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I giovani a 50 anni dal '68

Piacenza I giovani a 50 anni dal '68 Il Sessantotto visto a 50 anni di distanza è ancora un fenomeno culturale e sociale molto complesso, di difficile interpretazione proprio per i diversificati aspetti che l’hanno caratterizzato. Dopo i saluti del vicesindaco Elena Baio l’evento, che ha visto un’ampia affluenza di studenti delle scuole superiori, docenti ed educatori, ha proposto la visione di una sequenza del documentario di Roberto DASSONI e Jessica LAVELLI “Aspettando la rivoluzione. E' poi stata la volta di una riflessione, aperta dalla prof.ssa Carla Ghizzoni , sui giovani di oggi, sul loro desiderio di far sentire la loro voce e far emergere il loro valore. Prima ancora delle marce contro la guerra in Vietnam che hanno preceduto e caratterizzato il Sessantotto, un giovane di origini italiane, Mario Savio, divenne il leader indiscusso del Free Speech Movement, ovvero il movimento per la libertà di parola, ciò che contraddistingue l’uomo. Le varie ondate di contestazione che interessano i giovani degli anni Sessanta dimostrano che il loro orizzonte, forse per la prima volta, è davvero globale, prosegue Bocci: “In quel periodo i ragazzi sono ‘connessi’ tra loro, forse più profondamente di quanto non lo siano i ragazzi di oggi. Questo non significa tuttavia che tutti i Millennials sappiano sempre trarre dal loro uso vantaggi in termini di empowerment e crescita del proprio capitale sociale, come sarebbe opportuno per far sì che queste piattaforme diventino strumenti e occasioni per guadagnare una maggiore inclusione sociale”. Nel 2017 è tra le uniche istituzioni, insieme alla ricerca scientifica e agli ospedali, ad avere raggiunto la sufficienza nella scala della fiducia “La buona notizia è che diminuisce drasticamente la quota di giovani che non hanno mai fatto esperienze di volontariato, dal 64,8% del 2013 al 55,2% del 2017.

 

Iran, 40 anni dopo la rivoluzione

milano Iran, 40 anni dopo la rivoluzione Il libro di Nicola Pedde , direttore dell’Institute for Global Studies, ripercorre gli anni dell’ascesa al potere dell’ayatollah Ruhollah Khomeini dopo il crollo della monarchia assoluta dello scià. by Beatrice Beretti | 25 giugno 2019 Esattamente 40 anni fa nell’Iran dello scià scoppiava un’insurrezione che avrebbe per sempre cambiato il volto del Paese, trasformandolo da monarchia assoluta a repubblica islamica. Nicola Pedde , direttore dell’Institute for Global Studies, gli ha dedicato il libro 1979: Rivoluzione in Iran (ed. Rosenberg&;Sellier), presentato all’Università Cattolica il 30 maggio davanti a un folto pubblico che ha testimoniato l’interesse per questo Paese, come sottolineato da Vittorio Emanuele Parsi , docente di Relazioni internazionali e direttore dell’ Aseri . Tra le cause del crollo repentino del regime dello scià Pedde ne evidenzia una particolare: «Dopo il 1953, in seguito alla trasformazione del Paese in monarchia assoluta, la dinastia Pahlavi ha verticalizzato completamente la catena di comando della pubblica amministrazione, privandola di qualsiasi capacità di movimento o di giudizio autonomo». Questa è stata la vera condanna dello scià – sentenzia lo studioso –: Mohammad Reza Pahlavi ha prodotto una generazione di tigellini, di funzionari che non hanno mai avuto il coraggio di dare indicazioni in merito a quanto profonda fosse la crisi dello Stato». Lo scià era sì un sovrano debole, malato, disconnesso dalla realtà, ma una cosa la capì, racconta Redaelli: intuì che non sarebbe più tornato in Iran a morire, per questo si fece portare dietro un metro per due di terra iraniana dove farsi seppellire. Una prova di questo si riscontra nella repressione feroce che, per volere di Khomeini, colpì anche Pakravan e Shariatmadari, proprio le due persone grazie alle quali l’ayatollah era sfuggito alla pena di morte nel ’63.

 
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