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Dieci anni di Unifil per il ventennale Aseri

MILANO Dieci anni di Unifil per il ventennale Aseri L’Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali, per celebrare il ventesimo anniversario della sua fondazione, organizza una conferenza sulla missione di pace in Libano a guida italiana. novembre 2016 L’Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali dell’Università Cattolica ( Aseri ) compie 20 anni. E, per celebrare questo importante anniversario, martedì 15 novembre organizza la conferenza internazionale dal titolo: “Ten years of protecting peace: UNIFIL (2006-2016)” che si terrà a Milano dalle ore 9 nella sede di via San Vittore 18 . La Risoluzione 1701 prevedeva la sospensione delle ostilità tra Israele e le milizie sciite libanesi di Hezbollah, imponendo la cessazione di tutte le operazioni militari offensive israeliane sul suolo libanese e la fine di tutti gli attacchi sciiti. Di fatto poneva fine alla cosiddetta “guerra di luglio” o dei “33 giorni”, cominciata con l’invasione israeliana del Libano meridionale a seguito dell’uccisione e del rapimento da parte di Hezbollah di alcuni militari di Tshal. Il progressivo peggioramento delle condizioni di sicurezza in tutta la regione, che ha coinvolto i confini orientali del Libano e ha prodotto anche scontri armati nel Nord del Paese, mostra il lavoro decisivo svolto da UNIFIL nell’assicurare condizioni di pace e tranquillità alla popolazione civile. libano #unifil #aseri Facebook Twitter Send by mail Print 20 ANNI DI ASERI Aseri si caratterizza come luogo di eccellenza nello studio della politica e delle relazioni internazionali e come ambito di discussione critica sui temi della global governance.

 

L’appello accorato del vescovo libanese

Monsignor Mounir Khairallah , consigliere del patriarca maronita Béchara Raï, racconta il dramma di un Paese che, anche prima dell’esplosione al porto, attraversava una grave crisi 06 agosto 2020 Padre Mounir Khairallah è il vescovo di Batroun, nel nord del Libano. Nell’omelia del 5 luglio ha lanciato un appello in tre punti e ha stilato la tabella di marcia per costruire il Libano di domani, che si riassume nella proclamazione della neutralità del Libano, una neutralità attiva e impegnata. La cosa peggiore di cui non siamo testimoni oggi è che la maggior parte di coloro che si occupano degli affari politici non si preoccupano che dei propri benefici e interessi, indeboliscono la fiducia riposta su terzi condannando coloro che sono a capo di istituzioni costituzionali. Così privano il Paese della fiducia dei governi arabi e internazionali, malgrado la convinzione dell’importanza del Libano, del suo ruolo, delle potenzialità e delle capacità del suo popolo. Sembra che alcuni politici vogliano nascondere la propria responsabilità di aver vuotato le casse dello Stato e di non aver intrapreso la riforma delle strutture richiesta dagli Stati riunitisi nella conferenza di Parigi, detta «Cedre», nell’aprile 2018. Il livello di povertà, di disoccupazione, di corruzione e di debito pubblico non ha smesso di aumentare fino alla rivoluzione popolare del 17 ottobre 2019. Intanto coltiviamo la speranza che un giorno il Libano rivivrà nel suo ruolo di Paese oasi dell’incontro culturale, religioso e politico tra Oriente e Occidente e nel suo messaggio di convivenza.

 

Libano, la rabbia e l’orgoglio

Era già accaduto nel 2001, l’11 settembre di chi in quella memoria già lavorava come giornalista e che, senza molta esperienza e tanta speranza, veniva catapultata con un paio di frame televisivi nella serie di attentati terroristici che avrebbero cambiato la nostra vita e la nostra storia. Kabul, Baghdad, Mosul, Misurata, Il Cairo, Sanaa: dopo avere visto queste immagini di Beirut, stavolta, a distanza di venti anni da 9/11 sai esattamente che non è la vista il senso più colpito, se fossi stata lì. È l’udito, l’olfatto, sono le viscere: l‘odore della sostanza chimica esplosa, l’ammasso di detriti carbonizzati, di carne aperta su ferite inimmaginabili se non su un lettino operatorio. Ieri l’amico Ayman Mhanna , un giornalista di spessore, che si occupa di protezione dei giornalisti nel suo Paese, scriveva sui social, in un – insolito per lui – conato di indignazione e rabbia : “Rifiuto questa commozione da social media #pregateperBeirut. Nelle parole di questo giovane uomo sempre misurato, posato, conciliante, c’è tutta la rabbia dei giusti libanesi che oggi, per comprare un chilo di carne devono spendere 40 dollari, a causa della devastante crisi economica, appena il giorno prima del disastro. Nell’ottobre 2019 ero dentro l’Uovo, insieme ad almeno 200 studenti della AUB, l’American University di Beirut, che mi aveva invitato a tenere una lezione per il dipartimento di design sul graphic journalism , ossia come raccontare le guerre usando il fumetto. In quelle due ore di “ eggupation ” – così veniva chiamato il sit-in permanente durante la rivoluzione di quei mesi - ascoltando anche la lectio di Charbel Nahhas , mi sono resa conto della quantità enorme di pensiero politico depositato in questa generazione e allo stesso tempo soffocata dai suoi governanti e controllori.

