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Gerusalemme, libri ponti di pace

MILANO Gerusalemme, libri ponti di pace Manoscritti che parlano di culture che si sono intrecciate nella storia. Nel progetto di catalogazione del patrimonio antico della Custodia di Terrasanta, il contributo di Francescani e Università Cattolica a una convivenza possibile. febbraio 2015 «Quella di “Libri ponti di pace” è una sfida: a chi vuole imporre l’omologazione in Medioriente, i libri antichi della Biblioteca francescana di Gerusalemme parlano di una storia fatta di convivenza delle diversità». Il professor Edoardo Barbieri , direttore del Centro di ricerca europeo Libro Editoria Biblioteca (Creleb) dell’Università Cattolica, spiega con queste parole perché il progetto di catalogazione e valorizzazione del patrimonio librario antico della Custodia di Terrasanta può essere considerato un contributo alla pace e al dialogo. Il seminario di martedì 3 marzo (link), alla presenza del rettore Franco Anelli , presenterà l’iniziativa che ha per protagonisti i francescani di Gerusalemme e vuole costruire in città un luogo di incontro tra culture diverse. La presenza francescana a Gerusalemme data infatti a circa sette secoli fa e contraddistingue l’attività della Custodia di Terra Santa, che ha nella sua biblioteca un punto di particolare interesse. Recentemente si è concluso l’inventario (ora online ) della ricca collezione di manoscritti : oltre mezzo migliaio di pezzi, che partono dall’XI secolo, alcuni dei quali messi in mostra a Gerusalemme .

 

Kurdistan, noi non li lasciamo soli

MIlano Kurdistan, noi non li lasciamo soli Il progetto “Resilienza e sport”, che coinvolge 30 persone tra psicologi, educatori, insegnanti, allenatori, 1300 bambini e ragazzi ospitati in 7 aree di accoglienza, è stato presentato nella giornata organizzata in Ateneo con Avvenire e Focsiv. maggio 2016 Un milione di profughi rifugiati nel Kurdistan iracheno, 11 milioni di siriani nei paesi limitrofi e sfollati dopo 5 anni di guerra civile, 400.000 vittime del conflitto interno alla Siria. Questi sono i numeri inquietanti di due Paesi distrutti dalla guerra. Se ne è parlato il 9 maggio in Università Cattolica durante il convegno “Iraq e Siria: non lasciamoli soli. Promosso dall’ateneo di largo Gemelli, dal quotidiano Avvenire (di cui riportiamo l’articolo dedicato all’evento) e Focsiv , l’evento ha riunito tutte le Ong presenti sul territorio con progetti a sostegno delle popolazioni locali. Al termine del convegno ha suonato l’Orchestra dei popoli, promossa dalla Fondazione Casa dello Spirito e delle Arti Onlus, comunità artistica e musicale composta da bambini, ragazzi e adulti di diverse etnie, culture, fedi, generazioni. Qui è stato sviluppato il progetto “Resilienza e sport” che coinvolge 30 persone tra psicologi, educatori, insegnanti, allenatori, 1300 bambini e ragazzi ospitati in 7 aree di accoglienza.

 

In ricordo di padre Luigi Cagni

Brescia In ricordo di padre Luigi Cagni Nella sede di Brescia giovedì 3 maggio un seminario di studi su Lingue e culture del Vicino Oriente e del Mediterraneo in memoria del barnabita di origini bresciane, assiriologo e filologo della Bibbia ebraica di fama internazionale. maggio 2018 di Giancarlo Toloni * Giovedì 3 maggio 2018 alle ore 16.30, nella Sala della Gloria, la sede bresciana dell’Università Cattolica commemorerà la figura di padre Luigi Cagni (a sinistra) , barnabita di origini bresciane, assiriologo e filologo della Bibbia ebraica di fama internazionale. All’Orientale Cagni fu anche Direttore del Dipartimento di Studi Asiatici (1991-1997) e Direttore della sua prestigiosa rivista, gli Annali dell’Istituto Orientale di Napoli (AION). In parallelo egli si dedicò anche alla vita del suo Ordine Barnabita, assumendo via via importanti incarichi di governo, fino al ruolo di Vicario Generale. L’ Università degli studi di Napoli «L’Orientale» si associa in partenariato al memoriale dello studioso, che ha contribuito significativamente al suo sviluppo come istituzione accademica; analogamente vi partecipano i Chierici Regolari di San Paolo, Barnabiti , ricordando il prezioso apporto di padre Cagni alla vita e al governo dell’ordine. Per celebrare la sua opera scientifica il Dipartimento di Scienze storiche e filologiche ha promosso la pubblicazione di un volumetto che raccoglie i contributi di amici e colleghi orientalisti , volti ad illustrare le linee fondamentali e i vari ambiti della sua ricerca. La ricerca di alto profilo scientifico di Cagni ha suggerito al nostro Dipartimento di intitolare alla sua memoria il Seminario di studi su Lingue e culture del Vicino Oriente e del Mediterraneo , sezione orientalistica del Centro di Documentazione e Ricerca di prossima attivazione nella sede bresciana dell’Università Cattolica.

