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E ora in Cattolica si studia il turco

MILANO E ora in Cattolica si studia il turco Per la prima volta la facoltà di Scienze linguistiche attiva un corso annuale di Cultura e civiltà della Turchia , un Paese cruciale come ponte verso l’Oriente. Per l’anno accademico 2017-2018 la facoltà di Scienze linguistiche e letterature straniere attiva nel biennio magistrale di Scienze Linguistiche un corso annuale dedicato alla cultura e civiltà del Paese della Mezzaluna, una delle potenze economiche emergenti a livello globale, con un ruolo cruciale nelle relazioni tra Occidente e Oriente. Senza contare che anche l’Italia negli ultimi anni è diventata un polo di attrazione per numerosi studenti turchi che approdano nel Belpaese per il conseguimento della laurea: basti pensare che nell’anno accademico 2016/2017 sono 106 i giovani di cittadinanza turca regolarmente iscritti a un corso di laurea dell’Università Cattolica. Ma come è nata l’idea di un corso di “Cultura e civiltà della Turchia” ? «Vi sono molte ragioni che ci hanno suggerito di offrire questo insegnamento» osserva il preside Giovanni Gobber . Il preside di Scienze linguistiche richiama infine motivazioni di ordine storico: «In passato la Turchia è stata sede di contatti culturali e linguistici; la conoscenza del turco e della Turchia ottomana aiutano a comprendere la storia e la contemporaneità. Tra le lingue più vicine al turco vi è l’azero, che ha decine di milioni di parlanti, soprattutto in Īrān, e il tatáro, con circa 5 milioni di parlanti, per lo più in Russia, ma una piccola minoranza è in Romania. A Brescia, in collaborazione con il Selda, attiviamo le esercitazioni di lingua coreana, pensate soprattutto per gli studenti di cinese della sede bresciana» afferma il preside della facoltà di Scienze linguistiche e letterature straniere Giovanni Gobber .

 

Vi racconto la mia Turchia

milano Vi racconto la mia Turchia Gül Ince Beqo , dottoranda in Sociologia all’Università Cattolica, studia l’immigrazione turca in Italia sconfinando con piacere nel territorio della letteratura. Gül Ince Beqo , dottoranda in Sociologia all’Università Cattolica di origine turca, ha scelto di dedicare il suo lavoro di ricerca a capire l’evoluzione, le criticità e la copertura mediatica di questo fenomeno. Nata a Karabük, in Turchia, nel 1984, dopo gli studi sociologici e un master in Cinema nel suo Paese, si è laureata in Italia in lingue e letterature straniere con una tesi sulla traduzione poetica. Impronte è la storia della voglia di tornare alle origini, che si scontra con la crudeltà della realtà: «È un po’ la trasposizione di quanto succede ai turchi che vengono in Italia, considerata solo un crocevia di passaggio verso la Germania e più in generale i Paesi Nordici. Anche perché, fare ritorno in patria, è un’ipotesi che non contemplano quasi mai: «Le persone preferiscono piuttosto restare qui, anche a costo di vivere tra le difficoltà, perché gli uomini e i padri di famiglia hanno un forte senso dell’onore e della dignità. Tra tutte le storie che ascolta ogni giorno, quelle che riguardano le donne sono le più significative: «Mi sono resa conto che hanno alle spalle vicende sfortunate e di dolore, dalle quali sono sempre uscite a testa alta, senza mai piangersi addosso e guardando sempre avanti. E di lezioni, ora, si occuperà anche Gül, che terrà 40 ore di esercitazione di lingua turca nel nuovo corso in Cultura e civiltà della Turchia in partenza col nuovo anno accademico 2017-2018.

