria vita. Ma soprattutto grazie a ogni bambino incontrato per avermi trasmesso gioia, serenità e spensieratezza, per avermi aiutato a riflettere e per avermi dato una conferma sul percorso professionale che ho deciso di intraprendere.

 

Solidarietà, un ponte con il mondo

ATENEO Solidarietà, un ponte con il mondo Sono più di 200 i progetti di cooperazione allo sviluppo che l’Ateneo sostiene in tutti i continenti: dalla sostenibilità alimentare alla formazione di giovani imprenditori, dalla salute all’impresa sociale. L’impegno nella cooperazione con i Paesi in via di sviluppo coinvolge studenti, docenti e personale tecnico-amministrativo, riguarda tutte le facoltà, i Centri di Ateneo e le Alte Scuole e presenta varie declinazioni: la formazione accademica, la ricerca scientifica, la consulenza, l’imprenditorialità sociale, l’aiuto umanitario, il volontariato internazionale. Una rete di attività che coinvolge Africa, Asia, America Latina, Europa, Medio Oriente e mira alla creazione di relazioni di pace e di collaborazione, fondamentali per la costruzione di un bene comune che oltrepassa i confini geografici e culturali. Dalla sua costituzione, sono 13 i Paesi in cui il Cesi ha implementato interventi di sostegno allo sviluppo: Afghanistan, Etiopia, Ghana, Haiti, India, Israele, Libano, Marocco, Mozambico, Perù, Sudafrica, Tanzania, Uganda, focalizzando l’attenzione su tipologie di bisogni differenti: istruzione primaria e universitaria, formazione, imprenditorialità, promozione della sanità. E4Impact Foundation e lo sviluppo di nuove imprese in Africa Nata nell’ambito dell’Alta Scuola Impresa e Società ( Altis ), assume il titolo di Fondazione nel 2015 con l’obiettivo di favorire lo sviluppo sostenibile in Africa tramite il supporto alla formazione degli imprenditori ad alto impatto sociale e ambientale. E4Impact è operativa in Kenya, Uganda, Ghana, Sierra Leone, Costa d’Avorio, Senegal ed Etiopia dove implementa attività di formazione di nuovi imprenditori che coinvolgono le università locali e mirano allo sviluppo internazionale di imprese europee e africane attente all’impatto sociale. I risultati sono incoraggianti: la quantità di cacao fresco comprata ai farmers locali è arrivata a 3.100 tonnellate per anno e l’invio in Italia di cacao lavorato, da novembre 2010 a gennaio 2012, è stato di 1.010 tonnellate.

 

A Korogocho il canto salva il mondo

Dopo aver caricato i numerosi bagagli partiamo alla volta di Alice Village: ci era stato anticipato che il viaggio sarebbe durato un’oretta ma non ci avevano detto che sarebbe stata un’ora carica di emozioni. Lo stile di guida dei kenioti è diverso da quello occidentale e non mi riferisco solo al lato di guida: sorpassi da ogni lato, precedenze inesistenti, traffico difficilmente immaginabile. Alice Village è una casa famiglia a cui vengono affidati bambini e ragazzi che vengono tolti alle famiglie per vari motivi soprattutto legati a problemi economici, di alcool o droga. A metà pomeriggio iniziano ad arrivare i primi ragazzi di ritorno da scuola e così abbiamo la possibilità di iniziare a conoscerli: sicuramente la prima cosa che colpisce è la gioia e la spensieratezza con cui questi ragazzi fanno qualsiasi cosa (tranne i compiti). I giorni successivi visitiamo le due scuole di Twins International nelle baraccopoli di Dandora e Korogocho: l’impatto con le slum è sicuramente molto forte ma l’ospitalità dei maestri e dei bambini ci fa subito sentire a nostro agio. Di giorno in giorno mi diventa evidente che avrei ricevuto più di quanto sarei mai riuscito a donare: nel mio Charity in Kenya tutte le emozioni sono amplificate perché i bambini che incontri, soprattutto nelle baraccopoli, ti insegnano una cosa fondamentale: ciò che conta è l’essenziale. In visita alla scuola di musica di St. John a Korogocho, nella sala prove ci ritroviamo nel mezzo di un gruppo di ragazzi sorridenti e pieni di energia mentre sullo sfondo si può scorgere attraverso una piccola finestra la sagoma della discarica di Dandora.

