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Suicidio assistito, un piano inclinato

Il medico che assiste il suicidio mette a rischio l’integrità morale della sua stessa professione perché è come se si rifiutasse di aiutare il paziente nei suoi stadi più delicati». Qui si evince che in Paesi come Olanda e Belgio le regole riguardanti il suicidio assistito possono essere violate, forse non intenzionalmente, portando in alcuni casi alla somministrazione di un farmaco letale senza un chiaro consenso del paziente che si trova in fase terminale. Nel 2011 sono stati somministrati farmaci letali senza un vero e proprio consenso del paziente nell’1,7 dei casi delle morti verificatesi nella regione fiamminga del Belgio e nello 0,2% di tutte le morti in Olanda. Tali richieste sono dalle 4 alle 7 volte più frequenti tra coloro che hanno una diagnosi di cancro e manifestano una sindrome depressiva, rispetto ai pazienti ugualmente terminali ma senza questa sindrome. La metà dei casi di pazienti ammalati gravemente e irreversibilmente che richiedono inizialmente il suicidio assistito cambia parere, quando il controllo dei sintomi migliora attraverso le cure palliative e il supporto psicologico è adeguato». Quali sarebbero le implicazioni economiche di un’eventuale approvazione di una legge sul suicidio assistito? «La legalizzazione può offrire un abbrivio per una alternativa economica nei confronti della possibilità di cure palliative e compassionevoli che hanno inevitabilmente un costo. Come si dovrebbe porre la classe medica di fronte alla decisione della Corte? «Al di là della capacità di autodeterminazione del paziente la possibilità che questo si estenda alle persone più fragili è elevata e spesso basata sulla incapacità o inadeguatezza delle cure palliative erogate.

 

Suicidio assistito, lo Stato non può avallare

settembre 2019 di Adriano Pessina * La disperazione, l’angoscia, la pulsione di morte, sono componenti normali della condizione umana, che a volte si affacciano dentro l’esperienza dei tempi lunghi della malattia, del dolore, della stanchezza del vivere o della paura del morire. La Corte costituzionale, nella sua sentenza, ha chiarito come sia giuridicamente rilevante mantenere il reato di istigazione al suicidio proprio per tutelare, giuridicamente, socialmente e culturalmente le condizioni di estrema vulnerabilità dei cittadini. Bisogna osservare però che l’assistenza al suicidio comporta la cooperazione nei confronti di un atto – il suicidio – di fatto giudicato negativamente nella legge che ne punisce l’istigazione. Per uno Stato laico e aconfessionale, che ha memoria della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, ogni suo cittadino, in ogni sua condizione sociale, economica e di salute, è sempre degno di tutela, di rispetto, di considerazione. Per questo motivo uno Stato può rispondere alle situazioni di estremo disagio favorendo e incrementando le cure, l’assistenza, il sostegno economico e sociale, non certo favorendo o avallando la morte volontaria di chi è in condizioni di estrema fragilità. Prendiamo sul serio i profondi disagi, le sofferenze e le fatiche delle persone, ma rispondiamo nell’unico modo che è moralmente legittimo e socialmente rilevante: evitando forme di abbandono terapeutico e assistenziale e incrementando i processi di assistenza. Uno Stato ispirato a criteri di solidarietà e di rispetto della persona non può favorire, avallare, accettare che il suicidio assistito entri nelle corsie degli ospedali, nelle case di cura, nelle abitazioni dei suoi cittadini, creando una figura autorizzata a favorire la morte al posto dell’assistenza.

 
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