 

Medioriente, come superare le crisi

milano Medioriente, come superare le crisi Parla il professor Mehran Kamrava direttore del Center for International and Regional Studies della Georgetown University’s School of Foreign Service in Qatar, una delle voci più autorevoli a livello internazionale nell’analisi degli scenari mediorientali. maggio 2019 Dalla politica estera statunitense, al ruolo di Paesi come Iran e Arabia Saudita, fino alla questione israelo-palestinese e alle conseguenze della guerra in Yemen. Sono gli elementi chiave per comprendere il Medioriente secondo il professor Mehran Kamrava , direttore del Center for International and Regional Studies della Georgetown University’s School of Foreign Service in Qatar, una delle voci più autorevoli a livello internazionale nell’analisi degli scenari mediorientali. L’incontro è stato l’evento conclusivo del percorso di geopolitica coordinato dal professor Riccardo Redaelli (a sinistra nella foto) , direttore del Centro di Ricerche sul Sistema Sud e il Mediterraneo allargato, ed è stato organizzato nell’ambito del Centro di Studi Internazionali di Geopolitica (Ce.St.In.Geo.). Al progetto, arrivato alla decima edizione, hanno partecipato quest’anno circa 80 studenti degli istituti superiori “Leardi” e “Balbo” (Casale Monferrato) e “Saluzzo-Plana” (Alessandria). Partendo dall’analisi del riemergere delle dinamiche settarie, il prof. Kamrava ha descritto in modo chiaro l’attuale periodo di instabilità e la competizione strategica dei diversi attori dell’area. Interessante e stimolante è stata la discussione conclusiva con gli studenti, a dimostrazione dell’interesse che questi temi hanno suscitato nei partecipanti all’iniziativa.

 

Taha e la tesi sul suo Yemen

Aseri Taha e la tesi sul suo Yemen Dopo aver scampato la guerra che sta devastando il suo Paese, il giovane yemenita è a Milano per la prima edizione del master in Middle Eastern Studies. ottobre 2015 Sta scrivendo la sua tesi di fine master sul colpo di stato in Yemen e ancora, dopo un anno esatto, non può credere di essere qui in Italia e di avere anche scampato la guerra che sta devastando il suo Paese. Taha Hamood Hamood Abdo Al-Jalal ha trent’anni ed nato a Sanaa, la capitale dello Yemen, uno splendido Paese dalla storia millenaria che i romani avevano definito l’”Arabia felix”. In realtà non sapevo si chiamasse così e solo oggi ho appreso che ho attivato uno strumento democratico in una situazione che era solo di sopruso e prevaricazione». Il giovane, nel 2014, prima del colpo di Stato ad opera dei ribelli houti, si era adoperato affinché l’imam che gli houti avevano imposto con la forza nella moschea di quartiere venisse rimosso. Che ci si voglia dedicare alle attività profit o a quelle non-profit, che si scelga per elezione il settore del business o quello delle Ong, quello della sicurezza e dell’intelligence o quello delle organizzazioni internazionali, la realtà non cambia: occorrono capacità multiple. È quello che cerchiamo di insegnare in Aseri, per offrire agli studenti dei nostri master gli strumenti adatti per realizzare al meglio il proprio sogno, per compiere efficacemente la propria missione, per realizzare le proprie aspettative professionali e di vita.