 

Turchia, democrazia appesa a un filo

MILANO Turchia, democrazia appesa a un filo Il referendum voluto dal presidente Erdogan potrebbe spazzare via quel poco che è rimasto di pesi e contrappesi. aprile 2017 di Riccardo Redaelli * Il timore è che l’approvazione delle modifiche costituzionali fortemente volute dal presidente Recep Tayyip Erdogan finisca per spazzare via quel poco che rimane della democrazia turca. È bene ricordare che, a nove mesi dal fallito golpe militare, sono stati rimossi e licenziati più di 4.000 giudici e pubblici ministeri e più di 7.000 professori universitari, mentre centinaia di giornalisti sono stati arrestati. Nei sui 15 anni al potere, Erdogan, ha progressivamente smantellato con astuzia e abilità i pilastri del sistema politico voluto dal creatore della Turchia moderna, Kemal Mustafa Atatürk, in particolare quello del secolarismo dello Stato e dei legami forti con l‘Occidente. Molto meno ora. La definitiva trasformazione autoritaria della Turchia sarebbe il colpo mortale per le relazioni con l’Europa, da tempo arrivate al punto più basso da decenni (e questa crisi è usata strumentalmente da Erdogan per immaginare complotti stranieri contro il popolo turco). Ma quest’ultima, visto il recente bombardamento statunitense, potrebbe essere anche il terreno di un riavvicinamento geopolitico con gli Stati Uniti, il cui umorale presidente non sembra giudicare i propri colleghi sulla base dei loro convincimenti democratici. Non dimentichiamoci infatti che Erdogan deve gestire i risultati finora fallimentari di una politica regionale troppo ambiziosa e aggressiva, che ha fatto della cacciata di Assad il proprio pivot geopolitico.

 

Da Berlino ad Ankara, Natale di paura

Milano Da Berlino ad Ankara, Natale di paura L’attentato ai mercatini natalizi e l’uccisione dell’ambasciatore russo in Turchia: due fatti non direttamente collegati ma da inquadrare in uno scenario mondiale in fiamme, che ha un simbolo nel dramma di Aleppo. L’analisi dei professori Lombardi e Parsi 20 dicembre 2016 di Marco Lombardi * Di quello che è successo a Berlino la sera del 19 dicembre sono pieni i media: un camion piomba sul mercatino di Natale della capitale, morti e feriti sono il risultato. La vulnerabilità non è nell’evento: per sua natura poco prevedibile come tutti gli eventi tragici che hanno colpito l’Europa in questi mesi, orientati dalla capace propaganda di Daesh (o Isis). Qualcuno ha sostenuto la volontà di colpire i simboli dell’occidente, sostenendo che come a Nizza il 14 luglio si volle colpire la festa laica rivoluzionaria della Bastiglia, così a Berlino si è voluto colpire una festa cristiana come il Natale, attaccando il mercatino prossimo alla chiesa. L’Italia entra anche nei commenti quale Paese da cui il Tir è partito per andare a Berlino sulla via di casa con destino Polonia, ritornando alla giustificazione per la quale essere una base logistica presuppone una sorta di area franca del jihad. Il terrorismo è tale per gli effetti degli eventi che produce, che richiedono una risposta a breve per le politiche di sicurezza e di difesa dalla minaccia. Daesh ha dalla sua una efficace propaganda che da mesi insiste sulla necessità di colpire comunque e ovunque, con i mezzi della quotidianità, i nemici: il magazine del Califfato, Rumiyah , nel terzo numero del mese scorso ha bene descritto come utilizzare un mezzo pesante per scagliarsi sulla folla.

 

