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Elezioni Usa, la sfida di Bloomberg

il commento Elezioni Usa, la sfida di Bloomberg Per il candidato presidente la strategia fin qui seguita dai democratici non è più la carta decisiva. L’analisi del professor Vittorio Emanuele Parsi su “Il Messaggero” 26 novembre 2019 Pubblichiamo l’incipit dell’editoriale del professor Vittorio Emanuele Parsi uscito su “Il Messaggero” di Vittorio Emanuele Parsi * Battere Trump e il suo estremismo non opponendogli una piattaforma radicalmente “liberal”, ma attraverso l’uscita dalla radicalizzazione e dalla polarizzazione. Perché possa concretizzarsi, Bloomberg dovrà innanzitutto vincere le primarie democratiche, strappandole probabilmente a Elizabeth Warren, una candidata su posizioni e di formazione decisamente più “radical” rispetto al tre volte sindaco di New York, peraltro transitato abbastanza recentemente dal Partito repubblicano a quello democratico. Bloomberg punta sulla preoccupazione di fasce crescenti dei ceti medi (oltre che delle élite) circa i danni permanenti che il populismo identitario del presidente sta arrecando a un sistema istituzionale da tempo sottoposto a torsioni. In termini internazionali, ritiene che la politica “neo-jacksoniana” di Trump stia oggettivamente indebolendo quella rete di relazioni e alleanze – protetta e amplificata da innumerevoli istituzioni internazionali – che ha fornito agli Stati Uniti il vantaggio competitivo e fin qui esclusivo rispetto agli sfidanti: effettivi e potenziali. Bloomberg si colloca nella lunga tradizione di leader che aspirano alla vittoria occupando il “centro” dello schieramento politico. docente di Relazioni internazionali alla facoltà di Scienze politiche e sociali e direttore dell’ Alta Scuola in Economia e relazioni internazionali (Aseri) dell’Università Cattolica [continua a leggere su "Il Messaggero"] #bloomberg #democratici #elezioni usa #primarie Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Quei falli a centrocampo di Donald Trump

L'analisi Quei falli a centrocampo di Donald Trump Nel primo duello televisivo, il presidente ha cercato con continue interruzioni di non far tirare in porta l’avversario, che, da par suo, lo ha attaccato sul piano personale. Faccio una prima considerazione: il defender , per usare i termini dell’America’s Cup, che avrebbe dovuto essere Trump, in realtà è parso avere un atteggiamento più da attaccante rispetto all’avversario challenger . Ovviamente molto è stato determinato dalle personalità dei due sfidanti: il presidente in carica è il classico uomo che non ha un background politico, diplomatico naturale, come ha, invece, il candidato Dem, e quindi è molto più portato al pragmatismo. Se immaginiamo il dibattito come una partita di calcio, Trump con le continue e insistenti interruzioni ha cercato di giocare pressando alto per non fare giocare l’avversario e utilizzando il fallo tattico per impedirgli di entrare nella propria metà campo, e tirare in porta. Sulla mancanza di fair anche Biden non è stato da meno, facendo attacchi più personali che politici. Mentre Trump rispondeva agli attacchi dell’avversario ribattendo più sulla linea politica dell’ex vice di Obama (per esempio parlava di “voi radicali socialisti”), Biden si riferiva direttamente alla persona, puntando a ridicolizzare la figura di Trump, che già gode di una reputazione pubblica internazionale un po’ negativa. docente al Seminario di Public Speaking, facoltà di Scienze politiche e sociali , campus di Brescia #elezioni usa #trump #biden #dibattito Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Tra Biden e Trump vince chi mobilita di più