 

Iraq e Siria, non lasciamoli soli

Una giornata di riflessione promossa da Università Cattolica, dal quotidiano Avvenire e da Focsiv per richiamare l’attenzione sull’emergenza dei popoli del Medioriente vittime della guerra, soprattutto bambini e minori. maggio 2016 Molti efficaci interventi vengono messi in atto per sostenere sfollati, rifugiati, e tutti quanti sono rimasti in Siria e in Iraq privi dei diritti umanitari più elementari, e tra gli altri quello di praticare la propria religione. Nell’Anno Straordinario del Giubileo l’imperativo resta rispondere all’appello di Papa Francesco che, a Lampedusa prima, e a Lesbos poi, di fronte alla morte di chi fugge dalla guerra ha invitato ad aprire il cuore ad opere di misericordia. Il convegno, nella Cripta dell’Aula Magna in largo Gemelli 1 a Milano dalle ore 10.30 , vuole costituire un’occasione privilegiata di riflessione e di dibattito su questi temi. Nella mattinata, dopo i saluti istituzionali di Antonella Sciarrone Alib randi, prorettore dell’Università Cattolica, interverranno a una tavola rotonda don Francesco Soddu , direttore di Caritas Italiana, Riccardo Redaelli , docente di Geopolitica in Università Cattolica, Gianfranco Ca ttai, presidente di Focsiv, Cesare Zuc coni della Comunità di Sant’Egidio. La seconda parte dell’evento è dedicata al lavoro nell’area e alle testimonianze sul campo di chi si è adoperato nell’assistenza e nel sostegno psicologico e morale senza differenza di religione, in un’ottica di comunione della sofferenza e della speranza. L’Orchestra ha un organico multietnico, si tratta di una comunità artistica e musicale composta da bambini, ragazzi e adulti di diverse etnie, culture, fedi, generazioni.

 

Nasce l’Archivio sul Vicino Oriente antico

Brescia by Giancarlo Toloni | 03 marzo 2016 Nasce l’Archivio sul Vicino Oriente antico È stato allestito nella sede di Brescia con la biblioteca personale di monsignor Francesco Vattioni, alla cui memoria è dedicato. Orientalista di fama internazionale, Vattioni si dedicò anzitutto alla filologia della Bibbia ebraica, estendendo progressivamente i suoi interessi di ricerca alla semitistica, in particolare all’epigrafia, alle lingue e alle religioni del Vicino Oriente antico. La sua notorietà internazionale è dovuta principalmente all’attività di studioso di epigrafia giudaica e semitica, cioè aramaica antica e siriaca, nabatea e palmirena, e alla sua passione per l’Africa romana, in virtù della quale egli si dedicò con particolare interesse allo studio delle iscrizioni fenicio-puniche. Notevole fu anche l’impegno profuso nell’esame e nella pubblicazione delle iscrizioni ritrovate a Hatra (1981), antica città in rovine della regione irachena della Jazira, delle quali Vattioni effettuò una prima catalogazione generale. Si tratta di un complesso di circa settecento volumi storico-filologici sulla Bibbia e di vario materiale documentario, costituito perlopiù da note e appunti inerenti all’epigrafia e alle lingue semitiche. direttore scientifico Biblioteca di studi storico-filologici sulla Bibbia Felice Montagnini #libri #medioriente #storia Condividi Facebook Twitter Send by mail Print CERIMONIA DI INAUGURAZIONE Il Dipartimento inaugurerà questa nuova struttura di ricerca dedicata a monsignor Francesco Vattioni giovedì 10 marzo,alle 16.30 nella Sala della Gloria, in via Trieste 17. L'iniziativa si pone come segno di riconoscenza per la preziosa possibilità di utilizzare i suoi stessi strumenti di lavoro e come omaggio alla memoria di un concittadino illustre, la cui prestigiosa attività accademica ha portato il nome di Brescia sulla scena internazionale.

