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Con Soleimani non muore solo un generale

L'analisi Con Soleimani non muore solo un generale Con la sua eliminazione salta uno dei pochi punti fermi di un sistema mediorientale sempre più frammentato e destabilizzato. Tra i principali artefici della prorompente ascesa di Teheran all’interno della cosiddetta “mezzaluna sciita”, il comandante delle brigate al-Quds era uno dei simboli più importanti della “rinascita geopolitica” iraniana all’interno dell’arco di instabilità compreso tra Levante, Mesopotamia e Golfo. Il sistema di relazioni formali e informali costruito da Soleimani si era rivelato in tal senso fondamentale, garantendo a Teheran uno strumento flessibile e capace di operare su più livelli (militare, socio-politico ed economico in primis). La sua morte rappresenta quindi un colpo durissimo per la Repubblica Islamica, alle prese con una congiuntura economica estremamente negativa e con i rischi di incorrere in una iperestensione potenzialmente in grado di mettere a repentaglio i risultati conseguiti in questi anni. Per quanto rimanesse una figura estremamente controversa, Soleimani rappresentava uno dei pochi punti fermi di un sistema mediorientale sempre più frammentato e destabilizzato. Un avversario temibile e astuto, che si era però dimostrato capace di tenere sotto controllo le ali più radicali delle forze sotto la sua guida e col quale era stato possibile confrontarsi in passato. Non è detto che i suoi successori siano in grado (o siano disposti) a fare altrettanto, soprattutto alla luce di un modus operandi statunitense che rischia di avere strascichi ben più significativi e durevoli di quanto ipotizzato.

 

Iran-Usa, se la guerra si fa cyber

L'analisi Iran-Usa, se la guerra si fa cyber La risposta cibernetica dell’Iran all’uccisione del generale Soleimani non si è fatta attendere. di Andrea Locatelli * Dopo l’uccisione del generale Qassem Soleimani l’attenzione di esperti, osservatori e dell’opinione pubblica in generale è concentrata sulla reazione dell’Iran. Se da una parte la preoccupazione principale è rivolta agli attacchi alle basi americane di Erbil e Al Asad, per altro verso Washington e Teheran si stanno affrontando in modo ben più misurato su un altro fronte: quello cibernetico. Un esempio di questo orientamento strategico è l’attacco che ha colpito nella giornata di sabato il Federal Depository Library Program (l’infrastruttura informatica che fornisce accesso a oltre mille biblioteche americane). Si tratta, da quanto è risultato da una prima analisi forense, di un “defacciamento”: per alcune ore, il sito web del programma ha mostrato un messaggio di cordoglio per la morte del generale iraniano e un’immagine di Trump preso a schiaffi. Questo tipo di attacchi cibernetici è molto frequente e non dovrebbe suscitare troppe preoccupazioni: il sabotaggio è stato giudicato di basso livello tecnico (non risulta infatti che siano stati rubati né cancellati dati) e l’ufficio federale non rappresenta propriamente un’infrastruttura critica. Per quanto sia sconsigliabile trarre conclusioni affrettate da questo singolo episodio, la prospettiva di una rappresaglia cibernetica su più larga scala all’assassinio di Soleimani appare tutt’altro che remota.

 

Crisi iraniana, un ruolo cruciale per l’Ue

di Antonio Zotti * L’ondata d’instabilità innescata dell’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani ha messo ancora una volta in evidenza gli stringenti limiti dell’influenza che gli attori europei esercitano nella regione mediorientale e nordafricana. Come al solito, è nell’Unione europea in quanto attore della politica internazionale che questa impotenza strategica trova la sua massima manifestazione. È infatti prevedibile che la riunione straordinaria dei ministri degli esteri dei Paesi membri, convocata dall’Alto rappresentante Borrell su iniziativa dei governi britannico, francese e tedesco, si limiterà al compito declaratorio di ribadire la “profonda preoccupazione” dell’Unione e a esortare a una riduzione della tensione. Le divergenze politiche fra Stati Uniti ed Europa generate dalla crisi iraniana evidenziano le carenze strategiche di quest’ultima. A tal proposito, proprio l’accordo sul nucleare offre un’utile prospettiva. Ciò dimostra come la dimensione economica dell’Ue rimanga una risorsa strategica potenzialmente rilevante, come pure la reputazione di attore relativamente affidabile perché rispettoso delle regole dell’ordine internazionale. docente di Istituzioni europee, corso di laurea interfacoltà di Scienze linguistiche e letterature straniere e di Scienze politiche e sociali , campus di Milano #medioriente #iran #usa #escalation Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Washington, chi c’è dietro la linea dura

