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Macron, la sfida è adesso

Il 21,30% ottenuto dalla candidata del Front National, ben distante dal 24% di Macron, aveva infatti mostrato come l’ipotesi di una vittoria di Marine Le Pen al ballottaggio assomigliasse più a uno scenario fantapolitico che a una eventualità effettivamente credibile. E la favola del giovane outsider – una sorta di principe azzurro postmoderno, candidatosi senza l’appoggio di alcun partito – si è conclusa con un successo che un anno fa ben pochi si sarebbero spinti a immaginare. Una di queste interpreta l’affermazione di Macron come una sconfitta dei «populisti» e come una vittoria dell’Unione europea. E non semplicemente perché nella retorica del candidato di En Marche! si possono intravedere i tratti di una specifica variante del populismo, che si nutre della retorica antipolitica, del rifiuto dei partiti e dei miti tecnocratici. Ma è tutt’altro che scontato che la buona performance del 23 aprile preluda alla nascita di una formazione di «sinistra populista» analoga a Podemos, che Mélenchon ha più volte prefigurato. Ma – con un programma incentrato sulla riduzione della spesa pubblica, sul taglio dei dipendenti pubblici, sulla flessibilizzazione del mercato del lavoro e sulla riforma delle pensioni – è davvero improbabile che il nuovo presidente francese non incontri sul proprio cammino più di qualche insidia. Senza un partito alle spalle, e senza neppure una solida maggioranza su cui contare, il sostegno di cui Macron ha potuto beneficiare nella competizione elettorale (forse più per le caratteristiche degli avversari e che per propri reali meriti) potrebbe anzi correre il rischio di dissolversi molto rapidamente.

 

Theresa May e la crisi del leader

È la logica della democrazia, che si alimenta di promesse che non possono essere mantenute. Quando poco meno di due mesi fa Theresa May annunciò a sorpresa la fine della legislatura e la decisione di andare a elezioni anticipate, il risultato della consultazione sembrava pressoché scontato. Proprio il leader laburista – dipinto dalla stampa e da molti osservatori più o meno come un caratterista uscito da un film di Ken Loach e approdato per errore sul palcoscenico della politica nazionale – era anzi considerato come il principale responsabile della vittoria annunciata dei conservatori. La vera sorpresa è venuta però proprio dal Labour di Corbyn, che, pur nel corso di una campagna elettorale così contratta (e peraltro funestata da eventi terroristici), ha ottenuto un risultato sorprendente. Piuttosto, si può sostenere che, tornando più o meno ai livelli del 2010, il partito sembra avere arrestato quella tendenza al declino delineatasi a partire dagli ultimi anni di governo di Blair e in coincidenza con le leadership di Gordon Brown ed Ed Miliband. Ma è sicuramente significativo che un candidato come Corbyn – così spesso definito come un grigio burocrate, nostalgico dello statalismo e degli anni Settanta – si sia rivelato in grado di conquistare una fetta rilevante dell’elettorato specialmente giovane, senza troppe concessioni alle logiche della “personalizzazione” e dello spettacolo politico. Si tratta per molti versi di una conseguenza della logica stessa della democrazia, che vive anche alimentandosi di promesse che non possono essere mantenute e di entusiasmi destinati a scemare.

 

