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Educare al tempo degli algoritmi

il dibattito Educare al tempo degli algoritmi La differenza tra robot e uomo si è sempre basata più sulla consapevolezza che sull’intelligenza. Ne sono responsabili nuovi tipi di algoritmi in grado di apprendere dall’esperienza che allo stesso tempo ridimensionano e rilanciano le promesse della prima stagione di ricerche sulle macchine intelligenti. Come tutto questo sfida il mondo dell’educazione? Vedo almeno tre indicazioni, che sono allo stesso tempo di tendenza e di ricerca. Sulla base dei dati disponibili, delle scelte fatte, delle tendenze in corso, questi algoritmi ci sostengono nel difficile compito di prevedere i comportamenti delle cose e degli altri nel futuro. Una sorta di delega in bianco alla macchina: l’accettazione di usare tutti gli stessi format per trarne vantaggio nella facilità d’uso. Max Tegmark, professore di fisica al MIT di Boston, fa osservare in un suo recente volume come la differenza tra uomini e macchine si sia sempre costruita non tanto sull’ intelligenza (una macchina può essere addirittura più intelligente di un uomo), quanto piuttosto sulla consapevolezza . Ora, una macchina che conosce i propri limiti e prova a rimuoverli intervenendo sull’algoritmo con cui è stata progettata per generare nuove più perfette versioni di se stessa, pare proprio essere una macchina in qualche modo dotata di riflessività e, quindi, di consapevolezza.

 

Il mio amico robot

ricerca Il mio amico robot Psicologi della Cattolica e colleghi giapponesi hanno condotto uno studio sull’interazione uomo-robot , che ha coinvolto bambini di 5 e 6 anni mentre giocano con altri bambini e partner robotici, scoprendo che i bimbi si comportano nello stesso modo. by Benedetta Minoliti | 27 marzo 2019 Il rapporto tra l'uomo e i robot è diventato il fulcro di un numero notevole di studi, alla luce della loro crescente integrazione in una varietà di campi, dal lavoro ai contesti educativi. Come funziona il gioco che è stato utilizzato per valutare la propensione dei bambini all’equità? «È un gioco nato nell’ambito dell’economia comportamentale per comprendere come le persone prendono decisioni strategiche relative alle modalità di spartizione di un bene. Come si comportano i giocatori? «Il gioco è strutturato con lo scopo di attivare la propensione all’equità e l’avversione all’iniquità: anche se il Proponente ha, in linea di principio, il potere di offrire poco, la norma sociale di equità prescrive una certa quota di reciprocità negli scambi sociali. Si tratta quindi di un gioco che richiede di mettersi nei panni degli altri per capire qual è la minima offerta che si può fare loro affinché non venga rifiutata e anche di capire che in situazioni di asimmetria di potere l’equità non coincide con la spartizione perfetta». Inoltre, a 5-6 anni il bambino è capace di un pensiero ricorsivo di primo ordine a proposito degli stati mentali ed è dunque in grado di comprendere che gli altri possono avere credenze false, cioè diverse dallo stato dei fatti. I partner umani sono infatti concepiti come dotati di una varietà più ampia e articolati di stati mentali, cioè di un mondo interno soggettivo diverso e più ricco di quello dei robot».

 

Robot sociali, superuomini al nostro servizio o pericolosi alieni?