Ecco quali possono essere le conseguenze 08 gennaio 2020 Abbiamo chiesto ad alcuni professori dell’Università Cattolica di spiegare le origini e gli sviluppi della nuova crisi mediorientale e di aiutarci a capire quali strumenti si possono adottare per spegnere la miccia di una situazione esplosiva. di Gianluca Pastori * L’uccisione di Qassem Soleimani rilancia in modo drammatico la “ vexata quaestio ” dei rapporti fra Washington e Teheran. Vale inoltre la pena di ricordare come l’attacco dello scorso 3 gennaio non sia il frutto di un’iniziativa individuale e come esso esprima una visione condivisa da almeno parte dell’élite di Washington. Al di là del “flettere i muscoli”, la Casa Bianca non ha alcun interesse a un confronto militare aperto con Teheran, soprattutto alla luce dei cattivi rapporti con il Congresso e nell’imminenza di un voto presidenziale che si preannuncia assai incerto. Come spesso accaduto, l’aumento di tensione provocato alla morte di Soleimani troverà, con ogni probabilità, uno sfogo “gestibile” nelle tante “ war by proxy ” che punteggiano il Medio Oriente. Si tratta, in molti casi, di voci e/o di speculazioni, che segnalano, tuttavia, una variabile in più da tenere in conto per inquadrare quanto accaduto nei giorni scorsi a Baghdad e per comprendere quali potranno esserne gli sviluppi. docente di Storia delle relazioni e delle istituzioni politiche, facoltà di Scienze politiche e sociali, Università Cattolica, campus di Milano #medioriente #usa #iran #trump Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Iran, se lo stratega diventa un martire

L'analisi Iran, se lo stratega diventa un martire Secondo il professor Riccardo Redaelli , la decisione di uccidere il generale Soleimani è stata presa senza una seria valutazione delle conseguenze. E l’amministrazione Trump è priva di una strategia politica per la regione 10 gennaio 2020 L’analisi della situazione del Medioriente nell’editoriale del professor Riccardo Redaelli pubblicato da “Avvenire”. Il primo è che l’Amministrazione Trump, checché ne dicano i suoi sostenitori e gli scatenati sovranisti europei che ne apprezzano ogni mossa, è palesemente priva di una strategia politica per la regione. La decisione di uccidere un personaggio importante e popolare quale Soleimani, oltre al vice-comandante delle Forze di mobilitazione popolare irachene, al-Muhandis – un capo milizia che era tuttavia inserito nella catena di comando del sistema di difesa iracheno – è stata presa senza una seria valutazione delle conseguenze. Si è così trasformato un abile stratega iraniano in un martire che rimarrà nella storia di quel Paese, dopo averne esagerato le capacità e i successi. Il problema è che alla Casa Bianca e nei Dipartimenti che contano mancano centinaia di consiglieri e dirigenti, eliminati e mai rimpiazzati dal troppo attivo 'clan' Trump e dagli estremisti che circondano il presidente. docente di Geopolitica alla facoltà di Scienze politiche e sociali , Università Cattolica, campus di Milano [continua a leggere su “Avvenire”] #iran #soleimani #usa #medioriente Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Escalation in Medioriente, l’analisi dei nostri professori

Una reazione che in parte si è già fatta sentire con l’attacco missilistico alle due basi militari americane di Erbil e Al Asad ma che ha messo in campo anche strategie di cyberwar . Con Soleimani non muore solo un generale di Andrea Plebani Con la sua eliminazione salta uno dei pochi punti fermi di un sistema mediorientale sempre più frammentato e destabilizzato. Le insidie per Washington e per i suoi alleati Washington, chi c’è dietro la linea dura di Gianluca Pastori La politica militare del presidente Trump ha trovato finora parecchi sostenitori. Con conseguenze che potrebbero essere pericolose Se la guerra si fa cyber di Andrea Locatelli La risposta cibernetica dell’Iran all’uccisione del generale Soleimani non si è fatta attendere. C’è da sperare che Washington e Teheran preferiscano confrontarsi nell’ambito virtuale L’Ue deve uscire dall’irrilevanza di Antonio Zotti L’Europa deve far pesare la sua forza economica come risorsa strategica potenzialmente rilevante, soprattutto nell’ambito dell’accordo sul nucleare fortemente voluto dall’Unione #medioriente #iran #usa #escalation Facebook Twitter Send by mail Print.

