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Strategie per combattere l’Isis

milano Strategie per combattere l’Isis Mentre l’attentato nel sud della Francia riporta la paura in Europa, un seminario di Itstime ha analizzato i legami tra terrorismo e criminalità. Una nuova azione terroristica di matrice islamica che conferma che «cercare Daesh è stupido», come sostiene il professor Marco Lombardi , secondo cui «al giorno d’oggi bisogna interrogarsi su quali sono gli eredi e le sue nuove forme per prendere le adeguate contromisure». Di “ Terrorismo e criminalità ” si è parlato nella sede di largo Gemelli dell’Università Cattolica, nel seminario presieduto dal sociologo dell’Università Cattolica, direttore di Itstime e della Scuola di Giornalismo dell’Ateneo. Nicolò Spagna ha parlato di reti ma a livello europeo: «Abbiamo circa 500 soggetti che, a partire dal 2001, sono stati protagonisti di attentati di matrice islamica. Emergono tre riflessioni: innanzitutto, che esistono dei network di reclutamento; secondariamente, tali soggetti e la loro esperienza irrobustiscono i futuri gruppi; infine, i legami familiari sono un contagio che garantisce una continuità anche dopo la frammentazione». Secondo l’esponente della Questura, in termini di legami tra terrorismo e criminalità, la detenzione non è significativa perché ci sono persone che sono state in carcere per un tempo non sufficiente per radicalizzarsi. La centralizzazione delle indagini e delle informazioni e l'utilizzo di indagini diverse da quelle convenzionali sono centrali perché si tratta di una criminalità diversa.

 

Teheran, riformismo sotto attacco

L'INTERVENTO Teheran, riformismo sotto attacco L’isolamento del Qatar a opera della “Nato” araba, gli attacchi terroristici nella capitale iraniana e la retorica violenta dell’amministrazione Trump indeboliscono la leadership politica del presidente Rouhani. Il secondo elemento è il doppio attentato compiuto dallo Stato Islamico a Teheran contro due luoghi simbolici del nezam (il sistema di potere post rivoluzionario iraniano): il mausoleo del fondatore della repubblica islamica, ayatollah Khomeyni, e il Majles (parlamento). Da tempo il gruppo jihadista, ridotto alla difensiva in Iraq e Siria - anche grazie alla determinazione dell’Iran nell’organizzare e coordinare milizie sciite che si sono rivelate militarmente decisive – aveva minacciato attacchi contro questo Paese. Con questi attacchi, che seguono la sequenza continua di attentati definiti di low tech terrorism in Europa, lo Stato Islamico dimostra la sua capacità di “cambiare fronte” e di reagire alle sconfitte territoriali con la ripresa del terrore. La conseguenza indiretta di questi attacchi è che indeboliscono anche la posizione del presidente Hassan Rouhani, appena rieletto al primo turno nelle elezioni del maggio scorso. Rouhani da tempo sta cercando di limitare lo strapotere delle milizie rivoluzionare, i potentissimi pasdaran , che ormai sono una sorta di Stato nello Stato e controllano centri di potere militare, politico e economico-finanziario. È evidente che il diffondersi del terrorismo sunnita nel Paese, e la crescente ostilità radicale del mondo arabo sunnita (spalleggiato dall’Amministrazione Trump e da Israele), non possano che rafforzare ulteriormente le politiche di securitation propugnate dai pasdaran .

 

Bruxelles, perché non siamo in guerra

L'ANALISI Bruxelles, perché non siamo in guerra Dopo l’attacco che ha sconvolto il cuore dell’Europa, il professor Riccardo Redaelli spiega perché sia fuorviante adottare terminologie belliche: è una gravissima sfida di sicurezza, che richiede anche a ciascuno di evitare di farsi terrorizzare dal terrore. L'attacco a Bruxelles, a poco più di 48 ore dalla cattura di Salah Abdeslam, è una r ea zione a caldo o una strategia che, dopo Parigi, prosegue attaccando il cuore istituzionale dell’Europa? «Si sapeva da tempo che vi erano diversi piani per attacchi terroristici combinati in preparazione. Tutta l’Europa sta affrontando una gravissima sfida di sicurezza; certo la più grave da decenni a questa parte, che espone tutte le città europee al rischio di attentati. Ma questa è solo un tassello di una strategia più ampia, che non può che essere politica e culturale. La chiave di volta è anche socio-economica: il jihadismo è spesso la scelta di giovani frustrati, che si sentono impotenti e privi di ogni prospettiva positiva: intrappolati in un nichilismo reagiscono alla frustrazione facendosi condizionare dai predicatori di violenza e radicalità. bruxelles #isis #terrorismo Facebook Twitter Send by mail LA SITUAZIONE IN MEDIORIENTE Dopo gli attentati di Parigi, il professor Riccardo Redaelli aveva detto che il primo obiettivo dell’Isis non è l’Occidente, ma è la lotta interna all’Islam. Cosa è successo dopo? «L’azione internazionale contro Isis negli ultimi mesi è apparsa marginalmente più efficace, soprattutto per la migliore azione di intelligence che ci ha permesso di individuare con più precisione gli obiettivi da colpire in Siria, Iraq e Libia.

