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Ecco come cambia l’Europa, le analisi dei docenti dell'Università Cattolica

ELEZIONI EUROPEE Ecco come cambia l’Europa, le analisi dei docenti dell'Università Cattolica Le urne hanno mostrato una sostanziale affermazione delle forze europeiste ma le spinte alla frammentazione e il ruolo che giocheranno i governi sovranisti nel Consiglio d’Europa rendono il quadro incerto. I commenti a caldo di alcuni professori. maggio 2019 Quale sarà il futuro dell’Europa? Dopo gli esiti delle Elezioni europee, Cattolicanews ha chiesto un commento a caldo ad alcuni docenti dell’ateneo. Italia a rischio isolamento di Paolo Balduzzi Rispetto agli altri Paesi, soprattutto per via del numero di seggi della Lega nel nuovo Parlamento europeo, l’Italia rischia di rimanere in posizione defilata. Una costruzione di successo, un’invenzione storica che sta reggendo agli urti della globalizzazione e ai nazionalismi Ue, le strategie dei sovranisti di Andrea Santini Per la prima volta i due gruppi storici del Parlamento europeo dovranno contare necessariamente sull’appoggio dei liberali. Nel 2021-2027 partiranno altri 12 milioni di giovani e il Programma Horizon Europe destinerà 120 mld di euro per la ricerca. Parla il professor Pier Sandro Cocconcelli #europa #elezioni #unioneeuropea #ue Facebook Twitter Send by mail.

 

Il rebus spagnolo tra Madrid e Barcellona

Di Damiano Palano di Damiano Palano * Le vicende legate all’indipendenza catalana contribuiscono a complicare il rompicapo spagnolo uscito dalla elezioni politiche dello scorso 20 dicembre. A lungo il nazionalismo catalano ha avuto due anime distinte: da una parte la coalizione moderata Convergéncia i Unió (Ciu), per decenni la formazione più votata e alla guida della Comunità autonoma; dall’altra un partito di ispirazione socialista, Esquerra Republicana de Catalunya (Erc). Negli ultimi anni il quadro si è sensibilmente modificato, contestualmente all’avanzata di un’opzione nettamente indipendentista (e non più solo autonomista) e all’inizio di un lungo braccio di ferro tra Barcellona e Madrid, culminato per ora nelle elezioni autonomiche dello scorso 27 settembre. Sia perché hanno complessivamente assegnato alle formazioni indipendentiste la maggioranza assoluta dei seggi, sia perché hanno premiato una forza radicale come Candidatura d’Unitat Popular (Cup): una piccola coalizione formata da collettivi di estrema sinistra, che con i propri dieci seggi è diventata decisiva per sostenere una maggioranza indipendentista. Naturalmente si può imputare lo stallo politico che vive oggi la Catalogna all’estremismo della Cup, una formazione (ben più radicale di Podemos) in cui confluiscono molte componenti e che comprende al suo interno anche un’anima “pancatalanista”. Spesso queste forze non sono facilmente inquadrabili con le categorie di “destra” e “sinistra”, perché la loro risorsa principale, ben più che la componente progettuale, è la retorica populista della polemica contro la «casta». Negli ultimi anni la richiesta del referendum sull’autodeterminazione ha però offerto alla classe politica di Barcellona (e allo stesso Mas) anche un’arma formidabile per proiettare verso lo Stato centrale la sfiducia nei confronti dei partiti tradizionali e l’insoddisfazione per le conseguenze della crisi.

 

