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Lampedusa, l’abisso di Davide Enia

teatro Lampedusa, l’abisso di Davide Enia Il drammaturgo, scrittore e attore siciliano, in scena nei giorni scorsi al Piccolo di Milano, ha incontrato gli studenti dell’Università Cattolica, scolpendo con le parole nella coscienza di ciascuno 29 novembre 2019 di Giulia Restelli * «Il primo sbarco non si scorda mai». È un’ironia carica di drammaticità quella utilizzata da Davide Enia (in primo piano nella foto con il collega Giulio Barocchieri) , drammaturgo, scrittore e attore siciliano, per parlare dell’arrivo dei migranti a Lampedusa. È terapia per Davide, che attraverso il ricordo esce dal suo abisso profondo, ma è terapia anche per noi, che possiamo ascoltare qualcosa di vero, che accade realmente, ma di cui non siamo informati, o lo siamo male. L’attore racconta i suoi dubbi, quale direzione prendere: destra o sinistra? “Salvo una mamma con un bambino o cinque uomini?” Davide parla anche riportando le parole dei pescatori di Lampedusa, che nelle loro reti non trovano solo pesci, ma anche numerosi cadaveri umani. Lampedusa è silenzio e trauma, e anche Davide ha vissuto il suo. Dopo l’esperienza a Lampedusa l’attore ammette di non credere più ai telegiornali, che ci riportano una realtà velata, filtrata, quasi privata dalle emozioni. Racconta di essersi accorto di avere un profondo irrisolto, un abisso da cui risalire, e dice che è stata la compagna a riportarlo alla realtà, e fargli prendere coscienza della situazione, dopo averlo visto passare un’intera giornata a fare marmellata di arance, ininterrottamente. All’attore urge che le persone comprendano il senso di ciò che accade a Lampedusa e agli abitanti, che non vengono mai presi in considerazione.

 
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