 

L’agnello ucciso fin dall’origine del mondo

L’islamizzazione del radicalismo è avvenuta nelle forme semplificate e sommarie delle conversioni spicciative via web – nella solitudine delle camerette degli immigrati di seconda generazione e nell’oscurità degli ospizi per Asylbewerber – che rendono di botto obsolete e di retroguardia le polemiche sulle moschee e le madrasse come luoghi di indottrinamento. Negli ultimi anni il regno degli apocalittici si è esteso alla Siria, dove un piccolo villaggio ai confini con la Turchia viene ora profetizzato come luogo cardine dei conflitti finali, in attesa che questo si sposti nelle città sante di Gerusalemme e di Roma. Apocalittica è la letteratura che si compra a basso prezzo nei mercati del Cairo, che alimenta la stampa dei fotoromanzi e dei fumetti, che nutre con la sua rappresentazione semplificata della realtà le forme della propaganda mediatica dei fondamentalisti. La notizia del barbaro eccidio di padre Jacques Hamel ha colpito profondamente tutti sia perché allunga la striscia di attentati terroristici nel cuore dell’Europa, sia perché ha preso di mira un luogo sacro e un sacerdote mentre celebrava l’Eucaristia. L’unica reazione possibile è quella espressa in modo forte dalle centinaia di migliaia di giovani che qui a Cracovia pregano e costruiscono legami di tolleranza, pace, giustizia e solidarietà. Il martirio di un sacerdote come padre Jacques, che non è il primo e forse non sarà l’ultimo, potrà solo rafforzare il desiderio di vivere coraggiosamente il Vangelo per diffondere la civiltà dell’amore di cui fanno parte anche il perdono e l’amore verso i nemici. Il sangue di padre Hamel inscindibilmente unito a quello di Cristo contribuirà a fecondare il cuore dei giovani che qui a Cracovia stanno sperimentando che cosa significhi e che cosa comporti la beatitudine della Misericordia.

 

Nato, un nuovo ruolo contro il terrorismo

MILANO Nato, un nuovo ruolo contro il terrorismo Alla nona edizione del convegno di studio promosso da dipartimento e facoltà di Scienze politiche e sociali, l’Information Officer della Public Diplomacy Division Josè Maria Lopez-Navarro ha analizzato le sfide che attendono l’Alleanza Atlantica. L’evento, organizzato dal dipartimento di Scienze politiche e dalla facoltà di Scienze politiche e sociali, ha affrontato il tema più attuale possibile, riassunto dal titolo “La lotta al terrorismo transnazionale: un ruolo per la Nato?” . A fare gli onori di casa sono stati il preside della facoltà Guido Merzoni e il direttore del dipartimento, nonché Presidente dell’International Commission of Military History, Massimo de Leonardis . Le loro parole hanno richiamato l’importanza «del carattere transnazionale della minaccia terrorista e, di conseguenza, la necessità di una risposta che superi i confini nazionali e crei un’unità di intenti, così come si è visto nell’esercitazione congiunta delle forze Nato, svoltasi lo scorso anno in Portogallo, Spagna e Italia». Riprendendo le parole dei professori de Leonardis e di Merzoni, Lopez-Navarro ha ribadito che «la Nato è un’alleanza che oltrepassa il concetto di confini nazionali e pertanto è necessario agire secondo una direttrice transnazionale. Importanti passi avanti sono stati fatti sulle politiche interne dei paesi membri dell’Alleanza, dal momento che 16 Paesi sono tornati ad aumentare il budget nazionale per la difesa dopo anni in cui la crisi economica aveva costretto a tagliare molte voci di bilancio». Al ruolo del nostro Paese è stata dedicata l’ultima sessione alla quale sono intervenuti il Gen. CA Giuseppe Cucchi , direttore dell’Osservatorio scenari strategici e di sicurezza di Nomisma, Gianandrea Gaiani , direttore di “Analisi Difesa”, Pietro Batacchi , direttore della “Rivista Italiana Difesa”.