L’Europa alla prova dei giovani

Si tratta di una generazione dalle incredibili potenzialità, che ha a disposizione strumenti di comunicazione e possibilità di movimento impensabili fino a pochi anni fa. Eppure, le prospettive di crescita, di realizzazione e di miglioramento delle proprie condizioni di vita appaiono, secondo tantissimi indicatori socio-economici, estremamente difficoltose. Concentrandosi qui sulle prime, al di là di pochi elementi comuni a tutti, ognuno dei 27 paesi dell’Unione ha una certa libertà di scelta sulla propria legge elettorale. Per esempio, rispetto alle elezioni del 2009, Cipro e la Francia hanno fatto scendere l’età di elettorato passivo di ben 4 e 5 anni, a 21 e 18 anni rispettivamente; l’Italia, invece, resta il paese dove i giovani hanno barriere più alte all’ingresso nelle istituzioni. E ciò diventa più grave se si pensa che la stessa barriera persiste per l’accesso al Parlamento nazionale: con l’aggravante che, in un contesto di bicameralismo perfetto, il procedimento legislativo in Italia è di fatto condizionato dal Senato (elettorato attivo a 25 anni e passivo a 40). Il secondo è invece di tipo demografico: l’Italia è il paese dell’Unione europea dove è più bassa la quota di under 40 sul totale della popolazione (nel 2017, il 40 per cento contro, per esempio, il 54 per cento dell’Irlanda, che è il paese più giovane, secondo i dati Eurostat). Cosicché, unendo le barriere all’ingresso alle istituzioni con l’inconsistenza numeraria dei giovani stessi, è possibile concludere che l’Italia è di gran lunga il paese dell’Unione dove i giovani hanno meno potere politico potenziale. Certo, non ci si aspetta che cambi nulla nel breve periodo: ma il breve periodo è una preoccupazione della politica dalla visione limitata e dal fiato corto, della politica che è solo ricerca del consenso elettorale e non di strategia di crescita.

 

Elezioni, il rompicapo italiano

MILANO Elezioni, il rompicapo italiano Débâcle elettorale della sinistra, sgretolamento del centro politico, netta vittoria di M5s e Lega: l’Italia si trova a fare i conti con l’instabilità ed è probabile che rimanga senza guida politica per parecchi mesi. Non si tratta di un dato che caratterizza solo l’Italia, perché l’ultima tornata elettorale ha fatto registrare clamorose sconfitte per le formazioni che si richiamano alla tradizione socialista anche in Spagna, Francia e Germania. La sconfitta elettorale del partito guidato da Renzi – se certo è una conferma delle difficoltà che la sinistra incontra in Europa – deve essere probabilmente collocata all’interno anche di un’altra grande tendenza . Per molti versi, il progetto originario del Pd, ossia quello di costruire un partito moderato di centro-sinistra «a vocazione maggioritaria» è naufragato, probabilmente per sempre, schiacciato sotto il peso di cinque anni di governo (oltre che di errori tattici e strategici). Come è evidente, la terza macroscopica tendenza che esce dal voto è la vittoria di Movimento 5 stelle e Lega , entrambe in grado di ottenere un risultato ben superiore a quello che i sondaggi prevedevano. Alla leadership delle due formazioni andrà così riconosciuto il merito di aver saputo costruire una campagna in grado di intercettare le correnti di sfiducia e risentimento che attraversano la società italiana (e che per alcuni aspetti separano ancora una volta Nord e Sud). Formazioni che non sono propriamente «anti-sistema», ma che comunque esprimono una critica radicale nei confronti dell’Unione europea, della classe politica e dei partiti “tradizionali” (che in realtà non sono affatto “tradizionali”, dal momento che il più antico ha meno di un quarto di secolo di vita).

 

Theresa May e la crisi del leader

È la logica della democrazia, che si alimenta di promesse che non possono essere mantenute. Quando poco meno di due mesi fa Theresa May annunciò a sorpresa la fine della legislatura e la decisione di andare a elezioni anticipate, il risultato della consultazione sembrava pressoché scontato. Proprio il leader laburista – dipinto dalla stampa e da molti osservatori più o meno come un caratterista uscito da un film di Ken Loach e approdato per errore sul palcoscenico della politica nazionale – era anzi considerato come il principale responsabile della vittoria annunciata dei conservatori. La vera sorpresa è venuta però proprio dal Labour di Corbyn, che, pur nel corso di una campagna elettorale così contratta (e peraltro funestata da eventi terroristici), ha ottenuto un risultato sorprendente. Piuttosto, si può sostenere che, tornando più o meno ai livelli del 2010, il partito sembra avere arrestato quella tendenza al declino delineatasi a partire dagli ultimi anni di governo di Blair e in coincidenza con le leadership di Gordon Brown ed Ed Miliband. Ma è sicuramente significativo che un candidato come Corbyn – così spesso definito come un grigio burocrate, nostalgico dello statalismo e degli anni Settanta – si sia rivelato in grado di conquistare una fetta rilevante dell’elettorato specialmente giovane, senza troppe concessioni alle logiche della “personalizzazione” e dello spettacolo politico. Si tratta per molti versi di una conseguenza della logica stessa della democrazia, che vive anche alimentandosi di promesse che non possono essere mantenute e di entusiasmi destinati a scemare.