 

Apocalisse a Beirut, implosione d’un Paese

Speciale Libano Apocalisse a Beirut, implosione d’un Paese Un boato terrificante, una tragedia infinita che fa ripiombare il Paese ai tempi della guerra civile. È l’inizio della fine o il Libano saprà rialzarsi ancora? Parlano gli esperti dell’Università Cattolica e il vescovo libanese Mounir Khairallah 06 agosto 2020 A cura di Paolo Ferrari ed Emanuela Gazzotti Chi l’ha vista l’ha definita un’apocalisse. Le due enormi esplosioni che hanno devastato Beirut martedì 4 agosto sono avvenute nei pressi del porto, dov'erano custodite 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio, scaricate nel 2013 e poi depositate in un container, riducendo in polvere parte della capitale libanese come ai tempi della fine della guerra civile durata 15 anni. The Egg è diventato, durante le proteste del 2019, luogo di ritrovo, di protesta e di cultura. All'interno, per diverse settimane, hanno tenuto lezione i docenti della AUB, l'American University of Beirut, incluso il politico Charbel Nahhas, in quella che è stata chiamata "eggupation" - by Laura Silvia Battaglia, Beirut, Libano, ottobre 2019 #libano #beirut #esplosione #speciale Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Per il Libano un aiuto anche psicologico

Progetto Per il Libano un aiuto anche psicologico A un mese di distanza dalla terribile esplosione che ha devastato Beirut, facciamo il punto sui progetti di sostegno promossi dall’Unità di ricerca sulla resilienza. Un segno tangibile di vicinanza al Paese della convivenza by Emanuela Gazzotti | 04 settembre 2020 Un mese fa, il 4 agosto, Beirut veniva devastata da due terribili esplosioni che hanno cambiato il suo volto per sempre. L’Università Cattolica è amica del Libano da tanti anni e presente con progetti di sostegno attraverso l’ Unità di ricerca sulla resilienza ( RiRes ) del dipartimento di Psicologia dell’Ateneo. Cristina Castelli , direttrice di RiRes e vicepresidente dell’ Associazione Francesco Realmonte , ha raccontato che l’intervento dell’équipe RiRes, in accordo con le due congregazioni di Padri Lasalliani e Maristi coinvolte nel progetto “Fratelli”, «prevede un sostegno psicologico a distanza sulla gestione delle emozioni e dello stress. Nei prossimi due mesi riprenderemo i progetti di "Educazione alla Pace e alla Resilienza" di cui oggi si sente particolare bisogno, dato il clima di odio che si vive per le lotte politiche e interreligiose in corso». L’intervento RiRes è dunque prezioso per il sostegno, attraverso le figure degli educatori, dei bambini che hanno alle spalle vissuti traumatici e che si trovano ora a doverne fronteggiare uno nuovo. Inoltre era stato realizzato il progetto “ Education for Peace and Resilience ” che ha prodotto un manuale con le schede delle attività da svolgere con i minori, a servizio degli operatori sociali formati e operanti in centri educativi in Libano e Siria.

 

«Profughi? L'emergenza è nel mio Libano»

