La tua ricerca ha prodotto 8 risultati per statiuniti:

Alumni, nasce la rete a stelle e strisce

NEW york Alumni, nasce la rete a stelle e strisce Il rettore Franco Anelli negli Stati Uniti per fondare la comunità d’oltreoceano dei laureati e per stabilire accordi con alcune università che hanno portato, tra l’altro, al primo doppio titolo in Medicina con la Jefferson University di Philadelphia. Sono alcuni dei laureati dell’Università Cattolica che hanno fatto strada negli Stati Uniti e che hanno avuto modo di incontrarsi, alcuni per la prima volta, a New York insieme al rettore dell’Ateneo Franco Anelli . Siamo qui - ha spiegato il professor Anelli - per stringere convenzioni con le università americane per dare ai nostri studenti la possibilità di sviluppare le loro attività, qui come in Europa e in altre parti del mondo». La missione americana passa da New York, Boston, Philadelphia e Washington , dove la Cattolica ha stabilito contatti con gli alumni e con le università americane per creare nuove sinergie tra studenti e docenti. Il tour è stato l’occasione per parlare di una novità assoluta in Italia: il primo corso di medicina in sinergia con gli Stati Uniti , con scambio di studenti e docenti, tre anni di corso in Italia e tre in Usa. La vocazione internazionale della Cattolica, spiega il delegato del rettore al coordinamento dei progetti di internazionalizzazione, Pier Sandro Cocconcelli , è già nei numeri: «Degli oltre quarantamila studenti che abbiamo, quattromila vengono dall'estero e, di questi, la maggior parte dagli Stati Uniti. L'evento americano segue quelli organizzati a Shangai, Pechino, Bruxelles, Londra , dove le comunità di alumni della Cattolica cominciano a muoversi in modo autonomo, organizzando incontri e assistendo studenti e neo laureati.

 

Effetto Trump? Gli Stati Uniti un anno dopo

Dieci incontri per leggere la politica globale", relatori Mireno Berrettini e Gianluca Pastori , autori di un fascicolo speciale dei "Quaderni di scienze politiche" dedicato alla presidenza Trump. ottobre 2017 di Gianluca Pastori* L’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca ha cambiato molte regole nel gioco della politica americana. Ha riportato in auge un modo di fare politica apparentemente dimenticato, in cui il forte richiamo alla legittimazione popolare fa del Presidente, più che il contraltare, il rivale di un Congresso presentato sempre più come strumento nelle mani delle macchine partitiche. Dopo gli screzi del 2002-03 e i rapporti difficili negli anni di George W. Bush, l’arrivo alla Casa Bianca di Barack Obama aveva fatto sperare in un riavvicinamento fra le due sponde dell’Atlantico, riavvicinamento che si è dimostrato, invece, illusorio. Al contrario, quelli di Obama sono stati anni di crescenti divaricazioni su una serie di punti importanti, dalle relazioni con la Russia alla crisi siriana. Solo alla fine del mandato, con la prospettiva concreta di una vittoria di Trump, la dimensione conflittuale è stata accantonata per una narrativa più attenta agli aspetti di convergenza. Ciò non ha, comunque, modificato l’essenza di un legame che – con il venire meno del comune nemico sovietico – sembra essersi via via deteriorato e che oggi, proprio con Trump problematicamente insediato nello Studio Ovale, sembra avere raggiunto uno dei suoi punti più bassi.

 

Il paradosso americano

Ciclo: Il mondo in disordine Il paradosso americano La potenza mondiale degli Stati Uniti costituisce un ossimoro tra invulnerabilità e insicurezza? Di questo si è parlato nel seminario L'impero fragile e le trasformazioni della geopolitica americana. L’intervento di Stefanachi ha sottolineato quanto sia importante l’aspetto geopolitico di uno Stato, ossia tutti quei fattori territoriali che influenzano e modificano la politica dello stesso. Ad esempio, gli Stati Uniti dispongono di un territorio molto esteso e dotato di varie risorse minerarie, petrolifere, naturali; costituiscono quasi un’isola - e perciò una difesa militare passiva - ma soprattutto si trovano circondati da Paesi sostanzialmente poveri, da cui dunque non devono aspettarsi attacchi di nessun genere. Tutti questi fattori aiutano gli Stati Uniti ad affermarsi nella politica estera rispettivamente a livello economico, geografico e militare , e riescono così a influenzare molte delle scelte di altri Stati, garantendosi una significativa invulnerabilità. Un concetto che richiama il pensiero di Obama “guidare da dietro”; ovvero mandano rinforzi strategici, consigliano, propongono, ma non si impegnano mai in modo diretto. “Appare quasi come un’azione lasciata a metà; la geopolitica sembra fare degli Usa una potenza inaffidabile” conclude Stefanachi, lasciando spazio a Locatelli che ha contribuito a scattare una fotografia sull’evoluzione di un Paese che ancora oggi determina gran parte delle scelte della politica estera. america #politica #geopolitica #mondo #globalizzazione #statiuniti #sicurezza Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Fare marketing per l’Hard Rock Company