Il dibattito Robot sociali, superuomini al nostro servizio o pericolosi alieni? La Human-Centered AI è una visione inclusiva dell ’interazione uomo-robot : sarà la persona a definire obiettivi e vincoli etici della progettazione. luglio 2019 di Antonella Marchetti * La nostra vita quotidiana ci vede da qualche tempo in crescente interazione con una particolare forma di tecnologia: i robot e, in special modo, i robot sociali. Dei “Superuomini” al nostro servizio, secondo un’immaginazione utopica, o dei pericolosi alieni capaci di prendere il potere e assoggettarci, secondo le fantasie maggiormente distopiche. Due fenomeni psicologici saranno a questo riguardo osservabili: da un lato il timore e l’ansia per le novità, che hanno regolarmente caratterizzato gli avanzamenti tecnologici; dall’altro l’animismo, ben studiato da Jean Piaget , cioè la tendenza infantile - mai del tutto sopita - ad ascrivere caratteristiche umane al mondo inanimato. I robot sociali ben si prestano a studiare empiricamente, in situazioni tanto naturalistiche quanto controllate, l’umana attitudine a “umanizzare” la realtà, attribuendole un senso sulla base della propria “ psicologia ingenua ” o Teoria della Mente (l’inclinazione cioè a interpretare il comportamento sulla base di stati interni di tipo psicologico). Si tratta di una visione interdisciplinare e inclusiva dell’interazione uomo-robot, caratterizzata da una quanto mai opportuna centratura sull’umano a vari livelli: di progettazione, di utilizzo, di significazione o attribuzione di senso alle interazioni. docente di Psicologia dello Sviluppo e Psicologia dell'Educazione, f acoltà di Scienze della formazione , direttore dell'Unità di Ricerca sulla Teoria della Mente Secondo articolo di una serie dedicata a come l’intelligenza artificiale ci sta cambiando.

 

Robot-lavoro, la cyber-rivoluzione è partita

il dibattito Robot-lavoro, la cyber-rivoluzione è partita Iperconnettività e intelligenza artificiale influenzano i sistemi produttivi, le forme di lavoro, le infrastrutture impiegate, con profonde conseguenze sulla riconfigurazione delle competenze e dei profili richiesti. La quarta rivoluzione industriale (Schwab, 2016) sta trasformando sia i processi produttivi , sia i profili di competenze professionali e lavorative a essi associate. Da un lato nascono nuove occupazioni, nuove aziende e nuovi mercati, dall’altro l’automazione nel breve periodo porta alla cancellazione di numerose occupazioni, mentre l’AI permette di automatizzare anche occupazioni a medio-alto livello di qualifica. Più in generale l’affermarsi delle tecnologie di terzo ordine, dalla domotica all’intelligenza artificiale, sta generando una dipendenza delle società umane dalle ICT e dalle informazioni da esse veicolate, aprendo una riconfigurazione del rapporto uomo-macchina che coinvolge diversi interlocutori a vari livelli: istituzionale, politico, manageriale, professionale e lavorativo. Un numero sempre maggiore di studi (Frey & Osborne, 2017; Makridakis, 2017; Peters,2017) si concentra sull’effetto della rivoluzione industriale sul mondo del lavoro in termini di occupazione, disoccupazione, replacement e sulle competenze lavorative necessarie alla forza lavoro del futuro e sui migliori strumenti formativo-didattici per il loro sviluppo. In gioco sono nuove visioni del lavoro e conseguenti sollecitazioni verso forme diversificate di contrattualità bilanciando diritti e doveri e configurando modalità più raffinate e impegnative di rapporto tra soggetti, lavoro e organizzazioni. Quali sono le sue implicazioni sociali, antropologiche, pedagogiche, economiche, etiche e culturali? Segui il dibattito su Cattolicanews [torna alla pagina di lancio].

 

Ecco perché i robot possono pensare

il dibattito Ecco perché i robot possono pensare La prima grande domanda che dovremmo porci è: saremo in grado di riconoscere che qualcosa pensi in maniera radicalmente diversa da come lo facciamo noi? E la seconda: alle macchine del 23esimo secolo sembrerà di essere delle macchine? Oceani di inchiostro sono stati versati nel commentarne la cogenza: i filosofi risultano spesso scettici; gli ingegneri di AI molto più ottimisti. Se il superamento del test -- nella sua forma originale -- è un traguardo ancora lontano, su YouTube potete, però, ascoltare una registrazione di una telefonata in cui una cliente prende appuntamento per un taglio di capelli. Niente di che, se non che una delle due parlanti non è umana (esercizio: cercate di capire chi è). E del resto il più grande campione di Jeopardy! (un gioco a premi che si basa su competenze linguistiche avanzate) è proprio un software di IBM. E illustri filosofi hanno tentato di produrre argomenti convincenti per dimostrare che si tratta di una limitazione di principio e non solo di fatto. Docente di Logica presso la Facoltà di Lettere e filosofia Quinto articolo di una serie dedicata a come l’intelligenza artificiale ci sta cambiando.