Come cambia la Turchia del Reis

MILANO Come cambia la Turchia del Reis Gli ultimi anni sotto la guida di Erdogan hanno radicalmente cambiato il volto del Paese. L’autrice, Marta Federica Ottaviani , è intervenuta alla presentazione del volume promossa dall’Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali ( Aseri ) in via San Vittore a Milano, lo scorso 15 dicembre. Il libro sostiene la tesi che tutto quello che succede oggi in Turchia è dovuto all’incompiutezza della rivoluzione di Kemal Ataturk» afferma il direttore di Aseri Vittorio Emanuele Parsi . Come è cambiato il Paese in questi anni? «La prima volta che sono andata lì, nel 2005, molti colleghi mi dicevano: “Cosa ci vai a fare?” Questa domanda mi lasciava interdetta, perché già allora si vedevano i sintomi di un Paese che stava cambiando», afferma Ottaviani. La spiegazione parziale di questa metamorfosi è dovuta al fatto che si tratta di «una nazione che ha istituzioni secolarizzate ma non laiche», commenta Parsi. Il concetto di laicità è fondamentale: «Al primo impatto ho capito che Erdogan grazie ad una parvenza di laicità, molto pubblicizzata all’estero, stava trasformando in toto il Paese», chiosa Ottaviani. Come si spiega l’accordo sui migranti siglato tra la Turchia e l’Unione Europea? «L’accordo non è stato ancora implementato totalmente: la parte più rilevante - la liberalizzazione dei visti - non gli è stata garantita», rivela l’autrice del libro.

 

Eua e Crui in difesa degli atenei turchi

Ateneo Eua e Crui in difesa degli atenei turchi L’Università Cattolica si associa alla dichiarazione dell'EUA, condivisa dalla CRUI, di condanna delle dimissioni forzate di 1577 alte cariche accademiche e della sospensione di migliaia di docenti. luglio 2016 L’EUA condanna le dimissioni forzate di 1577 alte cariche delle università Turche. A seguito del tentativo di colpo di Stato di venerdì in Turchia il settore dell'istruzione, compreso quello dell'istruzione superiore, è stato preso di mira come molti altri ambiti dell’amministrazione pubblica. professori sono stati sospesi, mentre Hurriyet riferisce che il Consiglio per l’Istruzione Superiore (YÖK) ha ordinato le dimissioni di le alte cariche delle università (1176 da quelle statali e 401 da quelle gestite da fondazioni). Mentre all’indomani del tentato colpo di stato militare vi è stato un sostegno globale e unanime per il governo democraticamente eletto, le misure introdotte oggi vanno nella direzione sbagliata. Più che mai la Turchia ha bisogno di libertà di parola, di dibattito pubblico e aperto, come sostenuto energicamente dalle sue università, ispirate a valori accademici riconosciuti globalmente, ai principi di libertà di ricerca e insegnamento, alla libera espressione e alla libertà di associazione. L’EUA invita tutti i governi, le università e gli studiosi europei a prendere posizione contro questi sviluppi e per sostenere la democrazia in Turchia, incluse l'autonomia istituzionale e libertà accademica per studiosi e studenti.

 

Ankara, in cattedra per capire la Turchia

La storia che ha portato Valeria Giannotta a diventare docente di Relazioni internazionali all'Università dell'Aeronautica turca passa attraverso il dottorato in Istituzioni e politiche, dove ha iniziato a focalizzare la propria ricerca sulla Turchia. Dopo il periodo a Istanbul mi sono trasferita ad Ankara, dove ho conosciuto i personaggi che sono oggi al centro dei dibattito politico del Paese. Di cosa ti sei occupata in questo periodo? «Ho insegnato “Progetti di democratizzazione nei Paesi musulmani”, lavorato part-time a Gaziantep, al confine con la Siria, di cui si parla molto oggi per le vicende legate ai rifugiati. Quale è stato il principale ostacolo che hai incontrato? «Inizialmente quello di capire la cultura, anche se il popolo turco è davvero ospitale e ti mette nelle condizioni di non sentirti solo, ti aiuta. Non è stato facile nemmeno costruirmi un percorso da sola, qualcosa che non esisteva, che non mi immaginavo e che in parte mi disorientava: la decisione di rimanere all’estero, per tentare una carriera, anche guardando al sistema-paese Italia che, forse, era meno foriero di opportunità». In questo contesto qual è stato il contributo della “tua” università? «Mi ha dato la possibilità di andare all'estero e di beneficiare di una borsa di studio. È un'esperienza bellissima di crescita personale e intellettuale, che consente di formarti una expertise di grande spessore».

 
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