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A un mese da Colonia

VITA E PENSIERO 04 febbraio 2016 A un mese da Colonia Per il carnevale della città tedesca e le donne si riprendono simbolicamente la piazza dopo i fatti di Capodanno. Anteprima del forum di tre intellettuali sul prossimo numero di Vita e Pensiero Il 4 febbraio erano tutte a Colonia alla Weiberfastnacht , la giornata femminile del Carnevale: per chiedere e regalare un bacio ai passanti, come vuole la tradizione. Secondo l’ islamologo Paolo Branca in questa occasione sono entrati in gioco “reciproci pregiudizi e visioni distorte dell’altro, come in un recente articolo di Giovanni Sartori sul Corriere della sera ”. Ma si tratta di due visioni errate, per cui sugli atti di violenza contro le donne commesse da giovani immigrati in Germania è sbagliato fare generalizzazioni. Diverso il parere della storica Anna Foa : “Senza rimettere in discussione l’accoglienza, quanto accaduto è la punta di un iceberg troppo a lungo rimosso, quello della concezione della donna che predomina nel mondo musulmano, quella dell’oppressione della donna spesso presente nelle famiglie e nella società”. Esiste: in parte si uniforma ai modelli europei, in parte li rifiuta in nome di una strada autonoma, di un ritorno al Corano visto come propugnatore di una sorta di uguaglianza tra generi”. Infine, la poetessa Rosita Copioli definisce i fatti di Colonia “un crimine e uno stupro dalla fortissima valenza simbolica” e avanza una proposta: aggiungere nella Costituzione italiana, agli articoli 2 e 3, “l’obbligo di una giuramento al rispetto della donna e all’applicazione dei suoi diritti in ogni forma pubblica e privata”.

 

In Egitto i nuovi assassini

I nuovi “assassini” sono un’altra cosa: schegge, prima di diventarlo materialmente, di un mondo in cui gli ordini del vecchio sono sostituiti da proclami e istruzioni reperibili nel web, veicoli di un potere distruttivo diffuso da un centro anonimo e sfuggente. L’attentato di Alessandria d’Egitto è avvenuto all’entrata della chiesa dove la massima autorità religiosa dei cristiani copti aveva appena terminato di celebrare messa. Esso esige azioni in qualche modo coordinate e prolungate di governi interessati a promuovere la pace , di apparati informativi leali , di leader religiosi capaci di discernimento , di università e sistemi di informazione in cui l’aspirazione alla comprensione delle ragioni dell’altro prevalga sulla polemica e sull’apologetica . docente di Storia del cristianesimo alla facoltà di Lettere e filosofia , direttore del dipartimento di Scienze religiose #religione #violenza #islam #copti #cristiani Facebook Twitter Send by mail CRISTIANI D’ORIENTE. Passato attraverso varie fasi, da Sadat a Mubarak, dai Fratelli musulmani ad Al-Sisi, il cristianesimo copto non ha mai goduto di particolare libertà: “Se non si può parlare di persecuzione, è appropriato parlare di discriminazione ”. “Le terre che oggi chiamiamo Siria, Iraq e Turchia orientale ospitavano centinaia di monasteri, centri di conoscenza e di erudizione che non avevano eguali nell’antico Occidente cristiano, nemmeno in Irlanda. Tutti articoli che danno un quadro ricco di informazioni storiche e attuali, drammatico ma non senza speranza della realtà dei cristiani, senza mai disperare della possibilità di un dialogo con i musulmani che abitano quelle terre, spesso luogo di convivenza nel corso delle varie epoche.

 

L’Islam secondo Gad Lerner

milano L’Islam secondo Gad Lerner Il giornalista, tornato in Tv con “Islam, Italia” , parla agli studenti del master Ipm del suo reportage: un mondo da conoscere più da vicino, perché non c’è alternativa all’integrazione. gennaio 2017 di Stefano Galimberti e Lorenzo Giarelli È da poco tornato in tv con una serie di sei puntante per spiegare da vicino la trasformazione della nostra società in rapporto all’islam. Un reportage di quelli «come si faceva una volta», quello di Gad Lerner , «perché il mio lavoro parte ancora da una biro e un taccuino, prima ancora delle immagini e delle tecniche di montaggio» ha affermato. Si chiama “Islam, Italia” ed è un lavoro corposo, che ha lo ha portato a viaggiare per il mondo – Qatar, Nigeria, Turchia, Francia – per arrivare a capire da vicino gli aspetti dell’islam che riguardano l’Italia. Il titolo del programma – ricorda Lerner – è un riferimento a un mio vecchio programma che si chiamava “Milano, Italia”, realizzato quando fare inchieste sul Nord era una novità assoluta, in controtendenza ai mille lavori che si facevano sul Sud Italia». Per Gad Lerner c’è stata poi una difficoltà in più: «Quando ho iniziato a lavorare per realizzare “Islam, Italia” ho pensato che dovevamo essere curiosi e presentare risultati inaspettati. Oltre al Qatar, c’è un altro Paese cruciale nell’indagine di Gad Lerner: «La Nigeria, con il suo enorme boom demografico, è fondamentale per capire alcune dinamiche sociali».

