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La psicologia dei robot

Per questo vengono anche definiti “ robot socialmente assistivi ” (Socially Assistive Robots - SARs) e incominciano a essere utilizzati per interagire socialmente con le persone, aiutandole anche nella gestione del loro benessere fisico e psicologico. La loro crescente diffusione ha aperto un nuovo filone di ricerca – la Psico-Robotica - il cui principale obiettivo è la comprensione delle dinamiche di interazione sociale generate dall’incontro tra robot e umani, sia dal punto di vista delle caratteristiche dell’interazione, sia da quello della sua progettazione. Una recente review ha analizzato in dettaglio 12 studi che hanno utilizzato i robot sociali per fornire conforto e compagnia a diverse categorie di soggetti deboli: da anziani con demenza a pazienti psichiatrici. In generale, l’impatto degli interventi e delle interazioni sociali andavano da generalmente positivi a misti, con un miglioramento dell'umore, del comfort e una riduzione dello stress dopo l’interazione con i robot sociali. Come racconta un’altra recente review che ha analizzato 17 studi in cui i robot sociali sono stati utilizzati nella cura dell’anziano, utilizzare questi robot quotidianamente come delle badanti tecnologiche non è facile e richiede la capacità dell’anziano di comprendere pienamente le opportunità e i limiti dei robot sociali. Secondo Mori, la somiglianza dei robot antropomorfi al corpo e alle interazioni umane non sempre produce emozioni positive: più il robot viene considerato “umano”, maggiore è la delusione che si sperimenta quando l’interazione non è altrettanto efficace quanto quella umana. In pratica l’incapacità dei robot sociali di essere all’altezza delle aspettative dell’anziano genera un senso di rabbia e di delusione simile a quello che si prova nei confronti di un partner che ci ha tradito.

 

Algoritmo in tribunale: giudice o imputato?

Nella nuova puntata dello speciale sull’ intelligenza artificiale , il professor Gabriele Della Morte spiega vantaggi e rischi della rivoluzione tecnologica applicata alla giustizia. Ciò premesso, appiattire l’attività di interpretazione giuridica a livello di mera esperienza di calcolo comporta dei rischi. Il giurista avveduto sa bene che la storia si nutre anche di discontinuità , e che talvolta sono state proprio le interpretazioni di rottura a innescare spirali volte al rafforzamento di interessi sino a quel momento privi di tutela. Tutto questo l’algoritmo non è in grado di comprenderlo, se non registrando prima, e mimetizzando poi, una sequenza di discontinuità che in tal modo diventerebbero a loro volta continue! Quanto sostenuto è particolarmente evidente nel quadro della protezione dei diritti umani, dove il ricorso a decisioni fondate in un’ottica predittiva (ergo sulla base dei big data ) può entrare facilmente in rotta di collisione con la natura prescrittiva del diritto. docente di Diritto internazionale penale, facoltà di Giurisprudenza , Università Cattolica Sedicesimo articolo di una serie dedicata a come l’intelligenza artificiale ci sta cambiando Per un primo approfondimento, cfr.: GABRIELE DELLA MORTE, Big data e protezione internazionale dei diritti umani. intelligenza artificiale #ia #giustizia #processo Facebook Twitter Send by mail ARRIVANO I ROBOT - IL DIBATTITO L’ intelligenza artificiale non è più fantascienza e le sue applicazioni sono entrate nella vita di tutti i giorni.

 

Dovremmo chiamarla “ragione artificiale”

il dibattito Dovremmo chiamarla “ragione artificiale” Nella sua funzione di «problem solving» e con tutti i suoi possibili e auspicabili sviluppi, può essere una grande risorsa per l’umanità, se gestita e sviluppata con intelligenza. Oppure vedere questo innegabile progresso nel contesto di un confronto con l’umano inteso in tutta la sua ampiezza e potenzialità che non è riducibile alla sola capacità di calcolo e alla operatività tecnica. Il corpo, i sensi, la mente, il cuore (con il suo ampio spettro di significati simbolici) concorrono a fare dell’uomo un essere pensante dotato di facoltà che lo distinguono sostanzialmente dal resto della creazione e ancor più dalle macchine. Questo aspetto che possiamo definire “meta-fisico”, giusto per evocare un termine in disuso, ma forse in questo caso più che pregnante, non è né secondario né separabile dalla reale condizione dell’essere umano. L’uomo visto nella prospettiva della macchina e la macchina umanoide tendono sempre più a ridurre lo spazio dei sentimenti e della libertà accettando ed esaltando la logica di quel determinismo che un certo biologismo evoluzionista, tipico della modernità, è andato imponendo alla visione antropologica del nostro tempo. Forse per questo è più corretto usare il termine ragione che deriva dal latino “ ratio ”, cioè dalla connessione logica di ragionamenti che sono tra di loro sequenziali come accade esattamente per la sequenza dei processi digitali. Possiamo allora affermare che la “ragione artificiale”, nella sua funzione di «p roblem solving » e con tutti i suoi possibili e auspicabili sviluppi, può essere una grande risorsa per l’umanità, se gestita e sviluppata con intelligenza.