 

Studenti in Terra Santa

EDUCATT Studenti in Terra Santa Alcuni allievi dell’Università Cattolica e ospiti dei collegi in Campus delle sedi di Milano e Roma hanno trascorso una settimana nei luoghi in cui visse Gesù. maggio 2018 Da Nazareth a Gerusalemme passando per il Mar Morto e la valle del Giordano, alcuni studenti dell’Università Cattolica hanno ripercorso, dal 4 al 10 maggio, le tappe più importanti della vita di Gesù, alternando momenti di preghiera alle visite ai musei e ai siti archeologici del Medio Oriente. Si è trattato di una settimana di intenso pellegrinaggio, possibile anche grazie al sostegno dell’Istituto Toniolo, alla scoperta di civiltà millenarie e delle proprie radici culturali e religiose. Particolare è stata l’esperienza nel deserto vicino a Gerico: celebrare la Santa messa tra le dune, nel silenzio del deserto, è stato davvero un momento intenso». Il viaggio in Terra santa è stato per i pellegrini anche un’occasione per conoscere nuove culture e per toccare con mano cosa sia la convivenza di fedi e culture diverse. Trentanove studenti di età compresa tra i 19 e 26 anni hanno visitato, sotto la guida di don Daniel Balditarra e don Giacomo Pompei , le tre città più significative raccontate dai Vangeli: Nazareth, Gerusalemme e Betlemme. Centinaia di chilometri, di cui 75 di solo cammino, percorsi in una sola settimana, dal 4 al 10 maggio.

 

L’incerto ordine del mondo

Milano L’incerto ordine del mondo Quattro appuntamenti nella sede milanese dell’Ateneo sugli attuali scenari geopolitici. Tra gli ospiti il capo di stato maggiore della Marina militare Giuseppe De Giorgi e il Segretario Generale alla Cooperazione internazionale del Governo Michele Valensise 03 marzo 2016 Gli scenari internazionali, il ruolo del nostro Paese in un contesto geopolitico complicato, le sfide del Medioriente, la crisi dell’eurocentrismo. Sono alcuni dei temi al centro di una serie di eventi promossi nella sede milanese dell’Ateneo nei prossimi giorni che hanno come comune denominatore le relazioni internazionali. Venerdì 11 marzo alle 11.30 in Aula Pio XI, lezione aperta di Michele Valensise , Segretario generale del ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale sul tema “ Il grande disordine mondiale e l’impegno internazionale dell’Italia ”. L’ammiraglio Giuseppe De Giorgi , capo di stato maggiore della Marina militare, sarà il protagonista lunedì 14 marzo alle 17 dell’incontro sul tema “ La funzione della Marina militare nell’attuale situazione del Mediterraneo. L’ultimo incontro da segnalare per questo filone di appuntamenti è giovedì 17 marzo alle ore 14 nella sala Negri da Oleggio dedicato al tema “ L’incerto ordine del mondo. Dal paradigma eurocentrico del diritto al diritto sconfinato della globalizzazione ” e fa parte del ciclo di incontri promossi nell’ambito del progetto di ricerca d’Ateneo “Crisi dell’Eurocentrismo e futuro dell’umanesimo europeo: prospettive storico-culturali”.

 

Iran-Usa, se la guerra si fa cyber

L'analisi Iran-Usa, se la guerra si fa cyber La risposta cibernetica dell’Iran all’uccisione del generale Soleimani non si è fatta attendere. di Andrea Locatelli * Dopo l’uccisione del generale Qassem Soleimani l’attenzione di esperti, osservatori e dell’opinione pubblica in generale è concentrata sulla reazione dell’Iran. Se da una parte la preoccupazione principale è rivolta agli attacchi alle basi americane di Erbil e Al Asad, per altro verso Washington e Teheran si stanno affrontando in modo ben più misurato su un altro fronte: quello cibernetico. Un esempio di questo orientamento strategico è l’attacco che ha colpito nella giornata di sabato il Federal Depository Library Program (l’infrastruttura informatica che fornisce accesso a oltre mille biblioteche americane). Si tratta, da quanto è risultato da una prima analisi forense, di un “defacciamento”: per alcune ore, il sito web del programma ha mostrato un messaggio di cordoglio per la morte del generale iraniano e un’immagine di Trump preso a schiaffi. Questo tipo di attacchi cibernetici è molto frequente e non dovrebbe suscitare troppe preoccupazioni: il sabotaggio è stato giudicato di basso livello tecnico (non risulta infatti che siano stati rubati né cancellati dati) e l’ufficio federale non rappresenta propriamente un’infrastruttura critica. Per quanto sia sconsigliabile trarre conclusioni affrettate da questo singolo episodio, la prospettiva di una rappresaglia cibernetica su più larga scala all’assassinio di Soleimani appare tutt’altro che remota.