 

Macron, la sfida è adesso

Il 21,30% ottenuto dalla candidata del Front National, ben distante dal 24% di Macron, aveva infatti mostrato come l’ipotesi di una vittoria di Marine Le Pen al ballottaggio assomigliasse più a uno scenario fantapolitico che a una eventualità effettivamente credibile. E la favola del giovane outsider – una sorta di principe azzurro postmoderno, candidatosi senza l’appoggio di alcun partito – si è conclusa con un successo che un anno fa ben pochi si sarebbero spinti a immaginare. Una di queste interpreta l’affermazione di Macron come una sconfitta dei «populisti» e come una vittoria dell’Unione europea. E non semplicemente perché nella retorica del candidato di En Marche! si possono intravedere i tratti di una specifica variante del populismo, che si nutre della retorica antipolitica, del rifiuto dei partiti e dei miti tecnocratici. Ma è tutt’altro che scontato che la buona performance del 23 aprile preluda alla nascita di una formazione di «sinistra populista» analoga a Podemos, che Mélenchon ha più volte prefigurato. Ma – con un programma incentrato sulla riduzione della spesa pubblica, sul taglio dei dipendenti pubblici, sulla flessibilizzazione del mercato del lavoro e sulla riforma delle pensioni – è davvero improbabile che il nuovo presidente francese non incontri sul proprio cammino più di qualche insidia. Senza un partito alle spalle, e senza neppure una solida maggioranza su cui contare, il sostegno di cui Macron ha potuto beneficiare nella competizione elettorale (forse più per le caratteristiche degli avversari e che per propri reali meriti) potrebbe anzi correre il rischio di dissolversi molto rapidamente.

 

Anche la Germania perde il centro

L’analisi del professor Damiano Palano 25 settembre 2017 Di Damiano Palano * Sembrava che la Germania dovesse rimanere indenne dalle tensioni che dal 2011 hanno investito quasi tutti i sistemi politici europei. Dopo una campagna che molti hanno definito “noiosa”, le urne hanno invece consegnato il quadro di un terremoto elettorale, che modifica in misura significativa gli assetti consolidatisi nei quasi settant’anni di storia della Repubblica Federale. Ciò nonostante la composizione del nuovo Bundestag segna una discontinuità notevole, non solo perché la consistenza dei due grandi partiti (Spd e Cdu/Csu) appare sensibilmente ridotta rispetto al passato, ma anche perché il numero dei partiti presenti (ormai salito a 6) modificherà gli equilibri e le dinamiche. Le posizioni delle tre formazioni su molte questioni cruciali (le politiche europee e la gestione dei flussi di migranti) sono infatti molto distanti, e non è dunque affatto scontato che i partner possano trovare davvero un accordo (e soprattutto che lo possano trovare in tempi brevi). Il primo riguarda l’erosione dei partiti tradizionali , che è ancora più rilevante in un paese come la Germania, in cui i grandi partiti di massa hanno a lungo dimostrato una notevole capacità di resistere ai mutamenti sociali e politici. Di questo mutamento è vittima soprattutto il partito socialdemocratico, le cui difficoltà sembrano d’altronde riflettere una dinamica più generale, che vede in tutto il Vecchio continente i partiti storici della sinistra fortemente ridimensionati (a vantaggio di nuove formazioni di sinistra radicale o di partiti “populisti” ed “euroscettici”). Anche perché il sistema elettorale tedesco (a differenza di quello francese), che per molti decenni ha contenuto grazie alla clausola di sbarramento la moltiplicazione dei partiti, oggi potrebbe contribuire a rafforzare proprio la polarizzazione e le spinte centrifughe.

 

Olanda, una diga con molte crepe

Ma più che di un “quarto di finale”, come l’ha definito il premier Rutte, sarà un lungo, estenuante girone all’italiana, la cui conclusione è ancora molto lontana. La crescita di Wilders si ferma infatti al 13,1% e a 20 seggi, 5 in più rispetto alle precedenti elezioni ma comunque molto al di sotto del 21,2% e dei 33 seggi ottenuti dal partito di Rutte (Vvd). Alcune formazioni moderate, come i liberali progressisti di D66 e i cristiani democratici di Cda, ottengono un buon risultato (conquistando entrambi 19 seggi), ma, per effetto della flessione dei due principali partiti, la formazione di una compagine di governo sarà comunque molto complicata. La “democrazia consensuale” olandese è da sempre strutturata su un sistema multipartitico, ma nella Camera bassa saranno presenti questa volta tredici partiti, ognuno dei quali rischia di risultare vitale per la formazione del governo. E per quanto il sistema olandese sia abituato da sempre a esecutivi basati su coalizioni anche ampie, in questo caso neppure una “grande coalizione” avrà probabilmente i 76 seggi necessari per un governo stabile e sarà dunque necessario trovare formule innovative. E anche per effetto di queste tendenze è piuttosto ingenuo ritenere che davvero il “quarto di finale” olandese abbia segnato una vittoria a favore dell’Ue. Il problema è che non si tratta di un “quarto di finale”, ma probabilmente di un lungo ed estenuante girone all’italiana, la cui conclusione è ancora molto lontana.

