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Quanto vale una vaccinazione

Roma Quanto vale una vaccinazione I vaccini non servono solo per prevenire malattie infettive ma possono essere oggetto anche di una valutazione economica: per uno studio Altems ogni euro investito ne restituisce 2,50 in termini di gettito fiscale e 20 in termini di risparmi previdenziali. maggio 2019 Le vaccinazioni non hanno solo un impatto sulla nostra salute in termini di prevenzione di malattie infettive, ma posson essere oggetto anche di una valutazione economica ai fini della sostenibilità. Ogni euro investito in vaccinazione ne restituisce 2,50 in termini di gettito fiscale e 20 in termini di risparmi previdenziali. Il Convegno, che ha riunito medici, economisti, rappresentanti del Ministero della Salute, del Ministero dell’Economia e delle Finanze e dell’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale, ha affrontato il tema delle cosiddette “vaccinazioni dell’adulto” - antinfluenzale, antipneumococcica e contro l’Herpes Zoster - con uno sguardo rivolto all’impatto fiscale di questi strumenti di prevenzione. Abbiamo utilizzato dati di letteratura e stime INPS ed ISTAT per tenere in considerazione variabili demografiche, regionali e cliniche, che ci consentissero di mettere in relazione le giornate di lavoro perse nelle varie regioni italiane con il numero di infetti”. Il nuovo dato che emerge è che, in tutti e tre i casi, sia l’impatto fiscale che le perdite di produttività al Sud sono inferiori rispetto alle regioni del Nord, ma più elevate rispetto alle regioni del Centro. La vaccinazione antinfluenzale è quella che consente un maggior recupero sia di gettito che di risparmi previdenziali in senso aggregato, circa nell’ordine dei 240 milioni al Nord, 100 milioni al centro e 110 milioni al sud.

 

La cronicità che costa

Le proiezioni della cronicità indicano che tra 10 anni, nel 2028, il numero di malati cronici salirà a 25 milioni, mentre i multi-cronici saranno 14 milioni. La patologia cronica più frequente sarà l’ipertensione, con quasi 12 milioni di persone affette nel 2028, mentre l’artrosi/artrite interesserà 11 milioni di italiani; per entrambe le patologie ci si attende 1 milione di malati in più rispetto al 2017. Quanto alle diverse fasce della popolazione, nel 2028, tra la popolazione della classe di età 45-74 anni, gli ipertesi saranno 7 milioni, quelli affetti da artrosi/artrite 6 milioni, i malati di osteoporosi 2,6 milioni, i malati di diabete circa 2 milioni e i malati di cuore più di 1 milione. “L’aumento del numero delle persone affette da patologie croniche è anche un segno del successo del nostro SSN, come testimonia il fatto che il tasso di mortalità precoce è diminuito di circa il 20% negli ultimi 12 anni, passando da un valore di circa 290 a circa 230 per 10.000 persone” afferma il Dott. Esso nasce dall’esigenza di armonizzare, a livello nazionale, le attività di gestione della cronicità, con l’intento di promuovere interventi basati sulla unitarietà di approccio, centrati sulla persona e orientati verso una migliore organizzazione dei servizi e una piena responsabilizzazione di tutti gli attori dell’assistenza. I dati dell’Istat evidenziano, infatti, che le persone con livello di istruzione più basso soffrono molto più frequentemente di patologie croniche rispetto al resto della popolazione, con un divario crescente all’aumentare del titolo di studio conseguito. Le categorie maggiormente colpite da patologie croniche sono i disoccupati (quelli alla ricerca di nuova occupazione) e gli autonomi; tra i primi la percentuale di coloro che soffrono di almeno una patologia cronica sono il 36,3%, mentre tra i secondi si attesta al 34,6%.

 
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