 

Economia e robot, da nemici ad alleati

IL DIBATTITO Economia e robot, da nemici ad alleati Chi l’ha detto che gli economisti debbano occuparsi di robotica solo all’interno del dibattito sulla disoccupazione tecnologica? Lo spiega il professor Mario A. Maggioni anche grazie ai primi risultati di uno studio pilota sul rapporto tra umani e umanoidi. In particolare, in uno studio pilota – realizzato insieme a Domenico Rossignoli e Federico Manzi poche settimane fa e volto al “collaudo della procedura sperimentale” – abbiamo ottenuto alcuni primi interessanti risultati, nonostante la ridotta numerosità non consenta per ora di formulare alcuna conclusione definitiva. Docente di Politica economica nella facoltà di Scienze politiche e sociali, direttore del Dipartimento di Economia Internazionale, dello Sviluppo e delle Istituzioni ( DISEIS ) e del Centro di Ricerca in Scienze Cognitive e della Comunicazione ( CSCC ) Sesto articolo di una serie dedicata a come l’intelligenza artificiale ci sta cambiando. Quali sono le sue implicazioni sociali, antropologiche, pedagogiche, economiche, etiche e culturali? Segui il dibattito su Cattolicanews [torna alla pagina di lancio].

 

Intelligenza artificiale tra fantascienza, marketing e realtà

IL DIBATTITO Intelligenza artificiale tra fantascienza, marketing e realtà Sono molti gli ambiti in cui le macchine hanno esibito prestazioni super-umane. Oggi viviamo una stagione in cui molte delle applicazioni che fino a ieri erano relegate alla fantascienza sono diventate realtà. Ed è difficile, a volte anche per gli addetti ai lavori, distinguere ciò che è reale da ciò che è immaginario. Si può parlare di IA quando l’input è più complesso, come per esempio un insieme di video e dati di altri sensori installati su un'automobile, e l’output è più elaborato, come per esempio accelerare, frenare, sterzare, cioè… guidare. Esiste però una nuova modalità per definire gli algoritmi, in cui essi sono scritti in modo che imparino dall’esperienza: è il cosiddetto machine learning . Tra gli algoritmi più interessanti per fare machine learning c’è il cosiddetto deep learning in cui delle reti neurali artificiali sono formate da numerosi blocchi elementari interconnessi che si attivano in modo simile alle sinapsi biologiche del cervello. I risultati eclatanti di queste tecniche non mancano, ci sono già molti ambiti in cui le macchine hanno esibito prestazioni super-umane e ogni mese questa lista cresce (cfr. https://aiindex.org): il gioco degli scacchi, il gioco del Go, la lettura del labiale, il riconoscimento nei maligni, eccetera, eccetera.

 

