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Un’Europa sorda con i perdenti

milano Un’Europa sorda con i perdenti L’Unione europea, secondo il vicedirettore del Corriere Federico Fubini , negli ultimi 30 anni ha cavalcato gli aspetti positivi dell’integrazione lasciando agli stati membri il compito di affrontare quelli negativi. La caduta del muro, con l’ingresso in Europa di centinaia di migliaia di lavoratori dai Paesi ex comunisti dell’Europa orientale, l’entrata in scena della Cina, l’avvento dell’euro e la globalizzazione. Oggi tra lo stipendio mensile di un appartenente al ceto medio italiano e quello del suo omologo olandese non ci sono più un centinaio di euro di differenza, come negli anni ’70, ma più di mille. Quando non si fa parte dello stesso ceto sociale andare d’accordo è molto più difficile: sia quando gli interessi sono comuni, sia ancor più quando gli interessi sono diversi». Ciò che ci unisce è molto più forte di ciò che ci divide. Gli stessi Paesi di Visegrad, da quando sono entrati, non hanno avuto un giorno di recessione e sono cresciuti a un ritmo doppio rispetto al resto dell’Europa. Inoltre, più che il calo dei salari, ciò che alimenta la rabbia sociale è la mancanza di prospettive.

 

Idee per una nuova Europa

milano Idee per una nuova Europa In vista delle prossime elezioni la facoltà di Scienze bancarie, finanziarie e assicurative ha promosso un incontro sul futuro dell’Unione Europea con l’intento di discutere di un europeismo che possa essere una valida alternativa al sovranismo dilagante. È il messaggio forte emerso dal dibattito sul futuro dell’Unione Europea promosso mercoledì 17 aprile dalla facoltà di Scienze bancarie, finanziarie e assicurative dell’Università Cattolica in vista delle elezioni del 26 maggio e dal titolo rappresentativo “ Idee per l’Europa ”. Già perché, ha chiarito sin dall’inizio Andrea Boitani , docente di Economia politica e coordinatore dell’iniziativa, «l’intento dell’incontro non è tanto discutere “sull’idea di Europa”, quanto proporre “idee per l’Europa”». Ma anche in questo caso ci sono elementi di forza ed elementi di debolezza, come per esempio, l’idea di un’Europa che sia la replica in grande di uno stato nazionalista da costruire». Il punto essenziale, invece, è che «l’Europa politica sia organizzata non in uno stato federale, ma in un’unione federale di stati, senza fusione né confusione di livelli e competenze. Ben distante, insomma, dall’Unione come la conosciamo oggi: con un deficit democratico profondo, accentuatosi negli ultimi anni di crisi, di fatto appesa alle decisioni non della Commissione o del Parlamento di Strasburgo ma del Consiglio europeo dei capi di governo, cioè dei governi nazionali», ha aggiunto Fabbrini. Anche Roberto Tamborini , dell’Università di Trento, è ritornato sul tema dei sovranismi che dilagano nel Vecchio Continente, differenziando quelli europeisti da quelli anti europeisti.

 