 

Se la ragione supera l’intelligenza

il dibattito Se la ragione supera l’intelligenza Nel dibattito sull’intelligenza artificiale è utile soffermarsi sul sostantivo più che sull’aggettivo. In questo senso l’uomo sarebbe un essere non solo intelligente ma anche razionale, vale a dire capace di un’apertura e di una relazionalità che a volte sembrano contraddire la stessa intelligenza. Il punto è proprio questo: il computer non sa far altro che vincere, sempre e in ogni occasione, al di là dell’avversario che sfida; esso risolve sempre a proprio vantaggio il problema in cui lo mette la mossa dell’altro. Diversamente l’uomo, quando per esempio gioca con l’amato figlio o il caro nipote, è capace anche di perdere, o più precisamente: è capace di decidere di perdere, preoccupandosi, se così posso esprimermi, più del consolidarsi dell’autostima dell’altro che non del proprio successo. In tal senso fine ultimo di una simile razionalità non è, sempre e inevitabilmente, la soluzione del problema dato che essa, come ho già accennato, in particolari situazioni può esaltarsi perfino rinunciando a tale soluzione. Nell’uomo, dunque, l’intelligenza è come se fosse con insistenza sollecitata ad allargarsi, ad aprirsi a ciò che si può forse definire ragione: quest’ultima non si fa incantare/incatenare dal problema nella misura in cui, proprio per fedeltà al problema, si sforza di tener conto anche d’altro e dell’altro. La ragione utilizza l’intelligenza ma non si identifica con essa; è anche per questo motivo che l’uomo è un essere essenzialmente inquieto: egli è abitato da una razionalità all’interno della quale la ragione non dà mai pace all’intelligenza.

 

Intelligenza artificiale, non tutto è calcolabile

L’intervento del professor Massimo Marassi 18 luglio 2019 Continua il dibattito aperto dall’articolo dal titolo “ Arrivano i robot ”, dedicato a come l’intelligenza artificiale sta cambiando noi e il nostro modo di vivere e di pensare di Massimo Marassi * Sono stati necessari parecchi secoli per giungere a comprendere il funzionamento dell’intelligenza naturale. Fino a pochi anni fa si poteva dire che le macchine non erano in grado di vantare le intuizioni, i ragionamenti degli esseri umani, di decidere quale soluzione scegliere tra diverse possibilità. Questi limiti sono proprio ciò che i costruttori di sistemi intelligenti hanno già superato: d’altra parte un sistema artificiale che non abbia consapevolezza di ciò che conosce e fa, sarebbe soltanto un contenitore di informazioni, non certo un sistema intelligente. Soprattutto, la migliore rappresentazione che l’uomo immagina di sé è quella di diventare transumano o postumano, di oltrepassare ogni limite, sia questo imposto da Dio, dalla natura o dalla storia. Tuttavia, almeno per il momento, l’uomo è soltanto un essere mortale costruttore di macchine intelligenti, che sono una possibilità di fatto e di valore, purtroppo a disposizione innanzitutto del potere e del mercato. Per sciogliere l’alternativa basterebbe considerare che la mente umana è un sistema dinamico, capace di sentire e di soffrire, di comunicare il pensiero nel linguaggio, di condividere i sentimenti con emozioni travolgenti e passioni disparate. Però possiamo sentire che cosa desideriamo da essi e decidere se restare uomini o pensarci sciolti dalla materia, dalla società, dalla storia, in definitiva irresponsabili rispetto alla fine di un mondo, quello che ci ha accolti tra i viventi.

 

