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Intellettuali, voci che gridano nel deserto

Il dibattito Intellettuali, voci che gridano nel deserto Altro che latitanza: delle loro parole è pieno il Paese. Quale ruolo per gli intellettuali? ” è il titolo del convegno promosso dal centro di ricerca “Letteratura e cultura dell’Italia unita”, che si terrà mercoledì 30 ottobre in cripta aula Magna (largo Gemelli 1, Milano) a partire dalle 9.30. Anzi, mi sembra che le molte tribune più o meno improvvisate offerte dalla rete permettano oggi anche agli intellettuali di esprimersi su tutto con grande frequenza. E se così non fosse, in fondo avrebbe ragione Silvano Petrosino: è una questione che potrebbe interessare gli stessi intellettuali, ma il resto del mondo lo archivierebbe volentieri nella indimenticata rubrica “ E chi se ne frega ” lanciata dall’intellettualissimo settimanale Cuore . Se all’estero parla un Peter Handke (che, nell’esprimere idee aberranti, rivendica proprio un ruolo intellettuale e artistico: di scrittore, non giornalista, e la differenza conta) un McEwan o un Houellebecq, le idee suscitano subito grande dibattito e senso di partecipazione. Come persone abituate ad avere a che fare con il passato, infatti, sappiamo meglio di chiunque altro che anche le fasi più buie sono destinate a essere superate, sempre. Speriamo solo, per allora, di essere ancora vivi… * docente di Istituzione e politiche culturali, interfacoltà Economia-Lettere e filosofia, campus di Milano Quinto contributo di una serie di articoli dedicati al ruolo degli intellettuali #intellettuali #cultura #potere #politica Facebook Twitter Send by mail.

 

Né apocalittici né integrati

Quale ruolo per gli intellettuali? ” è il titolo del convegno promosso dal centro di ricerca “Letteratura e cultura dell’Italia unita”, che si è svolto il 30 ottobre in cripta aula Magna (largo Gemelli 1, Milano). Ma anche dare attualità di scelte concrete alle domande di sostenibilità, ambientale e sociale, per uno sviluppo equilibrato, stando ben attenti a che proprio questa parola, sostenibilità, così carica di valori, non finisca mortificata nella banalizzazione dei discorsi pubblici e nei mascheramenti del green washing delle cattive abitudini. Fuori, appunto, dalla fuorviante dicotomia “apocalittici o integrati”, c’è un tema che chiede un massimo di attenzione: quello dell’intelligenza artificiale, della coabitazione tra macchine capaci di pensiero e intelligenza umana. “Dominio e sottomissione”, ha appena scritto Remo Bodei” per Il Mulino, analizzando oggi “i due termini di un rapporto di potere fortemente asimmetrico che innerva la storia dell’umanità e che nella civiltà occidentale ha conosciuto numerose metamorfosi”. C’è chi suggerisce che “è tempo di pensare a una algor-etica , cioè un’etica degli algoritmi”, come sostiene Paolo Benanti, frate francescano, studioso di bioetica ed evoluzione tecnologica, insistendo: “Se vogliamo che la macchina sia di supporto all’uomo, allora gli algoritmi devono includere valori etici e non solo numerici”. Un insieme di relazioni che si tengono insieme, tra memoria e metamorfosi e che sfidano, appunto, la ricerca di senso tipica del lavoro intellettuale. Presidente di Museimpresa e direttore della Fondazione Pirelli Sesto contributo di una serie di articoli dedicati al ruolo degli intellettuali #intellettuali #cultura #potere #intelligenza artificiale Facebook Twitter Send by mail.