 

L’Iran brucia per l’aumento della benzina

l'intervista L’Iran brucia per l’aumento della benzina Per il professore di Geopolitica Riccardo Redaelli la Repubblica islamica, alle corde per le sanzioni americane e per le folli spese belliche, mentre è all’apice della sua potenza militare, rischia il tracollo economico. Si era illusa con l’accordo sul nucleare tra Obama e Rohani nella fine delle sanzioni americane, invece si è trovata nel giro di un paio d’anni con sanzioni molto più dure che impoveriscono milioni di iraniani. La Repubblica islamica ha vinto a livello strategico, ha battuto i suoi nemici regionali, è dominante ma a che prezzo? Il successo geopolitico viene pagato dalla popolazione perché il regime non ha le risorse per resistere a queste pressioni». Qui è l’esasperazione, e infatti viene repressa con molta più brutalità e ferocia dai pasdaran: non è una protesta legata a un’agenda politica. È uno scoppio di rabbia incontrollata che non ha un progetto politico e che il regime ha deciso di trattare con brutalità». Quello che era l’uomo forte, Khamenei, è invecchiato e indebolito, dopo aver appoggiato Rohani, e non controlla più i pasdaran che sono ormai una sorta di Stato nello Stato: troppo violenti, troppo aggressivi». E in futuro? «Quando morirà Khamenei, che è l’unico che può ancora porre un freno ai pasdaran, il rischio è che ci sia una trasformazione dell’Iran da Repubblica teocratica a un sistema dominato dai para-militari, che sono molto più brutali dei religiosi».

 

Teheran, riformismo sotto attacco

L'INTERVENTO Teheran, riformismo sotto attacco L’isolamento del Qatar a opera della “Nato” araba, gli attacchi terroristici nella capitale iraniana e la retorica violenta dell’amministrazione Trump indeboliscono la leadership politica del presidente Rouhani. Il secondo elemento è il doppio attentato compiuto dallo Stato Islamico a Teheran contro due luoghi simbolici del nezam (il sistema di potere post rivoluzionario iraniano): il mausoleo del fondatore della repubblica islamica, ayatollah Khomeyni, e il Majles (parlamento). Da tempo il gruppo jihadista, ridotto alla difensiva in Iraq e Siria - anche grazie alla determinazione dell’Iran nell’organizzare e coordinare milizie sciite che si sono rivelate militarmente decisive – aveva minacciato attacchi contro questo Paese. Con questi attacchi, che seguono la sequenza continua di attentati definiti di low tech terrorism in Europa, lo Stato Islamico dimostra la sua capacità di “cambiare fronte” e di reagire alle sconfitte territoriali con la ripresa del terrore. La conseguenza indiretta di questi attacchi è che indeboliscono anche la posizione del presidente Hassan Rouhani, appena rieletto al primo turno nelle elezioni del maggio scorso. Rouhani da tempo sta cercando di limitare lo strapotere delle milizie rivoluzionare, i potentissimi pasdaran , che ormai sono una sorta di Stato nello Stato e controllano centri di potere militare, politico e economico-finanziario. È evidente che il diffondersi del terrorismo sunnita nel Paese, e la crescente ostilità radicale del mondo arabo sunnita (spalleggiato dall’Amministrazione Trump e da Israele), non possano che rafforzare ulteriormente le politiche di securitation propugnate dai pasdaran .

 

Iran, 40 anni dopo la rivoluzione

milano Iran, 40 anni dopo la rivoluzione Il libro di Nicola Pedde , direttore dell’Institute for Global Studies, ripercorre gli anni dell’ascesa al potere dell’ayatollah Ruhollah Khomeini dopo il crollo della monarchia assoluta dello scià. by Beatrice Beretti | 25 giugno 2019 Esattamente 40 anni fa nell’Iran dello scià scoppiava un’insurrezione che avrebbe per sempre cambiato il volto del Paese, trasformandolo da monarchia assoluta a repubblica islamica. Nicola Pedde , direttore dell’Institute for Global Studies, gli ha dedicato il libro 1979: Rivoluzione in Iran (ed. Rosenberg&;Sellier), presentato all’Università Cattolica il 30 maggio davanti a un folto pubblico che ha testimoniato l’interesse per questo Paese, come sottolineato da Vittorio Emanuele Parsi , docente di Relazioni internazionali e direttore dell’ Aseri . Tra le cause del crollo repentino del regime dello scià Pedde ne evidenzia una particolare: «Dopo il 1953, in seguito alla trasformazione del Paese in monarchia assoluta, la dinastia Pahlavi ha verticalizzato completamente la catena di comando della pubblica amministrazione, privandola di qualsiasi capacità di movimento o di giudizio autonomo». Questa è stata la vera condanna dello scià – sentenzia lo studioso –: Mohammad Reza Pahlavi ha prodotto una generazione di tigellini, di funzionari che non hanno mai avuto il coraggio di dare indicazioni in merito a quanto profonda fosse la crisi dello Stato». Lo scià era sì un sovrano debole, malato, disconnesso dalla realtà, ma una cosa la capì, racconta Redaelli: intuì che non sarebbe più tornato in Iran a morire, per questo si fece portare dietro un metro per due di terra iraniana dove farsi seppellire. Una prova di questo si riscontra nella repressione feroce che, per volere di Khomeini, colpì anche Pakravan e Shariatmadari, proprio le due persone grazie alle quali l’ayatollah era sfuggito alla pena di morte nel ’63.

 
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