 

Crisi iraniana, un ruolo cruciale per l’Ue

di Antonio Zotti * L’ondata d’instabilità innescata dell’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani ha messo ancora una volta in evidenza gli stringenti limiti dell’influenza che gli attori europei esercitano nella regione mediorientale e nordafricana. Come al solito, è nell’Unione europea in quanto attore della politica internazionale che questa impotenza strategica trova la sua massima manifestazione. È infatti prevedibile che la riunione straordinaria dei ministri degli esteri dei Paesi membri, convocata dall’Alto rappresentante Borrell su iniziativa dei governi britannico, francese e tedesco, si limiterà al compito declaratorio di ribadire la “profonda preoccupazione” dell’Unione e a esortare a una riduzione della tensione. Le divergenze politiche fra Stati Uniti ed Europa generate dalla crisi iraniana evidenziano le carenze strategiche di quest’ultima. A tal proposito, proprio l’accordo sul nucleare offre un’utile prospettiva. Ciò dimostra come la dimensione economica dell’Ue rimanga una risorsa strategica potenzialmente rilevante, come pure la reputazione di attore relativamente affidabile perché rispettoso delle regole dell’ordine internazionale. docente di Istituzioni europee, corso di laurea interfacoltà di Scienze linguistiche e letterature straniere e di Scienze politiche e sociali , campus di Milano #medioriente #iran #usa #escalation Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Washington, chi c’è dietro la linea dura

Ecco quali possono essere le conseguenze 08 gennaio 2020 Abbiamo chiesto ad alcuni professori dell’Università Cattolica di spiegare le origini e gli sviluppi della nuova crisi mediorientale e di aiutarci a capire quali strumenti si possono adottare per spegnere la miccia di una situazione esplosiva. di Gianluca Pastori * L’uccisione di Qassem Soleimani rilancia in modo drammatico la “ vexata quaestio ” dei rapporti fra Washington e Teheran. Vale inoltre la pena di ricordare come l’attacco dello scorso 3 gennaio non sia il frutto di un’iniziativa individuale e come esso esprima una visione condivisa da almeno parte dell’élite di Washington. Al di là del “flettere i muscoli”, la Casa Bianca non ha alcun interesse a un confronto militare aperto con Teheran, soprattutto alla luce dei cattivi rapporti con il Congresso e nell’imminenza di un voto presidenziale che si preannuncia assai incerto. Come spesso accaduto, l’aumento di tensione provocato alla morte di Soleimani troverà, con ogni probabilità, uno sfogo “gestibile” nelle tante “ war by proxy ” che punteggiano il Medio Oriente. Si tratta, in molti casi, di voci e/o di speculazioni, che segnalano, tuttavia, una variabile in più da tenere in conto per inquadrare quanto accaduto nei giorni scorsi a Baghdad e per comprendere quali potranno esserne gli sviluppi. docente di Storia delle relazioni e delle istituzioni politiche, facoltà di Scienze politiche e sociali, Università Cattolica, campus di Milano #medioriente #usa #iran #trump Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Iran, se lo stratega diventa un martire

L'analisi Iran, se lo stratega diventa un martire Secondo il professor Riccardo Redaelli , la decisione di uccidere il generale Soleimani è stata presa senza una seria valutazione delle conseguenze. E l’amministrazione Trump è priva di una strategia politica per la regione 10 gennaio 2020 L’analisi della situazione del Medioriente nell’editoriale del professor Riccardo Redaelli pubblicato da “Avvenire”. Il primo è che l’Amministrazione Trump, checché ne dicano i suoi sostenitori e gli scatenati sovranisti europei che ne apprezzano ogni mossa, è palesemente priva di una strategia politica per la regione. La decisione di uccidere un personaggio importante e popolare quale Soleimani, oltre al vice-comandante delle Forze di mobilitazione popolare irachene, al-Muhandis – un capo milizia che era tuttavia inserito nella catena di comando del sistema di difesa iracheno – è stata presa senza una seria valutazione delle conseguenze. Si è così trasformato un abile stratega iraniano in un martire che rimarrà nella storia di quel Paese, dopo averne esagerato le capacità e i successi. Il problema è che alla Casa Bianca e nei Dipartimenti che contano mancano centinaia di consiglieri e dirigenti, eliminati e mai rimpiazzati dal troppo attivo 'clan' Trump e dagli estremisti che circondano il presidente. docente di Geopolitica alla facoltà di Scienze politiche e sociali , Università Cattolica, campus di Milano [continua a leggere su “Avvenire”] #iran #soleimani #usa #medioriente Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Escalation in Medioriente, l’analisi dei nostri professori