brescia Fare marketing per l’Hard Rock Company Irene Guidi e Lucia Bertelli hanno trascorso una settimana in Florida con altri 23 ragazzi selezionati in tutto il mondo dal progetto X-Culture per accogliere le sfide di bussiness proposte dalla multinazionale americana. È quello che hanno fatto per una settimana Irene e Lucia; lavorando in gruppi diversi, hanno elaborato proposte di business assegnate loro da una multinazionale, la Seminole Hard Rock Hotel &; Casinò. Hanno così verificato sul campo anche il proprio CQ Cultural intelligence index che comprende la conoscenza delle culture, capacità di adattamento, di comprensione, capacità di leadership e dunque di adattamento alle diverse culture. Lucia, invece, ha ideato delle attività da proporre ai turisti che sbarcano dalle crociere a Miami, essendo questa una città di snodo per molte altre destinazioni. Alla fine dei cinque giorni abbiamo presentato le idee elaborate ai dirigenti e proprietari della Hard Rock Company, i quali hanno molto apprezzato il nostro lavoro al punto che, molto probabilmente, qualche nostro progetto verrà realizzato dalla società. È stata una settimana ricca di emozioni, abbiamo conosciuto persone importanti e teso una fitta rete di relazioni e di questo ringraziamo Vas Taras, l’ideatore di X-Culture» . “ Non succede tutti i giorni – dice Lucia molto compiaciuta – di presentare le tue idee ai proprietari dell’Hard Rock e di lavorare con studenti selezionati e molto competitivi che ti costringono a dare il massimo soprattutto nella capacità di problem solving.

 

La questione razziale non s’è mai spenta

Fin dove affondano le radici del problema? Sicuramente possiamo risalire almeno alle origini dell’esperimento politico-istituzionale statunitense, ma potremmo anche spingerci oltre, all’epoca coloniale, e in particolare dalla seconda metà del Seicento quando i primi schiavi di origine africana sbarcarono sulle coste della Chesapeake Bay e delle Carolinas. Gli schiavi afro-americani diventano parte del sistema federale dalle origini, al punto da diventare oggetto di un importante compromesso costituzionale sul calcolo della ripartizione delle tasse da un lato e della distribuzione dei seggi presso la Camera federale. La storia americana della prima metà dell’800 è quindi inestricabilmente legata alla schiavitù e ai conflitti federali che ne derivarono e la Guerra Civile americana fu innescata da visioni profondamente contrastanti sul destino della schiavitù e la sua espansione dei territori dell’Ovest. Già quindi solo guardando ai momenti fondativi dello stato-nazione americano è evidente come la storia degli afro-americani negli Stati Uniti, prima schiavi e poi freedmen, rappresenti una parte imprescindibile del processo di costruzione dell’identità nazionale statunitense. Se alle origini il federalismo americano è un federalismo duale, con una netta divisione di competenze fra livello federale e livello statuale e un’ampia sfera di autonomia statuale, dopo la Guerra Civile si pongono le basi teoriche per un superamento di questo tipo di relazione federale. Tuttavia, questo “ enforcement ” venne molto ridimensionato dalle sentenze della Corte Suprema nella seconda metà dell’800, fino ad arrivare alla sentenza del caso Plessy v. Ferguson (1896), che ammise di fatto la costituzionalità della segregazione razziale. In questo modo, di fatto i governi degli Stati furono legittimati a perseguire le politiche di segregazione, mentre parallelamente ostacolavano anche l’accesso al diritto di voto introducendo, ad esempio, i famosi test di alfabetismo.

 

«La rabbia affonda le radici nella diseguaglianza»

