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Contagi di ritorno, Roberto Cauda: «Non vuol dire riammalarsi»

Il docente di Malattie infettive all’Università Cattolica e direttore dell’Unità di malattie infettive del Policlinico Gemelli di Roma esprime il suo parere sul recente caso di reinfezione da Sars-CoV-2 verificatosi a Hong Kong. Nell’attesa di conoscere dati e informazioni scientifiche completi, abbiamo chiesto un parere al professor Roberto Cauda, ordinario di Malattie Infettive all’Università Cattolica. Professore, da lunedì la domanda che tutti si fanno è: ci si può contagiare di nuovo con il coronavirus responsabile di Covid-19? E quanto dura, dunque, l’immunità? Al momento il caso di Hong Kong è l’unico a essere documentato. Ritengo tuttavia, sulla base della rarità delle segnalazioni, che questa re-infezione sia assai infrequente per Sars-Cov-2, mentre sappiamo che non è poi così rara per gli altri coronavirus, dal momento che, causando forme cliniche assai modeste, l’immunità è di breve durata. In caso di “doppio contagio”, anche una persona precedentemente ammalata e poi guarita dovrebbe dunque vaccinarsi e, comunque, continuare ad applicare come tutti le raccomandate misure di prevenzione: distanziamento sociale, igiene delle mani e degli ambienti, uso delle mascherine. Per quanto attiene la vaccinazione al momento non essendo disponibile alcun tipo di vaccino non si può esprimere alcun parere circa la necessità o meno di questa. Nella fattispecie del caso di una re-infezione, se si dimostra la presenza del virus nel tampone è prudente mettere in atto tutte le misure di prevenzione al fine di impedire il contagio.

 
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