MILANO «Profughi? L'emergenza è nel mio Libano» I rifugiati sono più di un terzo della popolazione. La voce dal Medioriente in fiamme del vescovo maronita Mounir Khairallah , che ha incontrato il rettore Franco Anelli by Marco Castro | 20 gennaio 2016 «Il Libano è un modello positivo di convivenza che può essere un esempio per il mondo intero». Come influisce l’enorme afflusso di profughi sulla vostra vita quotidiana in Libano? «È un’emergenza che incide dal punto di vista sociale, per lo squilibrio della popolazione, economico, perché il paese era già in crisi, ma anche politico e confessionale. Basti pensare che il Libano è composto da un mosaico di 18 comunità diverse, ciascuna delle quali è riconosciuta per la sua tradizione e la sua cultura. E da allora una nuova amicizia è nata tra di noi. Così, abbiamo scoperto di avere tantissimi valori in comune, soprattutto quello dell’ospitalità, della dignità, del rispetto per l’altro, della terra a cui siamo tutti legatissimi. Altro non è se non una reazione alla politica dell’Occidente in Medioriente: quella delle grandi potenze che guardano solo ai propri interessi economici, senza occuparsi dei popoli che vivono in queste terre». In Italia per qualche giorno, ha incontrato il rettore dell’Università Cattolica Franco Anelli e in molti incontri ha parlato delle questioni che gli stanno più a cuore: la gestione dei profughi siriani nel suo Paese e il rapporto tra religioni e comunità culturali diverse in Medioriente.

 

In Siria e Libano per seminare la pace

Milano In Siria e Libano per seminare la pace Un progetto del Cesi, in collaborazione con Adyane Institute, per formare educatori libanesi e siriani che operano con i bambini rifugiati, con workshop non solo a Beirut ma anche a Damasco e Aleppo. Il progetto “ Tutori di resilienza ” ha previsto la protezione e promozione del benessere di bambini e famiglie siriane attraverso un corso di formazione rivolto a operatori sociali residenti in Libano e Siria, e la conduzione di workshop creativi-espressivi con bambini siriani rifugiati in Libano. Grazie al coinvolgimento dei coordinatori e dei coach dei centri educativi che hanno aderito al programma, sono inoltre state delineati i contenuti delle 24 sessioni didattiche e ricreative che attualmente vengono svolte in 12 centri in Libano e Siria con più di 1200 minori siriani vittime del conflitto in corso. Nel corso della prossima missione, in programma per la fine di maggio, sarà valutato l’impatto del programma sui bambini che sono stati coinvolti nel programma grazie a un’attività di monitoraggio e valutazione seguita dalla Unità di Ricerca sulla resilienza dell’Università Cattolica in collaborazione con Adyan Institute e Alert International. Nasce con questa finalità il progetto “Francofonia e cooperazione” che ha attivato un gemellaggio tra il Libano e gli studenti del corso di lingua francese dell’Università Cattolica della sede bresciana dell’ateneo e degli istituti superiori “Lunardi” e “Gambara” di Brescia e “Candia” di Milano. Un’iniziativa che vuole essere l’occasione per avvicinare i ragazzi a una dimensione della nostra attualità che rischia di restare marginale e che invece deve interpellare noi tutti» afferma la professoressa Sara Cigada , coordinatrice del progetto iniziato nel 2014 come formazione alle insegnanti delle scuole cattoliche francofone. Al seminario interverrà Giorgio Del Zanna , docente di Storia contemporanea dell’Università Cattolica, che ripercorrerà le vicende di questo Paese, che è stato teatro negli ultimi decenni di una guerra civile e di diversi scontri armati con Israele.

 

Libano, il Medioriente sul piano inclinato

libano Libano, il Medioriente sul piano inclinato Un Paese allo sbando, con una crisi economica sociale e politica gravissima, travolto da un’esplosione che ha distrutto metà della capitale. In che senso? «Il Libano ha caratteristiche specifiche che sono stati punti di forza ma anche di estrema vulnerabilità. Non dimentichiamoci che il Libano ha vissuto anche una lunghissima guerra civile dal 1975 all’89, non ancora del tutto metabolizzata, e poi un lungo percorso post bellico che avrebbe dovuto produrre molte riforme che non sono state realizzate. Oggi il Paese soffre in modo plateale della combinazione di una grande crisi economica e finanziaria e di una crisi politica che è figlia di una incapacità di transitare il Paese verso una stabilità del sistema statuale e politico dopo la guerra civile. Il fatto che questo magazzino contenente materiale esplosivo sia stato per tanti anni incontrollato è indicativo di una politica che non si fa carico della sicurezza della popolazione. Chi è questa classe politica? «Il Libano è un caso unico rispetto ad altri Paesi del Medioriente perché ha sempre potuto presentarsi attraverso due elementi distintivi: una classe media relativamente più ampia rispetto ad altri paesi della regione ma anche un alto livello culturale. Quali sono le prospettive a livello politico? «Il rischio è che il Libano non sia in grado di auto riformarsi, che diventi sempre più un incubatore di tensioni, fortemente permeabile e penetrabile e quindi in una situazione di instabilità.

 

«Lasciateci decidere da soli»

 
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