 

Redaelli, Lombardi e Branca su Nizza

Secondo il professor Marco Lombardi , docente di Crisis management e direttore del centro di ricerca sulla sicurezza Itstime, la descrizione dell’attentato di Nizza compiuto nel giorno della festa nazionale francese sulla Promenade des Anglais la leggiamo sul magazine del jihadismo, «addirittura nel numero 2 del 2010». Nella videointervista ci spiega che non si tratta di colpi di coda, ma che dovremo convivere con questa “guerra ibrida” per decenni. Quello che preoccupa, però, è soprattutto il fatto che in Francia vivono milioni di Francesi che non si sentono integrati e covano rabbia contro il loro stesso Stato. Ciò che queste persone cercano di dire è: non date per scontato che la religiosità musulmana di queste donne con l’hijab sia la stessa presunta religiosità dei fondamentalisti o dei jihadisti. Esiste una religiosità che accetta pienamente il mondo temporale, la democrazia e ciò che essa significa; questa è l’esperienza di chi come noi si è battuto contro la Carta dei valori laici, trovando nuovi alleati e amici che prima non conoscevamo, tra i quali anche donne con l’hijab. Se si categorizza in un certo modo, se si pensa che l’unico modo che abbiamo per fermare tutto questo sia fare pressione sulle persone che indossano l’hijab, se si crede di poter agire positivamente sul fenomeno facendo di ogni erba un fascio, si opera una stigmatizzazione. Ma ciò che sta dietro alla stigmatizzazione, ciò che la fa funzionare è la visione ipersemplificata di quello che è una religione, e nel nostro caso di quello che è l’islam.

 

Un forum mondiale del dialogo

MILANO Un forum mondiale del dialogo È l’idea che lancia il professore a l’Essec di Parigi Joseph Maïla , in Ateneo per parlare di “Religione tra rottura e riconciliazione” a pochi giorni dagli attacchi di Parigi. Di fronte alle semplificazioni che tornano sull’onda della paura e dell’emozione, le parole del professore francese chiariscono il ruolo della religione nelle nostre società. Ma come fedeli si è portatori di valori, ed è necessario per il dibattito pubblico che il punto di vista della chiesa sia evidente. Alcuni sociologi usano “tradizione del credere”, per cui ci si inserisce nel flusso di una storia che si è evoluta, confrontandosi con la realtà che cambiava. Ecco, con tutto ciò che succede proprio con la cultura: lo shock culturale, il dialogo tra culture… a me piacerebbe un forum a livello mondiale di tutti coloro che credono nel dialogo. Che fa l’Unesco su questi temi? Ora che andiamo contro la natura della cultura, che è dialogo e incontro. Cosa c’è che non va? Si può diagnosticare la crisi della cultura oggi? Oggi che la cultura è usata contro la cultura?».

 

Non lasciamo che il terrore ci terrorizzi

MILANO Non lasciamo che il terrore ci terrorizzi L’invito del professor Riccardo Redaelli , autore per VP di “Islamismo e democrazia”, nasce da una lucida analisi geopolitica del Medioriente e dell’Isis: una guerra interna all’Islam che solo un compromesso tra le potenze mondiali può fermare. Riccardo Redaelli (nella foto sotto) , docente di geopolitica dell’Università Cattolica ed esperto di rapporti tra mondo arabo e occidente, ha di recente pubblicato il libro Islamismo e democrazia (Vita e Pensiero) che affronta il complesso intreccio tra religione e politica in Medio Oriente. È la traduzione del nome arabo che si sono dati i seguaci dell’autoproclamato califfato di al-Baghdadi, cioè “al-Dawla al-Islamiya fi al-Iraq wa al-Sham” che significa lo Stato Islamico in Iraq e nello Sham del levante». Questo cosa significa? « Sembra assurdo dirlo dopo i fatti di Parigi, ma il primo obiettivo dell’Isis non è l’Occidente, è la lotta interna all’Islam, sono gli sciiti , contro i quali c’è uno sterminio in atto di decine di migliaia di persone, e le varie minoranze. Le donne di altre religioni sono ridotte a schiave sessuali prima di essere uccise, a volte sepolte vive; i bambini trucidati, i prigionieri sgozzati, arsi vivi e torturati; gli omosessuali gettati dai tetti dei palazzi… il califfato jihadista usa il terrore ed è orrore». Si è continuato a sostenere l’opposizione ad Assad, che è un dittatore feroce e al quale è giusto opporsi, ma senza voler coinvolgere russi e iraniani che di contro lo sostengono perché hanno degli interessi strategici in Siria. La risposta militare non è mai la soluzione, ci vuole un accordo politico e la capacità di spingere l’Islam verso una politica meno settaria e radicale, favorendo un compromesso tra Arabia Saudita e Iran , che è all’origine di tutti questi problemi».