Una reazione che in parte si è già fatta sentire con l’attacco missilistico alle due basi militari americane di Erbil e Al Asad ma che ha messo in campo anche strategie di cyberwar . Con Soleimani non muore solo un generale di Andrea Plebani Con la sua eliminazione salta uno dei pochi punti fermi di un sistema mediorientale sempre più frammentato e destabilizzato. Le insidie per Washington e per i suoi alleati Washington, chi c’è dietro la linea dura di Gianluca Pastori La politica militare del presidente Trump ha trovato finora parecchi sostenitori. Con conseguenze che potrebbero essere pericolose Se la guerra si fa cyber di Andrea Locatelli La risposta cibernetica dell’Iran all’uccisione del generale Soleimani non si è fatta attendere. C’è da sperare che Washington e Teheran preferiscano confrontarsi nell’ambito virtuale L’Ue deve uscire dall’irrilevanza di Antonio Zotti L’Europa deve far pesare la sua forza economica come risorsa strategica potenzialmente rilevante, soprattutto nell’ambito dell’accordo sul nucleare fortemente voluto dall’Unione #medioriente #iran #usa #escalation Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Con Soleimani non muore solo un generale

L'analisi Con Soleimani non muore solo un generale Con la sua eliminazione salta uno dei pochi punti fermi di un sistema mediorientale sempre più frammentato e destabilizzato. Tra i principali artefici della prorompente ascesa di Teheran all’interno della cosiddetta “mezzaluna sciita”, il comandante delle brigate al-Quds era uno dei simboli più importanti della “rinascita geopolitica” iraniana all’interno dell’arco di instabilità compreso tra Levante, Mesopotamia e Golfo. Il sistema di relazioni formali e informali costruito da Soleimani si era rivelato in tal senso fondamentale, garantendo a Teheran uno strumento flessibile e capace di operare su più livelli (militare, socio-politico ed economico in primis). La sua morte rappresenta quindi un colpo durissimo per la Repubblica Islamica, alle prese con una congiuntura economica estremamente negativa e con i rischi di incorrere in una iperestensione potenzialmente in grado di mettere a repentaglio i risultati conseguiti in questi anni. Per quanto rimanesse una figura estremamente controversa, Soleimani rappresentava uno dei pochi punti fermi di un sistema mediorientale sempre più frammentato e destabilizzato. Un avversario temibile e astuto, che si era però dimostrato capace di tenere sotto controllo le ali più radicali delle forze sotto la sua guida e col quale era stato possibile confrontarsi in passato. Non è detto che i suoi successori siano in grado (o siano disposti) a fare altrettanto, soprattutto alla luce di un modus operandi statunitense che rischia di avere strascichi ben più significativi e durevoli di quanto ipotizzato.

 

L’appello accorato del vescovo libanese

Monsignor Mounir Khairallah , consigliere del patriarca maronita Béchara Raï, racconta il dramma di un Paese che, anche prima dell’esplosione al porto, attraversava una grave crisi 06 agosto 2020 Padre Mounir Khairallah è il vescovo di Batroun, nel nord del Libano. Nell’omelia del 5 luglio ha lanciato un appello in tre punti e ha stilato la tabella di marcia per costruire il Libano di domani, che si riassume nella proclamazione della neutralità del Libano, una neutralità attiva e impegnata. La cosa peggiore di cui non siamo testimoni oggi è che la maggior parte di coloro che si occupano degli affari politici non si preoccupano che dei propri benefici e interessi, indeboliscono la fiducia riposta su terzi condannando coloro che sono a capo di istituzioni costituzionali. Così privano il Paese della fiducia dei governi arabi e internazionali, malgrado la convinzione dell’importanza del Libano, del suo ruolo, delle potenzialità e delle capacità del suo popolo. Sembra che alcuni politici vogliano nascondere la propria responsabilità di aver vuotato le casse dello Stato e di non aver intrapreso la riforma delle strutture richiesta dagli Stati riunitisi nella conferenza di Parigi, detta «Cedre», nell’aprile 2018. Il livello di povertà, di disoccupazione, di corruzione e di debito pubblico non ha smesso di aumentare fino alla rivoluzione popolare del 17 ottobre 2019. Intanto coltiviamo la speranza che un giorno il Libano rivivrà nel suo ruolo di Paese oasi dell’incontro culturale, religioso e politico tra Oriente e Occidente e nel suo messaggio di convivenza.