Abbiamo chiesto ad alcuni giornalisti di varie testate, particolarmente esperti di politica americana e molti dei quali alumni dell’Università Cattolica, di aiutarci a capire dove stanno andando gli Stati Uniti e come affrontano uno dei passaggi più delicati della loro storia. Data l’alta incidenza del voto per posta che si registra in questi giorni, potrebbe trattarsi di persone che tendenzialmente votano democratico, vista la tendenza di questo partito ad appoggiarne l’utilizzo. La cosa interessante è che i giovani in America sono chiamati “first-time voters” : molti di questi, infatti, non avevano potuto votare nel 2016, di conseguenza il loro voto rimane un’incognita. Negli ultimi 30 anni però il potere d’acquisto di questa parte della popolazione è diminuito notevolmente: di conseguenza queste persone si sono ritrovate con meno diritti (anche a causa dello scarso potere dei sindacati negli Stati Uniti), mentre altri segmenti della società sono ascesi sulla scala sociale. Nel 1965 Lyndon B. Johnson promulgò il Voting Right Act con cui fu concesso il diritto di voto ai neri, ma da allora non è cambiato molto: molti membri della comunità nera si sono sentiti ignorati dal partito Democratico, che tendenzialmente si rivolge loro solo durante le elezioni. Negli ultimi anni però è cambiata molto la demografia del Paese: l’elettorato bianco è molto diminuito in percentuale a vantaggio di ispanici, asiatici e afroamericani, un dato che ha costretto i Repubblicani ad ampliare il proprio potenziale bacino di voti. Spesso si parla di Trump come di un businessman e di un outsider: in realtà negli anni ‘80 egli è stato un Repubblicano, poi è diventato un Democratico, successivamente un Riformista e infine è tornato tra i Repubblicani.

 

Black vote matters, il voto afroamericano potrebbe incoronare Biden

Abbiamo chiesto ad alcuni giornalisti di varie testate, particolarmente esperti di politica americana e molti dei quali alumni dell’Università Cattolica, di aiutarci a capire dove stanno andando gli Stati Uniti e come affrontano uno dei passaggi più delicati della loro storia. La polarizzazione dello scenario politico è stata animata e incoraggiata da Trump, che fin dal principio ha imposto la sua idea di politica caratterizzata da spaccatura, litigiosità e da quel clima di microconflittualità che ha contraddistinto ogni disputa. L’aggressività di Trump ha contribuito a surriscaldare gli animi? «Sì, proteste e crisi sociale sono la conseguenza più tragica e visibile, anche perché ci sono di mezzo questioni importanti, come i diritti delle persone e la sicurezza nazionale, che sono temi molto cari a tutti gli elettori. Era comunque abbastanza scontato per la stagione che viviamo che Biden scegliesse una donna di colore e, forse, questa inevitabilità ha tolto un po’ di quella carica che Kamala ha e pure in grande abbondanza. Sul tentativo di mobilitazione di questi due segmenti di popolazione si basa la campagna di Biden, che è fondamentalmente riassumibile con uno slogan (anche perché non ce ne ricordiamo molti altri): “Se volete cambiare lo scenario attuale, l’unica cosa che potete fare è votare”». Utilizzando una sua metafora, si potrebbe dire, dopo quest’inchiesta, che il presidente che avrebbe dovuto “prosciugare la palude” se n’è costruita un’altra, più confacente alle sue caratteristiche, in cui i punti di partenza, di smistamento dei privilegi sono i suoi alberghi, i suoi resort, in soldoni la Trump Organisation. Trump, che prova disprezzo per tutto ciò che è multilaterale, per tutte le decisioni collettive, ha stroncato volontariamente questa fiducia, che dal dopoguerra in avanti è rappresentata dalle istituzioni internazionali e da tutte le loro declinazioni.

 

