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«Ridurre i parlamentari non aumenterà la qualità del Parlamento»

Si tratta di un referendum confermativo che, a differenza di quello abrogativo, non prevede il raggiungimento di un quorum di affluenza, per cui l’esito è valido indipendentemente dalla percentuale di partecipazione degli elettori. Per fare chiarezza sul tema e capirne qualcosa di più abbiamo chiesto agli esperti dell’Università Cattolica di entrare nel vivo della questione al di là delle ragioni partitiche che dividono il Paese. Il nostro speciale referendum «Il problema che abbiamo avuto in questi anni è la progressiva perdita di incidenza e di autorevolezza territoriale da parte dei parlamentari, connessa naturalmente al declino dei partiti. Renato Balduzzi , docente di Diritto costituzionale nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università Cattolica, entra nel merito del dibattito in vista del referendum costituzionale, in programma domenica 20 settembre , da molti semplicemente ridotto alla mera questione di taglio dei costi della politica. Ancora una volta, dobbiamo constatare che si auspicano cambiamenti costituzionali invece di affrontare i veri nodi, cioè i cambiamenti dei comportamenti del ceto politico, delle relazioni tra i partiti e dentro di essi, e, su queste basi, delle regole del “gioco” politico, cioè legge elettorale e regolamenti parlamentari. Vale a dire? «Una così incisiva riduzione comporterà la difficoltà, per i gruppi parlamentari meno numerosi, di assicurare una presenza adeguata nel lavoro di commissione, che è quello dove la discussione è maggiormente proficua e il pluralismo politico-culturale, che è il cuore della democrazia, può meglio esprimersi. Se a ciò aggiungiamo che la discussione sulla legge elettorale fa registrare convergenza su un unico punto, quello relativo a una formula elettorale proporzionale neanche troppo, sembra di capire, selettiva, la contraddizione diventa palese: avremo un numero maggiore di gruppi parlamentari e al tempo stesso meno parlamentari».

 
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