 

Libano, il Medioriente sul piano inclinato

libano Libano, il Medioriente sul piano inclinato Un Paese allo sbando, con una crisi economica sociale e politica gravissima, travolto da un’esplosione che ha distrutto metà della capitale. In che senso? «Il Libano ha caratteristiche specifiche che sono stati punti di forza ma anche di estrema vulnerabilità. Non dimentichiamoci che il Libano ha vissuto anche una lunghissima guerra civile dal 1975 all’89, non ancora del tutto metabolizzata, e poi un lungo percorso post bellico che avrebbe dovuto produrre molte riforme che non sono state realizzate. Oggi il Paese soffre in modo plateale della combinazione di una grande crisi economica e finanziaria e di una crisi politica che è figlia di una incapacità di transitare il Paese verso una stabilità del sistema statuale e politico dopo la guerra civile. Il fatto che questo magazzino contenente materiale esplosivo sia stato per tanti anni incontrollato è indicativo di una politica che non si fa carico della sicurezza della popolazione. Chi è questa classe politica? «Il Libano è un caso unico rispetto ad altri Paesi del Medioriente perché ha sempre potuto presentarsi attraverso due elementi distintivi: una classe media relativamente più ampia rispetto ad altri paesi della regione ma anche un alto livello culturale. Quali sono le prospettive a livello politico? «Il rischio è che il Libano non sia in grado di auto riformarsi, che diventi sempre più un incubatore di tensioni, fortemente permeabile e penetrabile e quindi in una situazione di instabilità.

 

Libano, la rabbia e l’orgoglio

Era già accaduto nel 2001, l’11 settembre di chi in quella memoria già lavorava come giornalista e che, senza molta esperienza e tanta speranza, veniva catapultata con un paio di frame televisivi nella serie di attentati terroristici che avrebbero cambiato la nostra vita e la nostra storia. Kabul, Baghdad, Mosul, Misurata, Il Cairo, Sanaa: dopo avere visto queste immagini di Beirut, stavolta, a distanza di venti anni da 9/11 sai esattamente che non è la vista il senso più colpito, se fossi stata lì. È l’udito, l’olfatto, sono le viscere: l‘odore della sostanza chimica esplosa, l’ammasso di detriti carbonizzati, di carne aperta su ferite inimmaginabili se non su un lettino operatorio. Ieri l’amico Ayman Mhanna , un giornalista di spessore, che si occupa di protezione dei giornalisti nel suo Paese, scriveva sui social, in un – insolito per lui – conato di indignazione e rabbia : “Rifiuto questa commozione da social media #pregateperBeirut. Nelle parole di questo giovane uomo sempre misurato, posato, conciliante, c’è tutta la rabbia dei giusti libanesi che oggi, per comprare un chilo di carne devono spendere 40 dollari, a causa della devastante crisi economica, appena il giorno prima del disastro. Nell’ottobre 2019 ero dentro l’Uovo, insieme ad almeno 200 studenti della AUB, l’American University di Beirut, che mi aveva invitato a tenere una lezione per il dipartimento di design sul graphic journalism , ossia come raccontare le guerre usando il fumetto. In quelle due ore di “ eggupation ” – così veniva chiamato il sit-in permanente durante la rivoluzione di quei mesi - ascoltando anche la lectio di Charbel Nahhas , mi sono resa conto della quantità enorme di pensiero politico depositato in questa generazione e allo stesso tempo soffocata dai suoi governanti e controllori.

 

«Lasciateci decidere da soli»

 

Medioriente, parla Lorenzo Cremonesi

 

Medioriente, cristiani in fuga

 
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