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Lavoro, la polarizzazione che avanza

Un dibattito tra Lorenzo Cappellari, Mauro Magatti, Alessandro Rosina e Paolo Sestito 17 dicembre 2019 di Beatrice Barra e Natale Ciappina È un legame reciproco quello tra diseguaglianze e polarizzazione del lavoro. La polarizzazione consiste nella concentrazione dei redditi di lavoro in due poli distanti e opposti tra loro, ed è determinata dalla diseguaglianza negli ambienti lavorativi. Negli ultimi tempi, tuttavia, a causa della rivoluzione tecnologica, il mondo del lavoro si è arricchito di nuovi lavori ‘atipici’, che prevedono scarse tutele nei salari e regolamentazioni normative povere di contenuti. Per Paolo Sestito , della Banca d’Italia, nell’ultimo trentennio si sono sì ridotte le diseguaglianze, ma solo a livello globale, con una maggiore crescita dei Paesi in via di sviluppo che ha accorciato le differenze reddituali rispetto alle economie più avanzate. Sullo squilibrio generazionale, si concentra Alessandro Rosina , docente di Demografia dell’Università Cattolica, secondo cui «questo Paese non dà fiducia ai giovani, non garantendo loro un’adeguata formazione in termini di sviluppo, declinato dal punto di vista delle sfide di questo secolo». L’Italia, infatti, è uno dei Paesi che in Europa ha investito meno nella valorizzazione delle competenze nei nuovi settori avanzati e competitivi dei giovani, che continuano a emigrare, come dimostrano gli ultimi dati Istat. L’obiettivo dell’Italia, dunque, non dovrebbe più essere quello di trovare il modo di uscire dalla crisi, bensì quello di attuare un processo di sviluppo coerente e al passo con le innovazioni del nostro secolo.

 
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