La tua ricerca ha prodotto 2 risultati per creativita:

Stupidi funzionali, un danno all’impresa

Inoltre il 64% dei dirigenti Risorse umane considera il conflitto creativo un utile strumento di lavoro, ma meno di uno su tre si adopera concretamente per sostenere un sano confronto critico in azienda. La stupidità funzionale - Nella valutazione dell’impatto della stupidità funzionale sugli obiettivi aziendali, i sostenitori di un approccio più critico alle attività da svolgere ritengono che in questo modo si acquisirebbe un vantaggio sul piano strategico, mentre i fautori dell’adesione acritica puntano sul contenimento dei tempi e dei costi. L’HR Trends and Salary Report 2017 analizza, inoltre, molti altri aspetti emersi dalle interviste eseguite tra febbraio e marzo 2017 a 355 dirigenti senior di aziende italiane di diversi settori, sintetizzati in un report più ampio che parla di carenza di competenze, attrattività delle imprese e capacità di trattenere i talenti. Di loro, soltanto il 31% considera il conflitto come potenziale strumento di lavoro e contrasta la stupidità funzionale delle prassi aziendali, mentre il 45% ritiene positiva la stupidità funzionale e da evitare il conflitto creativo e il restante 24% vede molti ostacoli di tipo organizzativo e culturale al rinnovamento dei processi aziendali. Questa oscillazione, che fa parte in maniera fisiologica dei processi di lavoro, in alcuni momenti può portare a fissare l’organizzazione in pratiche di lavoro già note, condivise e rassicuranti ma anche meno aperte al nuovo. Ma, se questa nel tempo diventa l’unico registro stabile, non lasciando spazio alla creatività e alla divergenza di visioni, il rischio per l’organizzazione è di non potersi innovare e di non essere competitiva nel medio termine. D’altro canto, sempre di più i talenti per essere trattenuti hanno bisogno non solo di un riconoscimento salariale o di benefit, ma anche di un buon clima di lavoro, di un senso di appartenenza, di un’identificazione con l’azienda e di una progettualità condivisa in cui crescere».

 

Aziende a caccia di umanisti

Un recente articolo, firmato da Tom Perrault https://hbr.org/2016/01/digital-companies-need-more-liberal-arts-majors , argomenta come un contesto a più alto contenuto tecnologico, in cui molte operazioni tecniche e anche diverse attività di produzione saranno sostituite dai computer, richiederà sempre più creatività, empatia, ascolto, visione: capacità che si alimentano di cultura umanistica. Il punto è che, quale che sia l’impiego che si svolge, a contatto con una strumentazione specifica o meno, ognuno di noi deve fare i conti con tecnologie con cui è necessario familiarizzare. Perché? «È assolutamente necessario il recupero dell’etichetta di “umanista”, ma questa deve essere supportata da una capacità di lettura in profondità e di estensione di sguardo e di orizzonti, potremmo dire una visione in verticale e in orizzontale. Riagganciandomi al rovesciamento della One best way, sottolineo l’importanza del pensare, cioè la capacità di aprirsi a nuove ipotesi, da cui poi la creatività, il coraggio nell’investire in ciò che si fa, l’avere una capacità di anticipare delle risposte, anche a prescindere dalle competenze digitali». Quelle che riguardano la necessità di trasformare la condizione di incertezza e di precarietà in una condizione di aiuto alle persone ad attraversare uno scenario di contraddizioni e complessità, compresa la possibilità della perdita stessa di un impiego. Questo vuol dire che bisogna evitare che termini come “creatività” o “proattività” divengano semplici slogan , che definiscono profili tanto completi da sembrare quasi al di fuori della realtà». È inoltre necessario che l’individuo sia in grado di comprendere i diversi linguaggi e di eseguire analisi che servono per avere una maggiore consapevolezza dei numerosi contesti.

 
Go top