Educare robot per un umanesimo della vita

il dibattito Educare robot per un umanesimo della vita Di fronte alla pervasività delle tecnologie digitali va riaffermato che l’educazione costituisce il primo e il fondamentale diritto. agosto 2019 Continua il dibattito aperto dall’articolo dal titolo “ Arrivano i robot ”, dedicato a come l’intelligenza artificiale sta cambiando noi e il nostro modo di vivere e di pensare di Pierluigi Malavasi * Educare robot? Ciò che chiamiamo intelligenza artificiale segna la vita di ogni giorno e costituisce una sfida per il futuro della civiltà. In quell’ambito multiforme e convergente che sono le tecnologie radicali, di cui la robotica è un emblema, la riflessione pedagogica deve far valere la cultura della formazione integrale della persona e dello sviluppo umano. Essa si realizza anche attraverso una un’educazione alla responsabilità emotiva, basata su un ascolto profondo della vita affettiva, che sa porsi la preoccupazione della cura, della custodia del creato. Nel febbraio del 2019, in occasione dell’ Assemblea plenaria della Pontificia Accademia per la Vita , il Santo Padre Francesco ha indirizzato il dibattito sull’intelligenza artificiale nel più ampio e comprensivo quadro di un umanesimo della vita “molto in sintonia con l’ecologia integrale, descritta e promossa nell’Enciclica Laudato si’ . La possibilità di intervenire sulla materia vivente a ordini di grandezza sempre più piccoli, di elaborare volumi di informazioni sempre più ampi, di monitorare - e manipolare - i processi cerebrali dell’attività cognitiva e deliberativa, ha implicazioni enormi: tocca la soglia stessa della specificità biologica e della differenza spirituale dell’umano.

 

È iniziata l’era delle media-macchine

Per la verità, questa problematizzazione è cominciata da qualche decennio, con l’irruzione della digitalizzazione e la conseguente convergenza fra i vari mezzi di comunicazione, che li ha resi sempre meno distinguibili gli uni dagli altri. Un altro fenomeno tipico della trasformazione attuale dei media consiste nel fatto che alcune piattaforme televisive, come Netflix o Prime Video suggeriscono al loro abbonato titoli della propria offerta basandosi sui prodotti già visti (proprio come fa Amazon nel suggerire un libro, o Booking nel proporre un hotel). Se tuttavia si capiscono bene i vantaggi per le aziende che producono contenuti o semplicemente offrono servizi e aggregano i dati degli utenti, meno chiari sono i rischi che procedure di questo tipo generano per gli utenti. Se il robot è una macchina che aiuta o sostituisce l’uomo nel compimento di azioni, non vi è dubbio che alcuni media a noi congeniali si vanno robotizzando, e altri allo stato nascente assomigliano a robot. È piuttosto evidente che queste apparecchiature, o la loro evoluzione, consentono alcuni passi avanti decisivi per esempio per persone con difficoltà motorie, o di vista, e che comunque facilitano alcune operazioni di vita quotidiana. Due semplici conclusioni possono essere tratte da questa prima ricognizione: la prima è che sono già nati sistemi ibridi fra media, robot e intelligenza artificiale, che vanno modificando la tradizionale definizione di mezzi di comunicazione. La seconda è che le media-macchine nascono all’insegna di un progresso che presenta da subito alcuni lati oscuri, che toccherà alla politica seguire con attenzione e normare a protezione degli utenti, e dell’interesse comune.

 

Educare al tempo degli algoritmi

il dibattito Educare al tempo degli algoritmi La differenza tra robot e uomo si è sempre basata più sulla consapevolezza che sull’intelligenza. Ne sono responsabili nuovi tipi di algoritmi in grado di apprendere dall’esperienza che allo stesso tempo ridimensionano e rilanciano le promesse della prima stagione di ricerche sulle macchine intelligenti. Come tutto questo sfida il mondo dell’educazione? Vedo almeno tre indicazioni, che sono allo stesso tempo di tendenza e di ricerca. Sulla base dei dati disponibili, delle scelte fatte, delle tendenze in corso, questi algoritmi ci sostengono nel difficile compito di prevedere i comportamenti delle cose e degli altri nel futuro. Una sorta di delega in bianco alla macchina: l’accettazione di usare tutti gli stessi format per trarne vantaggio nella facilità d’uso. Max Tegmark, professore di fisica al MIT di Boston, fa osservare in un suo recente volume come la differenza tra uomini e macchine si sia sempre costruita non tanto sull’ intelligenza (una macchina può essere addirittura più intelligente di un uomo), quanto piuttosto sulla consapevolezza . Ora, una macchina che conosce i propri limiti e prova a rimuoverli intervenendo sull’algoritmo con cui è stata progettata per generare nuove più perfette versioni di se stessa, pare proprio essere una macchina in qualche modo dotata di riflessività e, quindi, di consapevolezza.