Anche la Germania perde il centro

L’analisi del professor Damiano Palano 25 settembre 2017 Di Damiano Palano * Sembrava che la Germania dovesse rimanere indenne dalle tensioni che dal 2011 hanno investito quasi tutti i sistemi politici europei. Dopo una campagna che molti hanno definito “noiosa”, le urne hanno invece consegnato il quadro di un terremoto elettorale, che modifica in misura significativa gli assetti consolidatisi nei quasi settant’anni di storia della Repubblica Federale. Ciò nonostante la composizione del nuovo Bundestag segna una discontinuità notevole, non solo perché la consistenza dei due grandi partiti (Spd e Cdu/Csu) appare sensibilmente ridotta rispetto al passato, ma anche perché il numero dei partiti presenti (ormai salito a 6) modificherà gli equilibri e le dinamiche. Le posizioni delle tre formazioni su molte questioni cruciali (le politiche europee e la gestione dei flussi di migranti) sono infatti molto distanti, e non è dunque affatto scontato che i partner possano trovare davvero un accordo (e soprattutto che lo possano trovare in tempi brevi). Il primo riguarda l’erosione dei partiti tradizionali , che è ancora più rilevante in un paese come la Germania, in cui i grandi partiti di massa hanno a lungo dimostrato una notevole capacità di resistere ai mutamenti sociali e politici. Di questo mutamento è vittima soprattutto il partito socialdemocratico, le cui difficoltà sembrano d’altronde riflettere una dinamica più generale, che vede in tutto il Vecchio continente i partiti storici della sinistra fortemente ridimensionati (a vantaggio di nuove formazioni di sinistra radicale o di partiti “populisti” ed “euroscettici”). Anche perché il sistema elettorale tedesco (a differenza di quello francese), che per molti decenni ha contenuto grazie alla clausola di sbarramento la moltiplicazione dei partiti, oggi potrebbe contribuire a rafforzare proprio la polarizzazione e le spinte centrifughe.

 

Elezioni, il rompicapo italiano

MILANO Elezioni, il rompicapo italiano Débâcle elettorale della sinistra, sgretolamento del centro politico, netta vittoria di M5s e Lega: l’Italia si trova a fare i conti con l’instabilità ed è probabile che rimanga senza guida politica per parecchi mesi. Non si tratta di un dato che caratterizza solo l’Italia, perché l’ultima tornata elettorale ha fatto registrare clamorose sconfitte per le formazioni che si richiamano alla tradizione socialista anche in Spagna, Francia e Germania. La sconfitta elettorale del partito guidato da Renzi – se certo è una conferma delle difficoltà che la sinistra incontra in Europa – deve essere probabilmente collocata all’interno anche di un’altra grande tendenza . Per molti versi, il progetto originario del Pd, ossia quello di costruire un partito moderato di centro-sinistra «a vocazione maggioritaria» è naufragato, probabilmente per sempre, schiacciato sotto il peso di cinque anni di governo (oltre che di errori tattici e strategici). Come è evidente, la terza macroscopica tendenza che esce dal voto è la vittoria di Movimento 5 stelle e Lega , entrambe in grado di ottenere un risultato ben superiore a quello che i sondaggi prevedevano. Alla leadership delle due formazioni andrà così riconosciuto il merito di aver saputo costruire una campagna in grado di intercettare le correnti di sfiducia e risentimento che attraversano la società italiana (e che per alcuni aspetti separano ancora una volta Nord e Sud). Formazioni che non sono propriamente «anti-sistema», ma che comunque esprimono una critica radicale nei confronti dell’Unione europea, della classe politica e dei partiti “tradizionali” (che in realtà non sono affatto “tradizionali”, dal momento che il più antico ha meno di un quarto di secolo di vita).

 

Olanda, una diga con molte crepe

Ma più che di un “quarto di finale”, come l’ha definito il premier Rutte, sarà un lungo, estenuante girone all’italiana, la cui conclusione è ancora molto lontana. La crescita di Wilders si ferma infatti al 13,1% e a 20 seggi, 5 in più rispetto alle precedenti elezioni ma comunque molto al di sotto del 21,2% e dei 33 seggi ottenuti dal partito di Rutte (Vvd). Alcune formazioni moderate, come i liberali progressisti di D66 e i cristiani democratici di Cda, ottengono un buon risultato (conquistando entrambi 19 seggi), ma, per effetto della flessione dei due principali partiti, la formazione di una compagine di governo sarà comunque molto complicata. La “democrazia consensuale” olandese è da sempre strutturata su un sistema multipartitico, ma nella Camera bassa saranno presenti questa volta tredici partiti, ognuno dei quali rischia di risultare vitale per la formazione del governo. E per quanto il sistema olandese sia abituato da sempre a esecutivi basati su coalizioni anche ampie, in questo caso neppure una “grande coalizione” avrà probabilmente i 76 seggi necessari per un governo stabile e sarà dunque necessario trovare formule innovative. E anche per effetto di queste tendenze è piuttosto ingenuo ritenere che davvero il “quarto di finale” olandese abbia segnato una vittoria a favore dell’Ue. Il problema è che non si tratta di un “quarto di finale”, ma probabilmente di un lungo ed estenuante girone all’italiana, la cui conclusione è ancora molto lontana.