 

Un’accoglienza tutta brasiliana

Chaity work program Un’accoglienza tutta brasiliana Cecilia , nel suo Charity Work Program a metà tra il tirocinio e il volontariato internazionale, ha portato cinque anni di studi in Psicologia a contatto con le ragazze di una comunità che riabilita dalla dipendenza da alcol e droga. Quante volte le interrompevo per chiedere spiegazioni su alcune parole o frasi o chiedevo di spiegarmi il nome di alcuni oggetti, e ancora oggi mi stupisco di come abbiano sempre risposto col sorriso invece che con l’espressione infastidita che ci si potrebbe aspettare. È stata una grande opportunità, anche dal punto di vista psicologico, poter vivere in prima persona il funzionamento di una comunità terapeutica, comprenderne la metodologia, gli strumenti utilizzati, anche attraverso il dialogo diretto con gli psicologi che lavorano all’interno. Nonostante la loro realtà di vita, la maggior parte delle volte molto fragile e delicata, e i loro trascorsi spesso tutt’altro che positivi, erano persone con cui avevo in comune più di quanto pensassi: in primis la voglia di essere felici, di avere una famiglia, di costruirsi un futuro. Una situazione molto difficile, in cui ho respirato, però, un’aria di felicità e di amore, dal momento che le operatrici erano molto affiatate sia tra di loro sia con i bambini stessi. Le risate, gli scherzi e le battute che accompagnavano gli esercizi erano all’ordine del giorno, proprio perché permettevano di aumentare il loro livello di coinvolgimento e affrontare così gli esercizi al meglio. Giocare con loro, aiutarli a mangiare, riaccompagnarli nelle loro case è stata fonte di grande soddisfazione perché ciò che facevo con loro era qualcosa di veramente utile, fonte di emozioni positive, di cui tutti i bambini hanno bisogno.

 

Charity, la solidarietà fa crescere

charity work program 2017 Charity, la solidarietà fa crescere Tra luglio e ottobre, 45 studenti hanno frequentato, in 17 Paesi in via di Sviluppo, la “scuola” che apre gli occhi sul mondo e fa bene al Cv, come rivelano i racconti di viaggio. Giunto alla sua nona edizione, il programma di volontariato internazionale dell’Università Cattolica ha assegnato 45 scholarship della durata di 3-8 settimane a studenti e a laureati iscritti a dieci delle dodici facoltà dell’Ateneo. Per questo il Charity è stato modulato in modo da fornire un percorso coerente con gli studi: numerose destinazioni sono aperte solo a studenti di specifiche facoltà, privilegiando percorsi collegati alle discipline insegnate in Ateneo. Il Cesi, attraverso il Charity Work Program, ha voluto investire nella cultura della solidarietà, che si caratterizza per essere “contagiosa”, promuovendone la diffusione tra gli studenti delle diverse facoltà dell’Ateneo». Per quanto riguarda Scienze agrarie, alimentari e ambientali era previsto un soggiorno all’Universidad Católica Sedes Sapientiae di Lima all’interno della facoltà di Ingegneria agraria con lo scopo di rispondere alle esigenze di un contesto globalizzato e di soddisfare il crescente sviluppo dell’agricoltura nel Perù. Con l’obiettivo di offrire questa opportunità a un numero sempre maggiore di studenti, quest’anno il Cesi ha promosso, per la prima volta dall’avvio del progetto nel 2009, un’ edizione invernale del Charity Work Program. Nel mese di febbraio 2018 due studentesse iscritte alla facoltà di Scienze della formazione si recheranno a Shire, in Etiopia , dove affiancheranno gli insegnanti della scuola gestita dalla Missione delle Suore della Carità di Santa Giovanna Antida.

 

Pvs, la solidarietà fa rete

piacenza Pvs, la solidarietà fa rete Un workshop in programma mercoledì 21 marzo nella sede piacentina farà il punto sui numerosi progetti dell’Università Cattolica nei Paesi in via di sviluppo. Un’attenzione che ha una lunga storia e interessa oggi tutti e cinque i continenti. marzo 2018 Un’occasione per fare il punto sulle numerose attività dell’Ateneo nei Paesi in via di Sviluppo: dalle iniziative medico-sanitarie, passando per l’istruzione, fino allo sviluppo rurale. Non sono mancate, iniziative volte alla soluzione di problemi di tipo emergenziale, ma anche strutturale, nei Pvs e in funzione delle diverse competenze-sensibilità presenti nell’Ateneo. Il workshop servirà a favorire la reciproca conoscenza tra queste esperienze, soprattutto nella prospettiva di possibili collaborazioni. solidarieta' #cooperazione #sviluppo #pvs Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Africa, la filosofia della semplicità

charity work program Africa, la filosofia della semplicità I bambini della Bishop Cipriano Kihangire Nursery &; Primary School di Kampala hanno posto domande cui Beatrice non poteva rispondere, neanche forte dei miei studi filosofici. ottobre 2017 di Beatrice Pianetta * Dell’Africa sognavo di poter immortalare le strade sterrate di terra rossa, le persone che camminavano e i boda-boda. L'unica cosa che avrei voluto fare era osservare i bambini, i loro occhi e i loro visi, le loro divise, i loro quaderni, la loro disciplina. Ho trovato dei bambini curiosi, entusiasti e consapevoli, in poche lezioni hanno imparato molte parole in italiano e ci hanno fatto mille domande che mi hanno spiazzata. Come Gloria, che frequenta il quinto anno della scuola elementare, e uno dei primi pomeriggi che passavamo insieme mi ha chiesto come si dicesse “orphans” in italiano. Dopo i miei anni di studi filosofici, la mia vita mi chiedeva semplicità, quella semplicità e quella concretezza cui si può arrivare solo quando non hai nessuna barriera oltre alla tua nuda anima. Sono tornata a casa con la consapevolezza che la terra rossa dell'Uganda sarà sempre lì ad aspettarmi e che quando ritroverò Daniel, che ora ha due anni ed è il bambino più piccolo della scuola, avrà qualche anno e centimetro in più.

