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L’Iran brucia per l’aumento della benzina

l'intervista L’Iran brucia per l’aumento della benzina Per il professore di Geopolitica Riccardo Redaelli la Repubblica islamica, alle corde per le sanzioni americane e per le folli spese belliche, mentre è all’apice della sua potenza militare, rischia il tracollo economico. Si era illusa con l’accordo sul nucleare tra Obama e Rohani nella fine delle sanzioni americane, invece si è trovata nel giro di un paio d’anni con sanzioni molto più dure che impoveriscono milioni di iraniani. La Repubblica islamica ha vinto a livello strategico, ha battuto i suoi nemici regionali, è dominante ma a che prezzo? Il successo geopolitico viene pagato dalla popolazione perché il regime non ha le risorse per resistere a queste pressioni». Qui è l’esasperazione, e infatti viene repressa con molta più brutalità e ferocia dai pasdaran: non è una protesta legata a un’agenda politica. È uno scoppio di rabbia incontrollata che non ha un progetto politico e che il regime ha deciso di trattare con brutalità». Quello che era l’uomo forte, Khamenei, è invecchiato e indebolito, dopo aver appoggiato Rohani, e non controlla più i pasdaran che sono ormai una sorta di Stato nello Stato: troppo violenti, troppo aggressivi». E in futuro? «Quando morirà Khamenei, che è l’unico che può ancora porre un freno ai pasdaran, il rischio è che ci sia una trasformazione dell’Iran da Repubblica teocratica a un sistema dominato dai para-militari, che sono molto più brutali dei religiosi».

 

Torna la piazza nell’«età della rabbia»

L’esperienza che il cantautore emiliano racconta in Piazza bella piazza è certamente assai differente rispetto alle numerose proteste che occupano la scena della nostra attualità quotidiana. Innanzitutto, al fine di evitare comode – ma pericolose – semplificazioni, occorre sottolineare che le varie manifestazioni non solo hanno origine da cause socio-economiche molto diverse, ma prendono anche forma in sistemi politico-istituzionali alquanto differenti. Se tale componente è indubbiamente presente, soprattutto a causa delle dinamiche demografiche di alcuni dei Paesi coinvolti, nondimeno potrebbe essere ingannevole trasformare le manifestazioni in un fenomeno generazionale. Un ulteriore – forse, fondamentale – aspetto da prendere in considerazione sono soprattutto le prospettive che espressioni di protesta tanto differenti potranno assumere nel prossimo futuro. Inoltre, quando non vengono repressi violentemente e prematuramente dai regimi all’interno dei quali si sviluppano, evidenziano un ciclo vitale – oltre che di esposizione mediatica – paraboidale. Insieme a fattori puramente “materiali”, come la crescente disuguaglianza, sono all’opera anche fattori “culturali” o “spirituali”, come la paura o il rancore, che sembrano destinati ad accompagnarci ancora a lungo in quel «malessere» contemporaneo che caratterizza – secondo un’espressione dell’intellettuale indiano Pankaj Mishra – la nostra «età della rabbia». docente di Storia delle dottrine politiche, facoltà di Scienze politiche e sociali , campus di Milano #piazze #proteste #rivolta #comunicazione Facebook Twitter Send by mail Print.

 
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