 

Né primedonne, né maggiordomi

il dibattito Né primedonne, né maggiordomi L’intellettuale vero intuisce cose profonde che riguardano ciascuno di noi e non le tiene per sé ma le comunica agli altri. Quale ruolo per gli intellettuali? ” è il titolo del convegno promosso dal centro di ricerca “Letteratura e cultura dell’Italia unita” il 30 ottobre a Milano. Pubblichiamo l’articolo del professor Giovanni Gobber di Giovanni Gobber * Voce non bella, ma ve n’è di più brutte , direbbe Tommaseo: ad alcuni, la parola intellettuale ricorda un borioso individuo che ha letto qualche libro e si incarica di spiegare le cose alla massa ignorante. Del resto, il mondo era chiamato saeculum (forse con il significato di “tempo di una generazione”), che nell’inglese antico si tradusse werold cioè “l’età ( old ) dell’uomo ( wer )”, continuato nel nome odierno world . Da un punto di vista antico e, forse, per questo sempre attuale, un intellettuale è chi “intuisce” cose profonde che riguardano ciascuno di noi e non le tiene per sé, ma le comunica agli altri: egli dice qualcosa d’importante per la nostra breve esistenza. Non pochi ribatteranno che, forse, gli intellettuali più attivi nelle piazze e nei salotti sono interessati ad altro che al destino degli esseri umani. docente di Linguistica generale, preside della facoltà di Scienze linguistiche e letterature straniere , campus di Milano Nono contributo di una serie di articoli dedicati al ruolo degli intellettuali #intellettuali #cultura #potere Facebook Twitter Send by mail.

 

I filosofi e l’ingiusta accusa di diserzione

Il dibattito I filosofi e l’ingiusta accusa di diserzione L’intellettuale può esercitare la funzione che gli è propria semplicemente dicendo la verità , dicendo la verità al potere. Quale ruolo per gli intellettuali?” è il titolo del convegno promosso dal centro di ricerca “Letteratura e cultura dell’Italia unita”, che si terrà mercoledì 30 ottobre in cripta aula Magna (largo Gemelli 1, Milano) a partire dalle 9.30. Non a caso, tra i modelli di intellettuale propugnati da Benda troviamo Kant, secondo il quale «non c’è da attendersi che i re filosofeggino o che i filosofi diventino re, e neppure è da desiderarlo, perché il possesso della forza corrompe il libero giudizio della ragione». E se ci si chiede, in tutto ciò, che ne sia stato della radicale proposta platonica che vedeva coincidenti la figura del sovrano reggitore della polis e quella del filosofo, si può rispondere che quello platonico era uno stato ideale , giammai reale. Abbiamo dunque due piani, quello del pensiero e quello della prassi, quello della cultura e quello della politica, e se ci ritroviamo a porre l’interrogativo del loro rapporto è soltanto perché la condizione nella quale viviamo non ci soddisfa. Ecco allora il perché, dinanzi alle situazioni di crisi, dell’accusa agli intellettuali di volta in volta di silenzio o di sterile lamentosità, di opportunismo o di diserzione, se non di disagio, disorientamento o di decadenza. ricercatrice di filosofia teoretica, facoltà di Lettere e filosofia , campus di Brescia e Milano Quarto contributo di una serie di articoli dedicati al ruolo degli intellettuali Nella foto in alto il giovane Alessandro Magno con Aristotele #intellettuali #cultura #potere #politica Facebook Twitter Send by mail.

 

