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Dovremmo chiamarla “ragione artificiale”

il dibattito Dovremmo chiamarla “ragione artificiale” Nella sua funzione di «problem solving» e con tutti i suoi possibili e auspicabili sviluppi, può essere una grande risorsa per l’umanità, se gestita e sviluppata con intelligenza. Oppure vedere questo innegabile progresso nel contesto di un confronto con l’umano inteso in tutta la sua ampiezza e potenzialità che non è riducibile alla sola capacità di calcolo e alla operatività tecnica. Il corpo, i sensi, la mente, il cuore (con il suo ampio spettro di significati simbolici) concorrono a fare dell’uomo un essere pensante dotato di facoltà che lo distinguono sostanzialmente dal resto della creazione e ancor più dalle macchine. Questo aspetto che possiamo definire “meta-fisico”, giusto per evocare un termine in disuso, ma forse in questo caso più che pregnante, non è né secondario né separabile dalla reale condizione dell’essere umano. L’uomo visto nella prospettiva della macchina e la macchina umanoide tendono sempre più a ridurre lo spazio dei sentimenti e della libertà accettando ed esaltando la logica di quel determinismo che un certo biologismo evoluzionista, tipico della modernità, è andato imponendo alla visione antropologica del nostro tempo. Forse per questo è più corretto usare il termine ragione che deriva dal latino “ ratio ”, cioè dalla connessione logica di ragionamenti che sono tra di loro sequenziali come accade esattamente per la sequenza dei processi digitali. Possiamo allora affermare che la “ragione artificiale”, nella sua funzione di «p roblem solving » e con tutti i suoi possibili e auspicabili sviluppi, può essere una grande risorsa per l’umanità, se gestita e sviluppata con intelligenza.

 

Se la ragione supera l’intelligenza

il dibattito Se la ragione supera l’intelligenza Nel dibattito sull’intelligenza artificiale è utile soffermarsi sul sostantivo più che sull’aggettivo. In questo senso l’uomo sarebbe un essere non solo intelligente ma anche razionale, vale a dire capace di un’apertura e di una relazionalità che a volte sembrano contraddire la stessa intelligenza. Il punto è proprio questo: il computer non sa far altro che vincere, sempre e in ogni occasione, al di là dell’avversario che sfida; esso risolve sempre a proprio vantaggio il problema in cui lo mette la mossa dell’altro. Diversamente l’uomo, quando per esempio gioca con l’amato figlio o il caro nipote, è capace anche di perdere, o più precisamente: è capace di decidere di perdere, preoccupandosi, se così posso esprimermi, più del consolidarsi dell’autostima dell’altro che non del proprio successo. In tal senso fine ultimo di una simile razionalità non è, sempre e inevitabilmente, la soluzione del problema dato che essa, come ho già accennato, in particolari situazioni può esaltarsi perfino rinunciando a tale soluzione. Nell’uomo, dunque, l’intelligenza è come se fosse con insistenza sollecitata ad allargarsi, ad aprirsi a ciò che si può forse definire ragione: quest’ultima non si fa incantare/incatenare dal problema nella misura in cui, proprio per fedeltà al problema, si sforza di tener conto anche d’altro e dell’altro. La ragione utilizza l’intelligenza ma non si identifica con essa; è anche per questo motivo che l’uomo è un essere essenzialmente inquieto: egli è abitato da una razionalità all’interno della quale la ragione non dà mai pace all’intelligenza.

 
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