 

La potenza del dialogo

E due mesi in Ghana hanno modificato la mia percezione nel vedere gli eventi, portando davanti ai miei occhi un popolo aperto, generoso, ospitale e accogliente. L’impressione è che diritti umani basilari (quali il patrocinio di un avvocato, un giusto processo o una pena equa) siano ancora violati, nonostante le formali adesioni ai protocolli internazionali da parte dei governi Ghanesi. Non dimenticherò mai la soddisfazione di David, il logista di Accra, dopo essere riusciti a ottenere il permesso per svolgere un questionario da sottoporre agli adolescenti del riformatorio. Tra i tanti, due sono i luoghi il cui ricordo rimarrà indelebile nella mia mente: il primo è il campo profughi liberiano di Accra e il secondo è la Brong Ahafo Region, regione ghanese con il maggior tasso di migrazione. Aver visto le case delle persone che lì vi dimorano, sentito i loro racconti e le loro storie, mi porterà ancora di più a pensare tenendo conto delle diverse prospettive, soprattutto riguardo al fenomeno migratorio. Devo ringraziare Gianpaolo, rappresentate paese della Ong Vis in Ghana e costante e fondamentale punto di riferimento, perché senza la sua preziosa guida tutto ciò non sarebbe stato possibile. L’edizione 2017 ha coinvolto 45 studenti che hanno preso parte a diciassette progetti situati in Bolivia, Brasile, Camerun, Etiopia, Filippine, Ghana, Kenya, Madagascar, Perù, Senegal, Sri Lanka, Terra Santa e Uganda.

 

Etiopia, a scuola dai bambini

charity work program Etiopia, a scuola dai bambini Martina , di Scienze linguistiche, è partita per il Charity Work Program in Etiopia, con l’idea di fare qualcosa per i bambini ma è tornata ricevendo di più. dicembre 2017 di Martina Vernuccio * Avevo bisogno di qualcosa di nuovo, che mi mettesse alla prova. Pur non avendo esperienze di volontariato alle spalle, ho capito che il Charity Work Program poteva fare al caso mio. Certo, dopo essere stata selezionata, insieme a un po’ di euforia ho provato anche l’ansia di non essere all’altezza. Hanno sicuramente reso questa esperienza ancora più speciale: sono loro che ci hanno accompagnato a esplorare la città e il mercato, che ci hanno tenuto compagnia durante le giornate e che ci hanno aiutato coi più piccoli quando la barriera linguistica era troppo difficile da superare. In quei momenti ciò che più notavo era la genuinità e la bontà di queste persone, così accoglienti e calorose, che facevano di tutto per farci sentire a casa. Sono partita avendo l’idea di dover fare qualcosa, di aiutare più che potevo i bambini, ma devo ammettere che sono proprio loro ad avere aiutato me e ad avermi dato tanto. Ricorderò sempre la malinconia del giorno in cui siamo partite per fare rientro in Italia e l’immensa tristezza nel salutare i bambini, Leul e Dyian, le suore e tutti quelli che sono entrati a far parte di questa magnifica avventura.

 

I mille volti della Terra Santa

Charity Work Program I mille volti della Terra Santa L’intreccio armonioso del canto del Muezzin e delle campane delle chiese ma anche il conflitto e il muro di separazione. Sono alcune delle istantanee che Francesca, di Scienze linguistiche, porta via dal Charity Work Program. Anche questi sono i mille volti della Terra Santa: la famosa colomba di Bansky, disegnata su una delle lastre del muro; oppure le torrette di controllo e i checkpoint, da cui i soldati scrutano ogni mossa di coloro che vivono “dall’altra parte”. Durante la visita a Badil Resource Centre, hanno spiegato che è un simbolo dei profughi palestinesi, che sperano di far ritorno alle loro case, un giorno. La maggior parte delle istantanee che porto dentro di me sono legate all’esperienza di volontariato con bambini e disabili. Sono onesta, non è sempre stato facile, alcuni erano molto vivaci e contenere questa loro esuberanza non è sempre stato semplice, però quando mi abbracciavano sapevo che avevo fatto qualcosa di buono. Per molti di loro noi eravamo le uniche persone che vedevano all’infuori delle suore e di alcuni altri volontari, che li raggiungevano nel tardo pomeriggio.

 

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