 

Se i robot danno una mano alla medicina

IL DIBATTITO Se i robot danno una mano alla medicina Nella robotica, come in altri ambiti della scienza, non esistono scoperte buone o cattive, ma è buono o cattivo l’utilizzo che di esse fa l’uomo. Le riflessioni che mi sento di condividere da queste esperienze sono le seguenti: 1) Come in altri ambiti della scienza anche in questo caso non esistono scoperte buone o cattive, ma è buono o cattivo l’utilizzo che di esse fa l’uomo. Se si pensa invece a un’applicazione militare che mira ad aumentare la forza, la destrezza e la velocità di esecuzione di militari umani resi “superman” da queste tecnologie allora è tutta un’altra musica. Un sistema artificiale avanzato è in grado di apprendere velocemente e di accumulare una quantità di informazioni che nessun cervello umano è in grado di accumulare e – cosa ancora più importante – di richiamare in tempi rapidissimi al momento giusto per prendere le decisioni necessarie. In altre parole, quello che stiamo per compiere e come lo stiamo per compiere, è già tutto scritto nell’attività del nostro cervello che precede di secondi o minuti quella determinata decisione, quella determinata scelta, quella determinata azione motoria, quella determinata sensazione ed emozione. Ancora una volta l’Umanità è posta di fronte al dilemma di come utilizzare una scoperta o una serie di scoperte; se per il bene comune e per una società migliore, o per il guadagno e il tornaconto di pochi a discapito di tutti gli altri. Domani sarà pubblicato il contributo di Massimo Marassi, docente di Filosofia teoretica #robot #intelligenza artificiale #medicina Facebook Twitter Send by mail ARRIVANO I ROBOT - IL DIBATTITO L’ intelligenza artificiale non è più fantascienza e le sue applicazioni sono entrate nella vita di tutti i giorni.

 

Migliorare la vita dei drivers: la sfida del progetto “Drivefit”

IL DIBATTITO Migliorare la vita dei drivers: la sfida del progetto “Drivefit” Come ridurre lo stress al volante? Un recente studio condotto dal team dell’ Unità di Ricerca in Neuroscienze Sociali e delle Emozioni ha tentato di rispondere a tali domande, esplorando il potenziale di device neurofisiologici innovativi indossabili. Il progetto Drivefit – svolto con la collaborazione della società Cattolica Assicurazioni, partner di progetto assieme all’Università Cattolica – ha coinvolto un campione di guidatori del nord Italia con l’obiettivo di verificare come sia possibile modulare lo stress al volante con il supporto di tecniche neuroscientifiche. Assieme alle misure comportamentali e neurofisiologiche i drivers venivano monitorati anche rispetto ai comportamenti di guida, attraverso dei sistemi di controllo (driving box) istallati sulle automobili per monitorare tutti i comportamenti durante le performance di guida. I risultati sono molto promettenti: dopo aver completato il percorso di training con il supporto del device neurofeedback indossabile, i drivers hanno mostrato un miglioramento della capacità di gestire l’attenzione e di controllare le interferenze dell’ambiente e una riduzione dei comportamenti aggressivi alla guida. Infatti i drivers riportano di avere migliorato la propria percezione dell’esperienza di guida, sostenuta da minori livelli di stress e fatica mentale e ridotte reazioni impulsive durante la guida. Analogamente il device neurofisiologico si è mostrato efficace per migliorare le capacità di regolazione dello stress e dell’umore nella popolazione anziana, come evidenziato da un’ulteriore applicazione del protocollo di training al filone dell’ healthy aging , nell’ambito della promozione di un invecchiamento sano e attivo. Nono articolo di una serie dedicata a come l’intelligenza artificiale ci sta cambiando #intelligenza artificiale #drivefit #psicologia del traffico Facebook Twitter Send by mail ARRIVANO I ROBOT - IL DIBATTITO L’ intelligenza artificiale non è più fantascienza e le sue applicazioni sono entrate nella vita di tutti i giorni.

 

Se il machine learning aiuta la fisica

scienza Se il machine learning aiuta la fisica Concetti e metodi mutuati da questo campo sono alla base di molte tecnologie che stanno rivoluzionando la nostra quotidianità. Concetti e metodi mutuati dal campo del machine learning sono alla base di molte tecnologie che stanno rivoluzionando la nostra quotidianità impattando molti settori, dalla sanità alla finanza. Recentemente, molti scienziati si sono interessati all’applicazione di questi concetti alla ricerca fondamentale in molte aree del sapere, fisica inclusa. Questi strumenti sono stati utilizzati per risolvere problemi molto complessi nelle branche della fisica più disparate, dalla fisica delle particelle alla meccanica quantistica. Pensiamo che lo sviluppo di questo approccio sia solo all’inizio e ci permetterà presto di studiare sistemi molto grandi (costituiti da molte particelle), la cui fisica non sarebbe accessibile con altri metodi. Queste tecniche vengono correntemente utilizzate a livello di ricerca di base in molti ambiti, che variano dalla fisica dei materiali alla bio-fisicia o la fisica dei sistemi complessi. In particolare il focus è stato sull'impatto della scienza dei big data sul modo in cui affrontiamo alcuni dei problemi più importanti nella fisica della materia condensata: dall'analisi dei dati su larga scala alla progettazione dei materiali.

 
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