Se i robot danno una mano alla medicina

IL DIBATTITO Se i robot danno una mano alla medicina Nella robotica, come in altri ambiti della scienza, non esistono scoperte buone o cattive, ma è buono o cattivo l’utilizzo che di esse fa l’uomo. Le riflessioni che mi sento di condividere da queste esperienze sono le seguenti: 1) Come in altri ambiti della scienza anche in questo caso non esistono scoperte buone o cattive, ma è buono o cattivo l’utilizzo che di esse fa l’uomo. Se si pensa invece a un’applicazione militare che mira ad aumentare la forza, la destrezza e la velocità di esecuzione di militari umani resi “superman” da queste tecnologie allora è tutta un’altra musica. Un sistema artificiale avanzato è in grado di apprendere velocemente e di accumulare una quantità di informazioni che nessun cervello umano è in grado di accumulare e – cosa ancora più importante – di richiamare in tempi rapidissimi al momento giusto per prendere le decisioni necessarie. In altre parole, quello che stiamo per compiere e come lo stiamo per compiere, è già tutto scritto nell’attività del nostro cervello che precede di secondi o minuti quella determinata decisione, quella determinata scelta, quella determinata azione motoria, quella determinata sensazione ed emozione. Ancora una volta l’Umanità è posta di fronte al dilemma di come utilizzare una scoperta o una serie di scoperte; se per il bene comune e per una società migliore, o per il guadagno e il tornaconto di pochi a discapito di tutti gli altri. Domani sarà pubblicato il contributo di Massimo Marassi, docente di Filosofia teoretica #robot #intelligenza artificiale #medicina Facebook Twitter Send by mail ARRIVANO I ROBOT - IL DIBATTITO L’ intelligenza artificiale non è più fantascienza e le sue applicazioni sono entrate nella vita di tutti i giorni.

 

Intelligenza artificiale, non tutto è calcolabile

L’intervento del professor Massimo Marassi 18 luglio 2019 Continua il dibattito aperto dall’articolo dal titolo “ Arrivano i robot ”, dedicato a come l’intelligenza artificiale sta cambiando noi e il nostro modo di vivere e di pensare di Massimo Marassi * Sono stati necessari parecchi secoli per giungere a comprendere il funzionamento dell’intelligenza naturale. Fino a pochi anni fa si poteva dire che le macchine non erano in grado di vantare le intuizioni, i ragionamenti degli esseri umani, di decidere quale soluzione scegliere tra diverse possibilità. Questi limiti sono proprio ciò che i costruttori di sistemi intelligenti hanno già superato: d’altra parte un sistema artificiale che non abbia consapevolezza di ciò che conosce e fa, sarebbe soltanto un contenitore di informazioni, non certo un sistema intelligente. Soprattutto, la migliore rappresentazione che l’uomo immagina di sé è quella di diventare transumano o postumano, di oltrepassare ogni limite, sia questo imposto da Dio, dalla natura o dalla storia. Tuttavia, almeno per il momento, l’uomo è soltanto un essere mortale costruttore di macchine intelligenti, che sono una possibilità di fatto e di valore, purtroppo a disposizione innanzitutto del potere e del mercato. Per sciogliere l’alternativa basterebbe considerare che la mente umana è un sistema dinamico, capace di sentire e di soffrire, di comunicare il pensiero nel linguaggio, di condividere i sentimenti con emozioni travolgenti e passioni disparate. Però possiamo sentire che cosa desideriamo da essi e decidere se restare uomini o pensarci sciolti dalla materia, dalla società, dalla storia, in definitiva irresponsabili rispetto alla fine di un mondo, quello che ci ha accolti tra i viventi.

 

È iniziata l’era delle media-macchine

Per la verità, questa problematizzazione è cominciata da qualche decennio, con l’irruzione della digitalizzazione e la conseguente convergenza fra i vari mezzi di comunicazione, che li ha resi sempre meno distinguibili gli uni dagli altri. Un altro fenomeno tipico della trasformazione attuale dei media consiste nel fatto che alcune piattaforme televisive, come Netflix o Prime Video suggeriscono al loro abbonato titoli della propria offerta basandosi sui prodotti già visti (proprio come fa Amazon nel suggerire un libro, o Booking nel proporre un hotel). Se tuttavia si capiscono bene i vantaggi per le aziende che producono contenuti o semplicemente offrono servizi e aggregano i dati degli utenti, meno chiari sono i rischi che procedure di questo tipo generano per gli utenti. Se il robot è una macchina che aiuta o sostituisce l’uomo nel compimento di azioni, non vi è dubbio che alcuni media a noi congeniali si vanno robotizzando, e altri allo stato nascente assomigliano a robot. È piuttosto evidente che queste apparecchiature, o la loro evoluzione, consentono alcuni passi avanti decisivi per esempio per persone con difficoltà motorie, o di vista, e che comunque facilitano alcune operazioni di vita quotidiana. Due semplici conclusioni possono essere tratte da questa prima ricognizione: la prima è che sono già nati sistemi ibridi fra media, robot e intelligenza artificiale, che vanno modificando la tradizionale definizione di mezzi di comunicazione. La seconda è che le media-macchine nascono all’insegna di un progresso che presenta da subito alcuni lati oscuri, che toccherà alla politica seguire con attenzione e normare a protezione degli utenti, e dell’interesse comune.

