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Riprodotto in provetta il glioblastoma

aprile 2017 Dalla riproduzione in laboratorio del glioblastoma, il più aggressivo tumore cerebrale, purtroppo ancora oggi senza efficaci terapie, allo studio di cure personalizzate in grado di colpire selettivamente le cellule staminali tumorali che ne favoriscono la recidiva. È questo in sintesi il risultato dello studio realizzato da una equipe multidisciplinare di ricercatori dell’Università Cattolica - Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli di Roma e dell’Istituto Superiore di Sanità e pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica “ Neuro-Oncology ”. La resistenza del glioblastoma alle cure è dovuta verosimilmente alla presenza di cellule staminali tumorali che invece di dare origine a un tessuto sano producono un tumore. Queste cellule, che rappresentano quindi il reservoir tumorale, sono molto resistenti alle radiazioni e ai farmaci chemioterapici e sono anche in grado di migrare al di fuori del tumore per invadere il tessuto cerebrale, lontano dall’area coinvolta dalla rimozione chirurgica. Già poche settimane dopo l’intervento - afferma il professor Roberto Pallini , neurochirurgo dell’Università Cattolica-Policlinico A. Gemelli - possiamo analizzare in laboratorio le cellule staminali di un determinato paziente e conoscere in anticipo la risposta del tumore alla radio-chemioterapia. Il passo successivo - secondo Lucia Ricci Vitiani , ricercatrice dell’Istituto Superiore di Sanità - sarà l’identificazione delle alterazioni molecolari alla base della resistenza alle terapie di queste cellule e l’individuazione di bersagli terapeutici alternativi per progettare nuove cure più efficaci». È molto importante - aggiunge il professor Luigi Maria Larocca , anatomo-patologo dell’Università Cattolica-Policlinico A. Gemelli - che le cellule staminali tumorali, anche dopo diversi passaggi in coltura, conservano le caratteristiche molecolari del tumore del paziente, permettendo in tal modo di provare l’efficacia di nuovi farmaci non appena disponibili».

 

Tumore ovarico, le nuove terapie

MEDICINA Tumore ovarico, le nuove terapie Nuove combinazioni terapeutiche più rispettose del benessere delle pazienti sono state presentate alla riunione del gruppo di ricerca italiano Mito. Parla il professor Giovanni Scambia 09 novembre 2009 Spostare in avanti le frontiere della qualità di vita per le donne colpite da tumore ovarico attraverso terapie sempre più personalizzate, tecniche chirurgiche meno invasive, farmaci meno tossici. Sono le indicazioni che arrivano dalla quindicesima riunione, inaugurata il 9 novembre a Roma, del Gruppo Mito (Multicenter Italian Trials in Ovarian cancer), un gruppo di ricerca italiano attivo da oltre 10 anni e impegnato a sviluppare collaborazioni di ricerca in ambito di ginecologia oncologica. Ma l’altro obiettivo che ci vede impegnati – aggiunge Pignata – è quello di migliorare la qualità di vita delle pazienti fortemente influenzata, oltre che dalla malattia in sé, dagli effetti tossici dei farmaci». Soprattutto in caso di ricaduta, situazione in cui, nella stragrande maggioranza dei casi, la guarigione dal tumore non può essere raggiunta, l’obiettivo fondamentale del trattamento è quello di permettere alla donna di condurre una vita il più possibile normale. Lo studio Calypso invece ha già dato i suoi risultati definitivi, dimostrando che la combinazione di carboplatino e doxorubicina liposomiale peghilata è risultata più efficace in termini di sopravvivenza libera da progressione e la tossicità sensibilmente minore rispetto allo schema classico con carboplatino e tassolo. Sulla base delle evidenze dei due studi – afferma Sandro Pignata – possiamo ritenere che la combinazione doxorubicina liposomiale peghilata-carboplatino rappresenta una valida alternativa e in un futuro molto prossimo potrebbe addirittura diventare il nuovo standard terapeutico per il trattamento di queste pazienti».