Quale futuro per l’Unione Europea

milano Quale futuro per l’Unione Europea Secondo uno studio di École Polytechnique, Università Cattolica e ZEW Mannheim i parlamentari italiani, francesi e tedeschi sono disposti a dare più competenze all’Ue per la difesa e per le politiche migratorie. febbraio 2019 C’è un largo consenso nell’attribuire una maggiore iniziativa legislativa al Parlamento europeo e nell’incrementare la spesa di investimento nazionale per stimolare la crescita economica. Ma non sembra esserci accordo su alcune proposte di riforma dell’eurozona: i parlamentari di Francia e Italia sono favorevoli a nuovi strumenti dell’Unione monetaria europea (UME), come un bilancio unico europeo e gli Eurobond. Come pure, emerge un forte sostegno franco-italiano al completamento dell’Unione bancaria attraverso il sistema europeo di assicurazione dei depositi (EDIS) , rispetto a una sostanziale neutralità dei parlamentari tedeschi. I parlamentari dei tre paesi fondatori dell’Unione Europea concordano sulla necessità di trasferire maggiori responsabilità a livello europeo in materia di immigrazione e difesa», dice Pierre Boyer , professore all’École Polytechnique (CREST) e coautore dello studio. Massimo Bordignon , professore di Scienza delle finanze all’Università Cattolica e coautore della ricerca, sottolinea che «Italia, Francia e Germania dovrebbero focalizzarsi su ciò che unisce piuttosto che su ciò che li divide. La divisione tra i partiti populisti nell’Europa settentrionale e meridionale indebolirà gravemente il loro impatto politico nel Parlamento europeo dopo le elezioni», conclude il professor Friedrich Heinemann , coautore dello studio e capo del Dipartimento di ricerca ZEW “Research Department Corporation Taxation and Public Finance”.

 

L’Europa alla prova dei giovani

Si tratta di una generazione dalle incredibili potenzialità, che ha a disposizione strumenti di comunicazione e possibilità di movimento impensabili fino a pochi anni fa. Eppure, le prospettive di crescita, di realizzazione e di miglioramento delle proprie condizioni di vita appaiono, secondo tantissimi indicatori socio-economici, estremamente difficoltose. Concentrandosi qui sulle prime, al di là di pochi elementi comuni a tutti, ognuno dei 27 paesi dell’Unione ha una certa libertà di scelta sulla propria legge elettorale. Per esempio, rispetto alle elezioni del 2009, Cipro e la Francia hanno fatto scendere l’età di elettorato passivo di ben 4 e 5 anni, a 21 e 18 anni rispettivamente; l’Italia, invece, resta il paese dove i giovani hanno barriere più alte all’ingresso nelle istituzioni. E ciò diventa più grave se si pensa che la stessa barriera persiste per l’accesso al Parlamento nazionale: con l’aggravante che, in un contesto di bicameralismo perfetto, il procedimento legislativo in Italia è di fatto condizionato dal Senato (elettorato attivo a 25 anni e passivo a 40). Il secondo è invece di tipo demografico: l’Italia è il paese dell’Unione europea dove è più bassa la quota di under 40 sul totale della popolazione (nel 2017, il 40 per cento contro, per esempio, il 54 per cento dell’Irlanda, che è il paese più giovane, secondo i dati Eurostat). Cosicché, unendo le barriere all’ingresso alle istituzioni con l’inconsistenza numeraria dei giovani stessi, è possibile concludere che l’Italia è di gran lunga il paese dell’Unione dove i giovani hanno meno potere politico potenziale. Certo, non ci si aspetta che cambi nulla nel breve periodo: ma il breve periodo è una preoccupazione della politica dalla visione limitata e dal fiato corto, della politica che è solo ricerca del consenso elettorale e non di strategia di crescita.

 

L’Europa vista al femminile

milano L’Europa vista al femminile Come interpretano le donne il momento di crisi attuale dell’Unione europea, un progetto politico che rischia di sgretolarsi? Parla Beatrice Covassi , Capo della Rappresentanza in Italia della Commissione europea. È il tema alla base dell’incontro organizzato all’Università Cattolica di Milano “ Donne ed Europa, Donne in Europa ”, per capire quale strada abbia intrapreso e se sia il caso di cambiare il progetto politico europeo. Un progetto politico, nato dopo le atrocità della seconda guerra mondiale, che doveva aprire una nuova era fatta di pace e collaborazione ma che oggi, colpita da nazionalismi e sovranismi, rischia di iniziare a sgretolarsi. La Brexit britannica è stato il primo segnale d’allarme che qualcosa non stava più andando nella giusta direzione, come spiega Beatrice Covassi , Capo della Rappresentanza in Italia della Commissione Europea: «È stata la sveglia, da lì abbiamo capito che non si poteva andare più avanti. Una soluzione che però non è quella corretta: «Adesso serve, forse come mai prima, un’Europa che torni a parlare alle persone, anche se ovviamente questo è molto più difficile rispetto a chi porta avanti retoriche di distruzione. Una qualità che riguarda anche le imprese: fare impresa in Europa vuol dire non mettere mai da parte l’aspetto umano, il rispetto per l’uomo e per l’ambienta, anche al netto di tutti i limiti che le dinamiche continentali impongono». Una ricetta che deve cambiare il modo di guardare alla politica e che è riassunta così da Beatrice Covassi: «La paura è un sintomo, non una risposta ai problemi.