 

Interazione uomo-robot, la ricerca avanza

Ecco perché esiste già chi studia l’interazione che avviene tra queste nuove tecnologie e gli esseri umani, come Simone Tosoni , docente di Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi alla facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Università Cattolica. Ecco, noi ci stiamo occupando di studiare queste situazioni, che iniziano a essere non più situazioni di laboratorio, ma situazioni di effettiva implementazione dei robot». Uno è un tavolo di lavoro voluto dal delegato del rettore per la ricerca professor Roberto Zoboli , che oltre a me coinvolge vari docenti di diverse discipline, come ad esempio il professor Fausto Colombo per quanto riguarda gli studiosi dei media, e Giuseppe Riva per gli Psicologi. Tra le altre cose, da questo tavolo di lavoro permanente stanno prendendo forma laboratori di collaborazione con l’Istituto italiano di tecnologia (Iit), come quello che coinvolge i colleghi di Scienze agrarie, alimentari e ambientali ». Quest’ultimo ha al suo interno dieci gruppi di ricerca di cui uno è quello coordinato dal professor Tosoni in collaborazione con la professoressa Giovanna Mascheroni e che si occupa di studiare l’interazione tra umani e robot in contesti che incominciano a essere naturali. Dal momento in cui io installo e rilascio un robot nello spazio pubblico le persone che tipo di atteggiamento hanno nei suoi confronti? Sono portate a danneggiarlo? Sono portate ad assisterlo? Sono portate a giocarci?». In realtà esistono anche modelli più sofisticati di robot, che, però, visto il loro prezzo elevato, sono usati solo in situazioni sperimentali create all’interno dei laboratori: «Noi stiamo collaborando con l’Istituto italiano di tecnologia – rivela Tosoni – e le loro macchine sono estremamente avanzate».

 

Quando i robot comunicano coi bambini

IL DIBATTITO Quando i robot comunicano coi bambini Negli ultimi anni l’interazione bambino-robot ha acquisito rilevanza nella sociologia dei media: il focus è l’analisi delle relazioni uomo-macchina in un contesto domestico. luglio 2019 Continua il dibattito aperto dall’articolo dal titolo “ Arrivano i robot ”, dedicato a come l’intelligenza artificiale sta cambiando noi e il nostro modo di vivere e di pensare Di Giovanna Mascheroni * L’interazione bambino-robot è stata, fino a tempi recenti, dominio esclusivo della psicologia evolutiva o della psicologia della comunicazione. Negli ultimi anni, tuttavia, parallelamente all’emergere di un ripensamento della Human-Machine Communication fra gli studiosi di media studies e comunicazione, il tema della relazione bambino-robot ha acquisito rilevanza anche in una prospettiva di sociologia dei media. Si tratta, in altre parole, di comprendere come i robot vengono ‘addomesticati’ nel contesto domestico, vale a dire appropriati, adattati alle routine quotidiane e resi significativi dai bambini in interazione con il contesto famigliare e con gli stessi robot. Nella prospettiva della Human-Machine Communication, infatti, l’interazione bambino-robot viene intesa come una forma di comunicazione, all’interno della quale i robot, in quanto media, entrano in una relazione comunicativa non semplicemente in funzione di canali comunicativi, ma come comunic-attori. Lo studio si fonda su una metodologia qualitativa child-centred e sul coinvolgimento dei genitori in qualità di co-ricercatori, a cui è stato richiesto di filmare le interazioni dei bambini con Cozmo nell’intervallo fra le due visite famigliari (4-6 settimane). Quando l’interazione si inceppa per qualche motivo, tuttavia, i bambini e i loro genitori tendono ad attribuirsi la responsabilità di tali fallimenti, anziché identificarne la causa nei limiti tecnologici di Cozmo.