 

Gemelli, asportato tumore al seno da 15 Kg

Un tumore che deturpava il corpo e la psiche di questa donna che, nonostante la malattia, ha continuato la sua vita di sempre in famiglia e a lavoro. Purtroppo non è la prima e nemmeno l’ultima paziente che si presenta alle cure mediche con un tumore molto grande, ma certo posso dire di non aver mai visto in 35 anni di carriera una neoplasia di queste dimensioni» prosegue il chirurgo. Di solito questa situazione di impasse si risolve solo quando intervengono fattori che in qualche modo costringono la paziente a cercare assistenza medica, sovente perché i tumori generano sanguinamenti e diventano problematici. Il controllo della abnorme vascolarizzazione, che una crescita così avanzata del tumore aveva determinato, ha costituito una delle difficoltà maggiori dell’operazione chirurgica, insieme al distacco della lesione dalle strutture muscolari della parete toracica. Ma purtroppo - anche se non con queste dimensioni eccezionali – di tumori localmente avanzati ce ne capita più di uno al mese e con donne di tutte le età e condizioni sociali. Dobbiamo trovare modalità più efficace per fare educazione e in particolare per aiutare le donne a superare la forte paura che ancora generano i tumori, paura che talvolta paralizza e impedisce di chiedere assistenza medica». chirurgia #tumore #prevenzione #policlinicogemelli Facebook Twitter Send by mail OTTOCENTO INTERVENTI ALL’ANNO L’ Unità Operativa di Chirurgia Senologica del Policlinico A. Gemelli , che effettua una media di 800 interventi annui , prevalentemente per tumori del seno, rappresenta una struttura altamente qualificata, specializzata nella prevenzione, diagnosi e cura delle malattie della mammella.

 

Un collirio per i danni del glioma

I gliomi delle vie ottiche sono dei tumori a lento accrescimento che colpiscono elettivamente le vie visive e il chiasma ottico, determinando a lungo termine la cecità dei pazienti per infiltrazione e compressione delle vie nervose da parte delle cellule tumorali. La via di somministrazione congiuntivale ha permesso di by-passare la barriera emato-retinica facilitando la penetrazione del NGF direttamente all’interno delle vie ottiche, dove sono presenti i recettori specifici per tale neurotrofina, e dove il NGF può esplicare la sua azione senza determinare alcun effetto collaterale. Dieci pazienti sono stati assegnati, in modo casuale, a ricevere per 10 giorni consecutivi 0,5 milligrammi totali di NGF, tramite collirio somministrato per via congiuntivale 3 volte al giorno, mentre 8 pazienti, con la stessa gravità di malattia, hanno ricevuto una sostanza placebo, sempre secondo le medesime modalità di somministrazione. Nel gruppo dei pazienti trattati con NGF si sono evidenziati miglioramenti statisticamente significativi dei parametri elettrofisiologici, quali PEV ed ERG che, viceversa, non sono stati osservati nei pazienti trattati con placebo. Inoltre, solo nel gruppo trattato con placebo è stata osservata una progressione della patologia con un peggioramento dell’acuità visiva, a testimonianza ulteriore del ruolo neuro protettivo svolto dal NGF nel gruppo dei pazienti trattati. In tal senso, l’impiego del NGF somministrato per via congiuntivale può segnare una svolta e una possibile speranza per i pazienti affetti da patologie estremamente invalidanti e, allo stato attuale, nei confronti delle quali non è ancora disponibile alcuna terapia efficace. Questo dato, unito alla semplicità e alla facilità di somministrazione del NGF - conclude il professor Riccardo Riccardi , docente di Oncologia Pediatrica -, rende la nostra ricerca unica nel mondo e degna di essere applicata in altri tipi di patologie e in gruppi più ampi di pazienti».

 
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