 

L’Europa che non c’è

Milano L’Europa che non c’è Secondo il professor Mario Baldassarri , in Cattolica per presentare il suo libro The European roots of the Eurozone crisis , l’Unione aveva tutte le potenzialità per essere l’area più prospera del mondo ma ha commesso troppi errori. by Chiara Martinoli | 16 novembre 2018 Individuare gli errori commessi dall’Unione europea per renderla più solida in futuro: secondo Mario Baldassarri , già docente di Economia all’Università di Bologna e alla Sapienza di Roma, è questa la ricetta per arginare il rischio di una disgregazione dell’Europa. Una tesi che è al centro di The European roots of the Eurozone crisis (Springer International Publishing Ag, 2017), presentato lo scorso 14 novembre all’Università Cattolica. Il tema che affronta questo libro fa parte dei temi di ricerca che il Centro di Ricerche in Analisi economica e sviluppo economico internazionale (Cranec) porta avanti ormai da molti anni» ha spiegato la professoressa Floriana Cerniglia , direttore del Centro. L’obiettivo di questo volume è quello di stabilire una connessione tra la ricerca economica e le sfide cui l’Europa è stata chiamata negli ultimi anni». Su questo Baldassarri è molto chiaro: la risoluzione della crisi europea «non è un’aspirazione, ma un’esigenza». Può suscitare sorpresa, ma la crisi europea, assicura Baldassarri, non dipende dalla crisi mondiale, così come la crisi italiana non dipende dalla crisi europea: «A ciascuno il suo», ha concluso il professore.

 

Europa, la partita è aperta

milano Europa, la partita è aperta L’appassionata lezione di Enrico Letta sul futuro di un’Unione europea, che deve riscrivere le sue ragioni, lontana dai tecnicismi e vicina alla vita dei cittadini. È il caso di Enrico Letta , protagonista del secondo appuntamento dei “ Colloqui sull’Europa ”, il ciclo di incontri organizzato dal dipartimento di Economia e finanza dell’Università Cattolica. L’ex premier fa notare come in entrambi i casi, gli slogan, che hanno accompagnato la fuoriuscita della Gran Bretagna dall’Unione e la corsa alla casa bianca di Trump, siano fortemente in antitesi con le idee di inclusione e globalizzazione tipiche del sogno europeo. Secondo Enrico Letta è necessario cambiare al più presto il discorso sull’Europa, allontanandolo dai tecnicismi per renderlo attuale e più vicino alla vita dei cittadini: «Gli argomenti vanno ripensati, perché rispetto al passato sono mutate le ragioni per cui facciamo l’Europa». Il ragionamento tocca diversi punti: dal fondo salva Stati all’idea di un’Europa più competitiva con una fiscalità comune a tutti gli Stati; dalla gestione dei migranti fino ad arrivare a parlare del ruolo dell’Italia all’interno delle istituzioni europee. Particolarmente interessanti le osservazioni sulla demografia, con una popolazione mondiale che continua a crescere, in particolare in Asia, e un’Europa ferma al palo, con gli stessi indici demografici di 40 anni fa. Non può mancare un pensiero dedicato all’Italia e agli italiani. Insomma, per dirla con Letta «la partita è ancora aperta», ma è essenziale che la politica riesca a trasmettere un’idea di Europa nuova e meno distante dalla nostra quotidianità.

 
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