House of Cards, politica allo specchio

MILANO House of Cards, politica allo specchio La finzione e la realtà si rincorrono nella corsa alla Casa Bianca e la serie tv diventa il decalogo della grande narrazione alla base della vita politica americana, grazie all’uso di una retorica fatta di seduzione e ricatti. by Indro Pajaro | 28 aprile 2016 «È la grande narrazione a costituire la nuova caratteristica della politica americana e House of Cards ne diventa il decalogo grazie all’uso di una retorica fatta di seduzione e ricatti». Aldo Grasso , docente di Storia della radio e della televisione e direttore del Certa, interpreta in questo modo il successo della serie televisiva americana, la cui fascinazione risiede nell’esibizione di potere e risponde al nome di storytelling. Ad House of Cards e allo spettacolo del potere nello specchio della serialità televisiva la facoltà di Scienze politiche e sociali, il dipartimento di Scienze politiche , il Certa e Sky Atlantic hanno dedicato una dibattito coordinato dal professor Damiano Palano . Il risultato è una de-politicizzazione che rimanda a una crisi di ideologie, dove la figura del leader diventa spettacolarizzazione mentre l’ambiente circostante è in balìa di un senso di paura che ricorda lo stato di natura teorizzato da Hobbes. Il professore Massimo Scaglioni , del Certa , individua al suo interno due diverse tipologie di racconto: la meccanica dei processi politici con al centro lo spettacolo del potere e la spettacolarizzazione della sorveglianza, che a loro volta rimandano alle politiche di rappresentazione e commistione. Da House of Cards alla Casa Bianca, dalla fiction alla realtà, questa serie televisiva diventa lo specchio in cui ritrovare la condizione della post democrazia, dove le menzogne e il cinismo della politica ne costituiscono la storia e Frank Underwood ne è l’attore protagonista.

 

Da House of Cards alla Casa Bianca

MILANO Da House of Cards alla Casa Bianca Sovrapporre la campagna elettorale della serie americana e quella reale è una trovata pubblicitaria ma i punti di contatto tra fiction e realtà non finiscono qui. Confronto sul potere nello specchio della serialità televisiva. L’«uomo che rifiuta di accontentarsi» e che mette «le persone prima della politica» non era però Donald Trump, o Ted Cruz, o un altro aspirante alla poltrona presidenziale, ma Frank Underwood, il sulfureo protagonista di House of Cards . In altre parole Frank Underwood non è altro che il ritratto dell’eterna libido dominandi , il simbolo di quella inestinguibile sete di potere che spinge gli esseri umani a conquistare, conservare ed estendere il potere sui propri simili. La sua filosofia non è altro che la vecchia filosofia di Trasimaco, secondo cui la giustizia non è altro che l’utile del più forte. E una sfera in cui la risorsa su cui far leva è sempre la paura, perché – come si leggeva nell’ incipit del romanzo di Michael Dobbs, da cui trae origine la serie – «non è il rispetto, ma la paura, a muovere l’uomo». Perché il mondo che House of Cards mette in scena finisce col suggerirci non solo che il potere è cinico, ma che la politica non può che essere il regno del cinismo, della menzogna, della sopraffazione. In altri termini, ci dice che non è possibile una politica diversa da quella di Frank Underwood, e che tutti i più nobili ideali non sono altro che semplici mascheramenti di sordidi interessi personali.

 

Religione e potere, binomio possibile

MILANO Religione e potere, binomio possibile L’ottavo seminario internazionale, organizzato dall’Archivio Julien Ries, ha affrontato un legame in cui l’opportunità diviene tentazione. Una lunga storia dove il rapporto è spesso ambivalente: positivo o negativo a seconda dell’uso che se ne fa. L’opportunità che diviene tentazione ” , in occasione dell’ottavo seminario internazionale del ciclo annuale organizzato dall’ Archivio “Julien Ries” per l’Antropologia simbolica , di cui è direttore. Il potere è spesso visto come ambiguo, malvagio - afferma Petrosino - ma in realtà ha la funzione di un pharmakon . Durante l’incontro è stata posta particolare attenzione all’analisi storica del potere religioso, grazie al contributo di Giovanni Codevilla , docente dell’Università degli Studi di Trieste ed esperto di storia delle relazioni tra Stato e Chiesa in Russia. L’esercizio del potere vaticano, dalla nomina di cardinali extra-europei all’opera del magistero, assumono senso soltanto nell’ottica del servizio cui è preposta la Chiesa universale: si tratta di una considerazione fondamentale per evitare di chiudere la Chiesa entro un recinto di valori e ideologie non negoziabili. In questo consiste la linea di Papa Francesco il quale, oggi più che mai, ribadisce l’importanza di “domandarsi circa le strade da percorrere”, come ribadito nel suo discorso ai vescovi di Washington, avvenuto nel settembre 2015.

 
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