 

Educare robot per un umanesimo della vita

il dibattito Educare robot per un umanesimo della vita Di fronte alla pervasività delle tecnologie digitali va riaffermato che l’educazione costituisce il primo e il fondamentale diritto. agosto 2019 Continua il dibattito aperto dall’articolo dal titolo “ Arrivano i robot ”, dedicato a come l’intelligenza artificiale sta cambiando noi e il nostro modo di vivere e di pensare di Pierluigi Malavasi * Educare robot? Ciò che chiamiamo intelligenza artificiale segna la vita di ogni giorno e costituisce una sfida per il futuro della civiltà. In quell’ambito multiforme e convergente che sono le tecnologie radicali, di cui la robotica è un emblema, la riflessione pedagogica deve far valere la cultura della formazione integrale della persona e dello sviluppo umano. Essa si realizza anche attraverso una un’educazione alla responsabilità emotiva, basata su un ascolto profondo della vita affettiva, che sa porsi la preoccupazione della cura, della custodia del creato. Nel febbraio del 2019, in occasione dell’ Assemblea plenaria della Pontificia Accademia per la Vita , il Santo Padre Francesco ha indirizzato il dibattito sull’intelligenza artificiale nel più ampio e comprensivo quadro di un umanesimo della vita “molto in sintonia con l’ecologia integrale, descritta e promossa nell’Enciclica Laudato si’ . La possibilità di intervenire sulla materia vivente a ordini di grandezza sempre più piccoli, di elaborare volumi di informazioni sempre più ampi, di monitorare - e manipolare - i processi cerebrali dell’attività cognitiva e deliberativa, ha implicazioni enormi: tocca la soglia stessa della specificità biologica e della differenza spirituale dell’umano.

 

Arrivano i robot

il dibattito Arrivano i robot L’ intelligenza artificiale non è più fantascienza e le sue applicazioni sono entrate nella vita di tutti i giorni. Inoltre, tra le ricerche di interesse di Ateneo un progetto è diretto dallo psicologo Giuseppe Riva e un secondo è curato dal filosofo Massimo Marassi . Ma sono molti gli esperti che stanno sperimentando l’uso di robot in diversi ambiti di ricerca: dalla medicina alle scienze agrarie (dove si sta testando l'agri-robot che pota le viti ), dalla comunicazione alla psicologia (con il robot che interagisce con i bambini ). Robot e lavoro, la cyber-rivoluzione è partita di Giuseppe Scaratti Iperconnettività e intelligenza artificiale influenzano i sistemi produttivi, le forme di lavoro, le infrastrutture impiegate, con profonde conseguenze sulla riconfigurazione delle competenze e dei profili richiesti. Ecco perché i robot possono pensare di Ciro De Florio La prima grande domanda che dovremmo porci è: saremo in grado di riconoscere che qualcosa pensi in maniera radicalmente diversa da come lo facciamo noi? E la seconda: alle macchine del 23esimo secolo sembrerà di essere delle macchine? Se i robot danno una mano alla medicina di Paolo Maria Rossini Nella robotica, come in altri ambiti della scienza, non esistono scoperte buone o cattive, ma è buono o cattivo l’utilizzo che di esse fa l’uomo. Migliorare la vita dei drivers: la sfida del progetto “Drivefit” di Michela Balconi Come ridurre lo stress al volante? Un recente studio condotto dal team dell’Unità di Ricerca in Neuroscienze Sociali e delle Emozioni ha tentato di rispondere a tali domande, esplorando il potenziale di device neurofisiologici innovativi indossabili 10.

 
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