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Iran, 40 anni dopo la rivoluzione

milano Iran, 40 anni dopo la rivoluzione Il libro di Nicola Pedde , direttore dell’Institute for Global Studies, ripercorre gli anni dell’ascesa al potere dell’ayatollah Ruhollah Khomeini dopo il crollo della monarchia assoluta dello scià. by Beatrice Beretti | 25 giugno 2019 Esattamente 40 anni fa nell’Iran dello scià scoppiava un’insurrezione che avrebbe per sempre cambiato il volto del Paese, trasformandolo da monarchia assoluta a repubblica islamica. Nicola Pedde , direttore dell’Institute for Global Studies, gli ha dedicato il libro 1979: Rivoluzione in Iran (ed. Rosenberg&Sellier), presentato all’Università Cattolica il 30 maggio davanti a un folto pubblico che ha testimoniato l’interesse per questo Paese, come sottolineato da Vittorio Emanuele Parsi , docente di Relazioni internazionali e direttore dell’ Aseri . Tra le cause del crollo repentino del regime dello scià Pedde ne evidenzia una particolare: «Dopo il 1953, in seguito alla trasformazione del Paese in monarchia assoluta, la dinastia Pahlavi ha verticalizzato completamente la catena di comando della pubblica amministrazione, privandola di qualsiasi capacità di movimento o di giudizio autonomo». Questa è stata la vera condanna dello scià – sentenzia lo studioso –: Mohammad Reza Pahlavi ha prodotto una generazione di tigellini, di funzionari che non hanno mai avuto il coraggio di dare indicazioni in merito a quanto profonda fosse la crisi dello Stato». Lo scià era sì un sovrano debole, malato, disconnesso dalla realtà, ma una cosa la capì, racconta Redaelli: intuì che non sarebbe più tornato in Iran a morire, per questo si fece portare dietro un metro per due di terra iraniana dove farsi seppellire. Una prova di questo si riscontra nella repressione feroce che, per volere di Khomeini, colpì anche Pakravan e Shariatmadari, proprio le due persone grazie alle quali l’ayatollah era sfuggito alla pena di morte nel ’63.

 

Teheran, riformismo sotto attacco

L'INTERVENTO Teheran, riformismo sotto attacco L’isolamento del Qatar a opera della “Nato” araba, gli attacchi terroristici nella capitale iraniana e la retorica violenta dell’amministrazione Trump indeboliscono la leadership politica del presidente Rouhani. Il secondo elemento è il doppio attentato compiuto dallo Stato Islamico a Teheran contro due luoghi simbolici del nezam (il sistema di potere post rivoluzionario iraniano): il mausoleo del fondatore della repubblica islamica, ayatollah Khomeyni, e il Majles (parlamento). Da tempo il gruppo jihadista, ridotto alla difensiva in Iraq e Siria - anche grazie alla determinazione dell’Iran nell’organizzare e coordinare milizie sciite che si sono rivelate militarmente decisive – aveva minacciato attacchi contro questo Paese. Con questi attacchi, che seguono la sequenza continua di attentati definiti di low tech terrorism in Europa, lo Stato Islamico dimostra la sua capacità di “cambiare fronte” e di reagire alle sconfitte territoriali con la ripresa del terrore. La conseguenza indiretta di questi attacchi è che indeboliscono anche la posizione del presidente Hassan Rouhani, appena rieletto al primo turno nelle elezioni del maggio scorso. Rouhani da tempo sta cercando di limitare lo strapotere delle milizie rivoluzionare, i potentissimi pasdaran , che ormai sono una sorta di Stato nello Stato e controllano centri di potere militare, politico e economico-finanziario. È evidente che il diffondersi del terrorismo sunnita nel Paese, e la crescente ostilità radicale del mondo arabo sunnita (spalleggiato dall’Amministrazione Trump e da Israele), non possano che rafforzare ulteriormente le politiche di securitation propugnate dai pasdaran .

 
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