 

Trump, come cambia l’America

MILANO Trump, come cambia l’America Quello che è stato dipinto come una combinazione tra Gian Burrasca e l’Orco delle fiabe, entrerà alla Casa Bianca. E anche se quella cui abbiamo assistito nell’ultimo anno non è stata certo la migliore campagna che si ricordi, si è indubbiamente conclusa con il più clamoroso colpo di scena. E quello che all’inizio delle primarie repubblicane sembrava più che altro una folcloristica comparsa, e che per un anno la stampa (non solo europea) ha dipinto come una grottesca combinazione tra Gian Burrasca e l’Orco delle fiabe, entrerà da trionfatore alla Casa Bianca. E d’altronde è piuttosto complicato estrapolare qualcosa di simile a un programma di governo dal groviglio di proposte che Trump ha portato avanti durante la sua campagna. Innanzitutto, l’esito delle consultazione sembra confermare una tendenza che già da qualche anno è diventata sempre più evidente, ossia che l’elettore mediano non è più politicamente decisivo, perché la carta vincente è diventata la polarizzazione, la capacità di mobilitare elettori estremizzando il messaggio. Infine, i risultati che vengono dagli Usa ci dicono – con ancora maggior forza – che una comunicazione vincente non passa più dai grandi media generalisti, né dalla grande stampa, ma da altre strade, come sono soprattutto quei reticoli talvolta inafferrabili che sono i social network. docente di Scienza politica, facoltà di Scienze politiche e sociali, Università Cattolica #usa #elezioni #donaldtrump Facebook Twitter Send by mail DAVERI, COSA CAMBIA PER MERCATI E RISPARMIATORI Al di là di ogni previsione il 45° presidente degli Stati Uniti d’America è Donald Trump.

 

Il rebus spagnolo tra Madrid e Barcellona

Di Damiano Palano di Damiano Palano * Le vicende legate all’indipendenza catalana contribuiscono a complicare il rompicapo spagnolo uscito dalla elezioni politiche dello scorso 20 dicembre. A lungo il nazionalismo catalano ha avuto due anime distinte: da una parte la coalizione moderata Convergéncia i Unió (Ciu), per decenni la formazione più votata e alla guida della Comunità autonoma; dall’altra un partito di ispirazione socialista, Esquerra Republicana de Catalunya (Erc). Negli ultimi anni il quadro si è sensibilmente modificato, contestualmente all’avanzata di un’opzione nettamente indipendentista (e non più solo autonomista) e all’inizio di un lungo braccio di ferro tra Barcellona e Madrid, culminato per ora nelle elezioni autonomiche dello scorso 27 settembre. Sia perché hanno complessivamente assegnato alle formazioni indipendentiste la maggioranza assoluta dei seggi, sia perché hanno premiato una forza radicale come Candidatura d’Unitat Popular (Cup): una piccola coalizione formata da collettivi di estrema sinistra, che con i propri dieci seggi è diventata decisiva per sostenere una maggioranza indipendentista. Naturalmente si può imputare lo stallo politico che vive oggi la Catalogna all’estremismo della Cup, una formazione (ben più radicale di Podemos) in cui confluiscono molte componenti e che comprende al suo interno anche un’anima “pancatalanista”. Spesso queste forze non sono facilmente inquadrabili con le categorie di “destra” e “sinistra”, perché la loro risorsa principale, ben più che la componente progettuale, è la retorica populista della polemica contro la «casta». Negli ultimi anni la richiesta del referendum sull’autodeterminazione ha però offerto alla classe politica di Barcellona (e allo stesso Mas) anche un’arma formidabile per proiettare verso lo Stato centrale la sfiducia nei confronti dei partiti tradizionali e l’insoddisfazione per le conseguenze della crisi.

 
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