 

A Parigi con il cuore

MILANO A Parigi con il cuore Nelle parole degli studenti parigini che studiano in Cattolica a Milano, la paura per le famiglie in Francia ma anche la decisione di completare la loro esperienza in Italia. by Elisa Conselvan | 19 novembre 2015 Léonie , Lena , Sarah e Gregoire , studenti francesi alla Business School ISTEC di Parigi, in Erasmus nel nostro Ateneo da settembre, hanno vissuto le tragiche ore degli attentati di Parigi di venerdì sera da Milano. Venire a conoscenza di una notizia del genere quando sei all’estero è surreale: non hai accesso diretto alle stesse informazioni che avresti se fossi a casa e soprattutto non riesci a respirare l’atmosfera che vivresti se fosse lì, anche se la gente qui ci è stata molto vicino». Il loro timore è che la Francia chiuda davvero le frontiere, perché diventerebbe difficile tornare dalle loro famiglie per le vacanze di Natale. Sabato mi è venuta voglia di tornare a Parigi per controllare che fosse tutto a posto, ma poi ho cambiato idea perché so che mia sorella e i miei amici stanno bene». Quello che è accaduto è contro tutti i nostri principi e viola i nostri tre valori cardine di Liberté , Egalité , Fratérnité : soprattutto quello di libertà, che include il rispetto per la libertà di espressione. Sono commossa davanti alla solidarietà dimostrata - ha concluso tra gli applausi dell'assemblea - dai francesi e dalla comunità internazionale, è la libertà che vince e ne sono molto orgogliosa, voltare le spalle ai nostri valori vuol dire darla vinta ai terroristi».

 

I ragazzi Erasmus: siamo tutti parigini

MILANO I ragazzi Erasmus: siamo tutti parigini Nelle testimonianze degli studenti dell’Università Cattolica a Parigi traspare l’inevitabile paura di fronte a quanto è successo ma anche la testarda decisione di restare a testa alta come i francesi che non si arrendono al terrore. by Matteo Zorzoli | 19 novembre 2015 Esperienze, progetti e percorsi di studio diversi, in comune un Erasmus iniziato a Parigi qualche mese fa: solo questo legava, prima della notte del 13 novembre che ha terrorizzato Parigi, le vite delle studentesse dell’Università Cattolica che abbiamo raggiunto a pochi giorni da quei fatti. Il flusso delle notizie iniziato alle 21:16 di venerdì sera con la prima esplosione allo Stade de France ha cominciato a scorrere inesorabile all’interno di bar e brasserie, in mezzo alle strade, tra sigarette fumate su davanzali di residenze studentesche e libri appena chiusi per prepararsi a uscire. Eleonora , 23 anni, iscritta a Media Management alla Sorbona, si è appena seduta con i suoi amici al tavolino di un pub a due piani nel quartiere di Bastille, nel IV arrondissement, vicino all’XI. Quello che, tra le note del cantante country della serata e sms visti di sfuggita, le sembrava uno scontro tra tifosi, violento, ma comunque all’ordine del giorno, le si palesa come l’inizio di una serie di attentati. E con una nota di scetticismo aggiunge: «Non sono d’accordo con la decisione di Hollande di bombardare immediatamente Raqqa: in questo modo si combatte il terrorismo internazionale con la stessa arma dei terroristi. portesouvertes segnalava chi era disposto a ospitare persone che erano rimaste bloccate per strada, mentre #jesuisenterrace dimostra la voglia di rivalsa dei parigini, che con una foto in un qualsiasi bistrot della capitale francese, riprendono la quotidianità.

 
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