Chi vince dovrà gestire le rovine d’America

Abbiamo chiesto ad alcuni giornalisti di varie testate, particolarmente esperti di politica americana e molti dei quali alumni dell’Università Cattolica, di aiutarci a capire dove stanno andando gli Stati Uniti e come affrontano uno dei passaggi più delicati della loro storia. Non sarà una sorpresa se Biden vincerà per il maggior numero di voti, ma sappiamo bene che per il modello elettorale americano questo non significa che sarà sicuramente lui il presidente. Non è un caso che sia il luogo in cui Biden è nato ma è anche uno degli Stati che quattro anni fa ha regalato la vittoria a Trump. Va detto però che gli elettorati sono molto polarizzati, è vero che c’è una fascia di Repubblicani che non ama Trump, ma stiamo comunque parlando di un partito in cui non c’è un’idea di ripartenza. Crede che una parte dell’elettorato democratico possa astenersi? «La sensazione è che la scelta di Kamala Harris come vicepresidente sia stata felice, perché è una rappresentante degli afroamericani ma è anche un volto fresco, e seppur non sia una giovanissima leva, ha portato più energia. Quali potrebbe essere le novità più immediate che potrebbe comportare una vittoria di Biden? «In America non ci sono quasi mai svolte radicali, però sicuramente cambieranno i rapporti con gli alleati, con l’Europa, con la Nato, che avranno una fase di distensione notevole rispetto a Trump. Per concludere, possiamo dire che questa campagna elettorale è stata una delle peggiori di sempre? «Finora si parlava degli Stati Uniti come della più grande democrazia occidentale, ma queste elezioni hanno mostrato ancora di più che l’America non ha più alcuna lezione da dare ad altri Paesi.

 

«Il nuovo presidente lo sceglierà il Covid»

Abbiamo chiesto ad alcuni giornalisti di varie testate, particolarmente esperti di politica americana e molti dei quali alumni dell’Università Cattolica, di aiutarci a capire dove stanno andando gli Stati Uniti e come affrontano uno dei passaggi più delicati della loro storia. Quale di questi temi incide di più sul risultato elettorale? «Parto da quello che pesa di meno: l’ambiente, perché riguarda soltanto l’elettorato più radicale e di sinistra rispetto a Biden, quell’elettorato che non ama il candidato democratico ma che lo voterà comunque perché sa che Trump è un disastro. Quindi un effetto Covid è inevitabile? «Quello che bisogna capire, e che potrebbe essere decisivo per il risultato elettorale, è se nell’entroterra e nel Sud degli Stati Uniti il dramma del Covid venga davvero imputato a Trump. Trump ha sempre dato la colpa a loro per le rivolte, per i saccheggi e per la violenza, tentando di spiegare che la reazione della polizia è una conseguenza di un disordine anarchico di sinistra e dei gruppi “Antifa”. Quali sono le ragioni che hanno portato Trump e Biden a basare la loro campagna elettorale soprattutto su attacchi personali? «Credo che Biden non possa essere accusato di questo, sugli attacchi personali ha agito difendendosi, avendo davanti un personaggio talmente discutibile e provocatorio. In questi dibattiti è emersa però l’impossibilità di discutere con un avversario che nega sempre la realtà, che di fronte alla realtà dice che sono tutte balle e che niente è vero. Ciononostante, è talmente forte lo spauracchio Trump ed è stata talmente decisiva l’astensione di molti di quattro anni fa che questa volta è molto difficile che l’area socialista non voterà per Biden».

 

La campagna “Covid related” potrebbe cambiare inquilino alla Casa Bianca

Abbiamo chiesto ad alcuni giornalisti di varie testate, particolarmente esperti di politica americana e alcuni dei quali alumni dell’Università Cattolica, di aiutarci a capire dove stanno andando gli Stati Uniti e come affrontano uno dei passaggi più delicati della loro storia. Per queste ragioni è venuto a mancare quello scontro che tradizionalmente negli ultimi due mesi caratterizza le campagne elettorali, privando il dibattito politico di quell’elettricità e di quella tensione vibrante che ne sono sempre stati il tratto distintivo». I due candidati hanno cercato di mettere più in cattiva luce l’avversario, piuttosto che illustrare i punti di un programma… «È stata una campagna elettorale povera di contenuti, priva di grandi idee, con dei toni assolutamente esagerati. A proposito di mobilitazione dei vari componenti del tessuto sociale americano, non è forse un po’ pretestuoso classificarli in maniera netta e presumere di ottenerne l’appoggio indiscriminato, dal momento che questi segmenti di popolazione al loro interno sono molto articolati? A che cosa si sta riferendo? «L’altro giorno la Borsa di Wall Strett ha fatto registrare una pesante perdita, che ha suggellato una settimana di “profondo rosso”. Così chi ha investito il suo “tesoretto” in questi fondi, si ritrova ora con un capitale che da 300mila dollari è sceso a poco più di 200mila e allora, dinanzi a queste ingenti perdite, potrebbe trasformare il suo voto in un voto di protesta». L’America oggi è un Paese che vive sul crinale della tensione, ci sono movimenti a destra e a sinistra che, come hanno ampiamente dimostrato negli ultimi tempi, sono in grado di trasformare una protesta pacifica in una rivolta violenta, in una guerriglia urbana dai connotati politici.

