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Se il re è nudo

il dibattito Se il re è nudo L’intellettuale è chiamato anche oggi a disinnescare il potere come l’innocente bimbo che spernacchia il re ma in certe congiunture è proprio lui il re di cui va denunciata la nudità. Questo il quadro desolante schizzato da Nietzsche, intellettuale «dinamitardo» se mai ce ne fu uno, che in un sol colpo faceva così saltare le presunzioni degli uomini e del loro intelletto e, più specificamente, quella degli uomini che all’intelletto si sono consacrati. Se le dispute tendono ad appassionare solo chi vi è direttamente coinvolto (meglio poi quando parla lui) e l’autoreferenzialità è più di un rischio, nel caso di intellettuali che si interrogano sulla figura dell’intellettuale non si vede quasi come si possa uscirne. A chi non è capitato di sentire più o meno a sproposito espressioni come radical chic , gauche caviar , professorone … sempre usate come termini spregiativi contro l’interlocutore che accamperebbe il maggior valore della propria opinione perché meglio articolata o più compitamente espressa. Così è quindi è invalso l’uso di un termine ugualmente spregiativo, speculare a quelli summenzionati: populismo , che poi è la versione appena più sofisticata di popolo bue . Questa è in effetti una lezione che gli intellettuali fanno propria, anzi di più: sono loro che la impartiscono, identificando se stessi col bimbo che finalmente grida: «Il re è nudo!». docente di Storia della filosofia, facoltà di Scienze della formazione , Università Cattolica, campus di Milano Decimo contributo di una serie di articoli dedicati al ruolo degli intellettuali #intellettuali #filosofi #populismo #elite Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Leggere Sturzo per rivalutare le élite

il dibattito Leggere Sturzo per rivalutare le élite L’idea che non serva più delegare il potere a una minoranza poiché grazie alla rete tutti possono intervenire direttamente per orientare le scelte politiche fa breccia in ampi strati dell’opinione pubblica. Alle radici del populismo di Antonio Campati 26 giugno 2019 Con questo articolo proseguiamo il dibattito - aperto il 18 giugno dall’ intervento su Cattolici e politica del professor Agostino Giovagnoli - a cento anni dall’appello di don Luigi Sturzo “agli uomini liberi e forti”. di Antonio Campati * Nel dibattito pubblico, il termine élite è avvolto da una patina di negatività. Ma ciò che Sturzo ha ben chiaro in mente è che all’interno della democrazia deve crearsi un dinamismo virtuoso per favorire la circolazione di élite con qualità apprezzabili (e per ostacolare la formazione di oligarchie). Com’è possibile educare e selezionare una classe politica adeguata? Un compito tanto delicato, per Sturzo, lo può assolvere soprattutto il partito, il quale, con la sua organizzazione e con le sua vita interna, consente al popolo di esprimersi in forma organizzata. L’eredità di Sturzo ci può allora aiutare in una duplice direzione: da un lato, a diffondere la consapevolezza che le élite sono importanti per il funzionamento della democrazia; dall’altro, che queste devono affrontare un «tirocinio» capace di renderle davvero consce delle loro responsabilità. assegnista di ricerca in Filosofia politica, facoltà di Scienze politiche e sociali , Università Cattolica del Sacro Cuore Sesto articolo di una serie dedicata ai cento anni dall’Appello ai liberi e forti di don Luigi Sturzo #sturzo #liberieforti #elite #politica Facebook Twitter Send by mail Print.

 
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