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Stefano Bertuzzi: «Non chiamatemi cervello in fuga»

Più che di fuga si deve parlare di mobilità dei cervelli: che gli italiani vadano all’estero va benissimo; sarebbe altrettanto auspicabile che gli stranieri venissero in Italia: nel mondo globale della conoscenza la strada è questa». Ma non dobbiamo pensare che con l’arrivo del vaccino tutto sia risolto: innanzitutto per questo vaccino c’è una coda di 7 miliardi di persone. La strada di Stefano Bertuzzi parte da Piacenza, dove ha frequentato la facoltà di Agraria; a Cremona si è specializzato in biotecnologie e da lì è volato negli States. E chi altro? «L’altra persona a cui devo molto è il professor Bottazzi, il direttore di Microbiologia che mi aveva ammesso nel suo Istituto, con cui ho fatto il dottorato a Cremona e con cui ho potuto maturare una passione approfondita per la materia. Sto molto bene negli Usa: gli americani ti accolgono a braccia aperte, ma non le stringono mai. È una società molto aperta, in cui è facilissimo creare rapporti, ma manca quel senso di profondità nelle relazioni che invece ho sperimentato in Italia. E allo Stefano Bertuzzi neolaureato cosa direbbe? «Quello che direi al me stesso di allora e a tutte le persone che si laureano adesso è pensare alla scienza come un percorso che permette di equipaggiarti per risolvere problemi complessi. Una cosa che io non avevo capito è che fare ricerca non è tanto imparare delle nozioni o delle tecniche o farsi delle domande ma creare situazioni in cui riesci a risolvere dei problemi molto complessi.

 
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