 

Cacciari, non facciamo il gioco dell’Isis

Una lezione sulla storia di incontro tra culture che, nella loro reciproca comprensione, tagliano le radici al terrorismo VIDEOINTERVISTA. A colloquio con il giornalista di “Avvenire” Luca Geronico e con il professor Riccardo Redaelli , autore del recente Islamismo e democrazia (Vita e Pensiero), il professor Cacciari mette a fuoco le tante inadeguatezze dell’Occidente, portando avanti una disamina di ampia prospettiva storica. Nuova acqua al mulino di chi suggerisce di tornare a curarsi dei progressi, scientifici e no, dell’Europa, ma anche tappa paradigmatica nella formazione di uno stato d’animo: «Nasce proprio allora una sorta di frustrazione» precisa Cacciari. Perché Isis non è certo portatore di una civiltà islamica, ma vogliamo scherzare? Lo sforzo più grande ricade su chi tenta di intelligere , appunto, di discernere. Riccardo Redaelli (nella foto in alto a destra) inizia l’incontro gremito di studenti al collegio Ludovicianum smontando subito questa dicotomia, che non è così monolitica come alcuni pensano, perché parliamo di realtà complesse, variegate, con mille anime. La nostra Europa è al centro di un flusso migratorio che non si fermerà; l’Islam, uno, univoco, non esiste, ed è alle prese con una terribili crisi con la quale fare i conti. L’Italia deve riconoscere un Islam italiano», ha detto il docente di Geopolitica dell’Università Cattolica e autore di Islamismo e democrazia (Vita e Pensiero), «in classe ho studenti musulmani di seconda generazione: devono avere una rappresentatività, spazi, diritti».

 

Lingua araba, la festa dell’incontro

Musica, cinema, poesia per la seconda edizione dell’iniziativa, che vuol avvicinare due mondi nel nome della bellezza che contrasta la violenza. febbraio 2016 di Andrea Danneo, Antonio Di Francesco, Marianna Di Piazza «Non si può capire l’Islam senza conoscere la musica, il cinema, la poesia arabi». È uno dei motivi che ha spinto Wael Farouq (al centro nella foto, nel corso della prima edizione) a lanciare, già lo scorso anno, la Festa della lingua araba nella sede di largo Gemelli dell’Università Cattolica. Al professor Farouq, docente di lingua e letteratura araba, abbiamo chiesto come e perché nasce la Festa della lingua araba. La cultura viene molto spesso dimenticata, così abbiamo pensato alla “Festa della lingua araba” per dare visibilità all’Islam e al popolo che abbraccia questa religione. Il rischio però è di ridurre la cultura araba ai principi religiosi: non si può capire l’Islam senza conoscere la musica, il cinema, la poesia arabe». Che accoglienza ha la lingua araba in Italia? «Molti studenti si approcciano allo studio della lingua araba non solo come espressione culturale, ma anche come strumento di economia, espressione di un impatto geopolitico enorme.

 

Terrorismo, non rinunciamo alla libertà

PIACENZA Terrorismo, non rinunciamo alla libertà In occasione della presentazione del libro del ministro dell’Interno Angelino Alfano , il professor Antonio G. Chizzoniti spiega le questioni su cui lavorare: l’integrazione dell’immigrazione musulmana che crescerà e il confronto tra religione e democrazia. Le difficoltà economiche interne ed esterne rendono sempre più difficile la gestioni di flussi migratori imponenti e incontrollabili, incrementati e alimentati anche dalle crisi umanitarie di zone che fino a poco tempo fa non erano interessate da tale fenomeno. Allo stesso tempo la massiccia appartenenza alla religione musulmana di questi migranti alimenta la convinzione che anche da ciò derivino gli attacchi terroristici portati negli ultimi mesi al cuore dell’Europa. “Puntare il dito contro un musulmano o pretendere che si giustifichi quasi fosse un criminale sarebbe il regalo più grande che potremmo fare ai nostri veri nemici” anche in questo caso il pensiero di Alfano è netto. Questi futuri cittadini europei dovranno sapersi confrontarsi con i valori fondanti di una democrazia che deve essere sentita come propria anche da loro. Secondo un recentissimo sondaggio condotto nel 2015 dal Pew Research Center in 10 paesi a forte maggioranza musulmana, il mondo islamico è nettamente diviso su quale dovrebbe essere il rapporto tra principi dell’Islam, leggi e forme di governo statuali. Ancora forte (con punte che vanno dal 78% del Pakistan, al 54% della Giordania, ma anche 48% del Senegal) è la convinzione che le leggi del proprio paese debbano rigorosamente seguire gli insegnamenti del Corano.

 

Redaelli, Lombardi e Branca su Nizza

Secondo il professor Marco Lombardi , docente di Crisis management e direttore del centro di ricerca sulla sicurezza Itstime, la descrizione dell’attentato di Nizza compiuto nel giorno della festa nazionale francese sulla Promenade des Anglais la leggiamo sul magazine del jihadismo, «addirittura nel numero 2 del 2010». Nella videointervista ci spiega che non si tratta di colpi di coda, ma che dovremo convivere con questa “guerra ibrida” per decenni. Quello che preoccupa, però, è soprattutto il fatto che in Francia vivono milioni di Francesi che non si sentono integrati e covano rabbia contro il loro stesso Stato. Ciò che queste persone cercano di dire è: non date per scontato che la religiosità musulmana di queste donne con l’hijab sia la stessa presunta religiosità dei fondamentalisti o dei jihadisti. Esiste una religiosità che accetta pienamente il mondo temporale, la democrazia e ciò che essa significa; questa è l’esperienza di chi come noi si è battuto contro la Carta dei valori laici, trovando nuovi alleati e amici che prima non conoscevamo, tra i quali anche donne con l’hijab. Se si categorizza in un certo modo, se si pensa che l’unico modo che abbiamo per fermare tutto questo sia fare pressione sulle persone che indossano l’hijab, se si crede di poter agire positivamente sul fenomeno facendo di ogni erba un fascio, si opera una stigmatizzazione. Ma ciò che sta dietro alla stigmatizzazione, ciò che la fa funzionare è la visione ipersemplificata di quello che è una religione, e nel nostro caso di quello che è l’islam.

 
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