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House of Cards, politica allo specchio

MILANO House of Cards, politica allo specchio La finzione e la realtà si rincorrono nella corsa alla Casa Bianca e la serie tv diventa il decalogo della grande narrazione alla base della vita politica americana, grazie all’uso di una retorica fatta di seduzione e ricatti. by Indro Pajaro | 28 aprile 2016 «È la grande narrazione a costituire la nuova caratteristica della politica americana e House of Cards ne diventa il decalogo grazie all’uso di una retorica fatta di seduzione e ricatti». Aldo Grasso , docente di Storia della radio e della televisione e direttore del Certa, interpreta in questo modo il successo della serie televisiva americana, la cui fascinazione risiede nell’esibizione di potere e risponde al nome di storytelling. Ad House of Cards e allo spettacolo del potere nello specchio della serialità televisiva la facoltà di Scienze politiche e sociali, il dipartimento di Scienze politiche , il Certa e Sky Atlantic hanno dedicato una dibattito coordinato dal professor Damiano Palano . Il risultato è una de-politicizzazione che rimanda a una crisi di ideologie, dove la figura del leader diventa spettacolarizzazione mentre l’ambiente circostante è in balìa di un senso di paura che ricorda lo stato di natura teorizzato da Hobbes. Il professore Massimo Scaglioni , del Certa , individua al suo interno due diverse tipologie di racconto: la meccanica dei processi politici con al centro lo spettacolo del potere e la spettacolarizzazione della sorveglianza, che a loro volta rimandano alle politiche di rappresentazione e commistione. Da House of Cards alla Casa Bianca, dalla fiction alla realtà, questa serie televisiva diventa lo specchio in cui ritrovare la condizione della post democrazia, dove le menzogne e il cinismo della politica ne costituiscono la storia e Frank Underwood ne è l’attore protagonista.

 

Da House of Cards alla Casa Bianca

MILANO Da House of Cards alla Casa Bianca Sovrapporre la campagna elettorale della serie americana e quella reale è una trovata pubblicitaria ma i punti di contatto tra fiction e realtà non finiscono qui. Confronto sul potere nello specchio della serialità televisiva. L’«uomo che rifiuta di accontentarsi» e che mette «le persone prima della politica» non era però Donald Trump, o Ted Cruz, o un altro aspirante alla poltrona presidenziale, ma Frank Underwood, il sulfureo protagonista di House of Cards . In altre parole Frank Underwood non è altro che il ritratto dell’eterna libido dominandi , il simbolo di quella inestinguibile sete di potere che spinge gli esseri umani a conquistare, conservare ed estendere il potere sui propri simili. La sua filosofia non è altro che la vecchia filosofia di Trasimaco, secondo cui la giustizia non è altro che l’utile del più forte. E una sfera in cui la risorsa su cui far leva è sempre la paura, perché – come si leggeva nell’ incipit del romanzo di Michael Dobbs, da cui trae origine la serie – «non è il rispetto, ma la paura, a muovere l’uomo». Perché il mondo che House of Cards mette in scena finisce col suggerirci non solo che il potere è cinico, ma che la politica non può che essere il regno del cinismo, della menzogna, della sopraffazione. In altri termini, ci dice che non è possibile una politica diversa da quella di Frank Underwood, e che tutti i più nobili ideali non sono altro che semplici mascheramenti di sordidi interessi personali.

 
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