 

Trump, come cambia l’America

MILANO Trump, come cambia l’America Quello che è stato dipinto come una combinazione tra Gian Burrasca e l’Orco delle fiabe, entrerà alla Casa Bianca. E anche se quella cui abbiamo assistito nell’ultimo anno non è stata certo la migliore campagna che si ricordi, si è indubbiamente conclusa con il più clamoroso colpo di scena. E quello che all’inizio delle primarie repubblicane sembrava più che altro una folcloristica comparsa, e che per un anno la stampa (non solo europea) ha dipinto come una grottesca combinazione tra Gian Burrasca e l’Orco delle fiabe, entrerà da trionfatore alla Casa Bianca. E d’altronde è piuttosto complicato estrapolare qualcosa di simile a un programma di governo dal groviglio di proposte che Trump ha portato avanti durante la sua campagna. Innanzitutto, l’esito delle consultazione sembra confermare una tendenza che già da qualche anno è diventata sempre più evidente, ossia che l’elettore mediano non è più politicamente decisivo, perché la carta vincente è diventata la polarizzazione, la capacità di mobilitare elettori estremizzando il messaggio. Infine, i risultati che vengono dagli Usa ci dicono – con ancora maggior forza – che una comunicazione vincente non passa più dai grandi media generalisti, né dalla grande stampa, ma da altre strade, come sono soprattutto quei reticoli talvolta inafferrabili che sono i social network. docente di Scienza politica, facoltà di Scienze politiche e sociali, Università Cattolica #usa #elezioni #donaldtrump Facebook Twitter Send by mail DAVERI, COSA CAMBIA PER MERCATI E RISPARMIATORI Al di là di ogni previsione il 45° presidente degli Stati Uniti d’America è Donald Trump.

 

L’Europa va in collegio

milano L’Europa va in collegio In vista delle elezioni europee, che si terranno nei vari Paesi dell’Unione europea tra il 23 e il 26 maggio, gli studenti riflettono sull’identità del vecchio continente e sul ruolo che essa ricopre nel panorama mondiale e nella vita dei singoli Stati. Alle soglie delle elezioni europee del prossimo maggio nei collegi dell’Università Cattolica non sono mancate occasioni per riflettere sull’identità, sulla necessità e sul ruolo dell’Unione Europea, con una serie di iniziative e di incontri di approfondimento sul tema. La terza edizione della Winter School , organizzata dal collegio Augustinianum , ha immerso gli studenti nel cuore delle istituzioni europee con workshop nella sede del Parlamento, della Commissione e presso la Casa della Storia europea. Il viaggio a Bruxelles, che ha coinvolto gli studenti dal 3 al 6 aprile, è stato preparato e seguito da incontri dedicati al tema europeo, tra cui l’intervento del 2 aprile del professor Francesco Bestagno , docente di Diritto dell’Unione Europea del nostro Ateneo, dal titolo «L’Unione Europea: radici, realtà e prospettive». Di identità europea si è parlato al collegio Marianum con un dialogo tra Antonio Campati e Alberto Martinelli : dall’incontro, che ha avuto luogo l’11 aprile, è emersa la volontà di costruire un’identità partendo dal rafforzamento dei valori condivisi e investendo in politiche che concorrano al miglioramento della democrazia europea. Alla domanda sulla necessità o meno, oggi, di un “unione europea” ha risposto con fermezza la lectio tenuta il 19 marzo in Augustinianum dal già presidente del Consiglio e presidente della Commissione europea (1999-2004) Romano Prodi dal titolo «L’Europa che verrà: perché non possiamo farne a meno». collegi #europa #elezioni #educatt Facebook Twitter Send by mail.

 
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