Stati Uniti «La rabbia affonda le radici nella diseguaglianza» Il malcontento che monta negli Usa, per il professor Raul Caruso , è legato alla consapevolezza da parte degli afroamericani di essere in fondo alla scala sociale. Raul Caruso , docente di Economia della pace nella facoltà di Scienze linguistiche e letterature straniere dell’Università Cattolica, fornisce una chiave di lettura economica delle proteste che, dopo la morte dell’afroamericano George Floyd a Minneapolis, stanno incendiando gli Stati Uniti. Non è più un mistero ma è ormai una cosa nota a tutti gli economisti e policy maker che in generale nel mondo e soprattutto negli Stati Uniti la disuguaglianza è aumentata in maniera sostanziale già all’indomani della crisi del 2008. Per quale motivo? « Negli Stati Uniti la forbice si è allargata notevolmente per via di un mercato del lavoro flessibile e non regolamentato con la conseguenza che i salari reali di una buona fetta di popolazione sono diminuiti ancora di più. A partire da un’esperienza reale di Chicago dimostra come l’investimento educativo sulle minoranze afroamericane nei momenti iniziali della vita dei bambini si è rivelata vincente dal punto di vista di indicatori di performance lavorativa di vario tipo. C’è una lunga lista di rivolte di questo tipo: gli scontri di Detroit (1967), quelli di Los Angeles (1992) fino ad arrivare ai giorni nostri… « Queste proteste nobilitano nel giudizio storico la figura per eccellenza della cultura dei diritti civili, e da cui non possiamo prescindere, il reverendo King. Dopo l’arresto di Rosa Parks sull’autobus, dopo la marcia di Selma la popolazione afroamericana intraprese una campagna profondamente moderna di non violenza, dando vita al movimento di pace sociale più efficace nella storia del secolo scorso » .

 

Perché l’America brucia? Parlano i nostri esperti

Stati Uniti Perché l’America brucia? Parlano i nostri esperti Le manifestazioni di piazza, accompagnate dalle violenze dopo la morte di George Floyd, manifestano il clima infuocato di un Paese sempre più polarizzato, che si approssima alle elezioni presidenziali. Le molteplici ragioni della rabbia sociale 08 giugno 2020 Da giorni sono gli Stati Uniti a fare notizia con i disordini provocati dalla morte di George Floyd e le manifestazioni di piazza contro la polizia e contro il presidente. Parlano i professori Gianluca Pastori, Cristina Bon, Raul Caruso, Vittorio Emanuele Parsi di Gianluca Pastori * Le violenze che dalla morte di George Floyd stanno travagliando gli Stati Uniti hanno messo in luce ancora una volta il fragile rapporto che esiste, nel Paese, fra gli Stati e il governo federale. I violenti scontri verbali della metà di aprile fra Trump e Andrew Cuomo, governatore dello Stato di New York e sorta di simbolo di un “altro approccio” alla pandemia, più che un’eccezione legata alla rivalità esistente fra i due, sembrano, quindi, essere la regola di questa convulsa fase politica. Non stupisce che, in un contesto “di emergenza” e con la Casa Bianca occupata da una figura come Donald Trump, che ama dare di sé un’immagine di “Presidente del popolo”, assertivo e dichiaratamente “antipolitico”, le tensioni siano esplose in forma eclatante. Raul Caruso , docente di Economia della pace nella facoltà di Scienze linguistiche e letterature straniere dell’Università Cattolica, fornisce una chiave di lettura economica delle proteste che, dopo la morte dell’afroamericano George Floyd a Minneapolis, stanno incendiando gli Stati Uniti. Negli Stati Uniti la forbice si è allargata notevolmente per via di un mercato del lavoro flessibile e non regolamentato con la conseguenza che i salari reali di una buona fetta di popolazione sono diminuiti ancora di più.

 

JFK, vita e miti del presidente americano in un podcast

Ateneo JFK, vita e miti del presidente americano in un podcast Voce e testi di Paolo Colombo , storico della Cattolica, in otto puntate per un podcast prodotto dal Sole 24 Ore in collaborazione con Unicatt. Si comincia domenica 22 novembre , giorno dell’assassinio di Kennedy, fino all’insediamento di Joe Biden. Si comincia domenica 22 novembre , anniversario dell’assassinio di Kennedy, avvenuto nel 1963, e si proseguirà per le otto domeniche successive, fino all’insediamento del presidente degli Stati Uniti. La voce che darà corpo alla figura di John Fitzgerald Kennedy, primo presidente cattolico degli Stati Uniti, e ai miti americani è quella del professor Paolo Colombo , docente di Storia nella facoltà di Scienze politiche e sociali . Fino al 20 gennaio, giorno dell’insediamento alla casa Bianca del secondo presidente cattolico degli Stati Uniti, il democratico Joe Biden, lo storico dell’Università Cattolica si addentrerà nella storia dell’epoca cercando di ricostruire il contesto che portò dalla “nuova frontiera” all’uccisione di Kennedy. Non è la prima volta che Paolo Colombo racconta la storia sperimentando formule innovative diverse da quelle tradizionali. Da alcuni anni con la collega Chiara Continisio , docente in Cattolica di Storia del pensiero politico, ha creato un format di historytelling che si chiama “Storia e Narrazione” .

 
Go top