 

«La pandemia ha penalizzato Trump»

Speciale Elezioni Usa 2020 «La pandemia ha penalizzato Trump» Ne è convinto Daniele Meloni , esperto di politica americana ed ex studente della Scuola di Giornalismo dell’Università Cattolica, persuaso che il Covid-19 ha azzoppato una politica economica che andava a gonfie vele. Abbiamo chiesto ad alcuni giornalisti di varie testate, particolarmente esperti di politica americana e alcuni dei quali alumni dell’Università Cattolica, di aiutarci a capire dove stanno andando gli Stati Uniti e come affrontano uno dei passaggi più delicati della loro storia. Secondo Daniele Meloni , esperto di politica americana, collaboratore di Startmag ed ex studente della Scuola di Giornalismo dell’Università Cattolica, sia Donald Trump che Joe Biden hanno commesso errori e non godono dell’appoggio uniforme da parte dei rispettivi partiti. Quali sono stati gli errori nel corso di questa campagna elettorale da parte del Partito Democratico? Biden è il miglior candidato che si potesse presentare? «La scelta del candidato è l’errore principale. Il Partito Democratico è una macchina rodata, ma questa volta l’alternativa al socialista Sanders è stata quella di un personaggio che non porta di certo con sé un’aria fresca e nuova e che rappresenta una politica fin troppo tradizionale. Bisogna dire che adesso lo scenario è diverso: questa volta c’è una coalizione più coesa in ottica anti-Trump e credo che i fans di Sanders voteranno comunque per Biden». Che cosa si devono aspettare l’America e il resto del mondo nel caso di una rielezione di Trump? E che cosa invece nel caso di una vittoria di Biden? «Cambierà pochissimo in entrambi i casi.

 

Usa, Joe Biden è il nuovo presidente

Speciale elezioni Usa 2020 Usa, Joe Biden è il nuovo presidente Con il successo in Pennsylvania il candidato democratico conquista la Casa Bianca. Le sue prime parole in un tweet: «Sarò il presidente di tutti gli americani» by a cura di Paolo Ferrari | 07 novembre 2020 Joe Biden è il 46esimo presidente degli Stati Uniti d'America. Il candidato democratico, nel tardo pomeriggio (ora italiana) di sabato 7 novembre, conquistando la Pennsylvania e i suoi 20 grandi elettori, è ormai certo della vittoria. In un tweet le sue prime parole da presidente eletto: «Sono onorato che gli americani mi abbiano scelto come loro presidente. Intervista al giornalista per diverse testate nazionali e curatore del progetto della Treccani AtlanteUsa2020 di Giacomo Cozzaglio Trump e l'eterna lotta tra realtà e reality – intervista a Mattia Ferraresi La pandemia ha fatto irruzione nelle presidenziali americane colpendo direttamente il candidato repubblicano. Il vero ostacolo alla rielezione di Trump sarà certamente il Covid di Emiliano Dal Toso «Vi racconto l’America vera che va al voto» - intervista a Emiliano Bos Il corrispondente dagli Stati Uniti della Radio Televisione Svizzera è rientrato da un viaggio in camper attraverso tutta la federazione. Anche per il suo impatti drammatico sull’economia di Emiliano Dal Toso La campagna “Covid related” potrebbe cambiare inquilino alla Casa Bianca - intervista ad Alberto Simoni Secondo il caporedattore de “ La Stampa ”, laureato in Lettere in Unicatt, se spostassimo le lancette a gennaio 2020, avremmo pochi dubbi sul vincitore delle Presidenziali.

 
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