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Prendersi un tè a Utopia

Si parla di un luogo dove la proprietà privata non esiste, dove tutti dispongono di un lavoro che occupa solo sei ore della giornata e hanno il tempo di dedicarsi ai propri diletti. Un posto dove le leggi sono poche e comprensibili per tutti, dove è presente una profonda tolleranza religiosa e tutti concorrono a un’esistenza pacifica il cui fine è il benessere comune. Il pubblico è condotto nel cuore dell’isola, impara a conoscerla, ed è invitato a prenderne parte fisicamente con un brindisi collettivo durante la lettura, in un momento di condivisione durante il quale viene servito un tè, che riproduce il sapore di una tipica bevanda utopiana. L’utopia è sempre frutto di una finzione, in quanto, per immaginarla, bisogna necessariamente partire dal Qui e rischia quindi di essere una dimensione in realtà conservatrice, portandosi dietro le tracce del presente, e non innovativa. Vittorini si accorge ben presto che questa realtà è solo apparentemente utopica: questo villaggio è in realtà arretrato a causa del suo isolamento, che lo tiene al di fuori del progresso della società moderna. Quella di Vittorini è quindi una denuncia della pericolosità delle utopie, che rischiano di diventare dei regimi totalitari se raggiungono la loro forma più estrema, finendo per diventare distopie. Anche in questo caso l’utopia diventa distopia, e muore il mito della generazione che doveva cambiare il mondo: la gioventù è transitoria e questo non le permette di essere controcultura, perché fallisce nel momento in cui cade nei medesimi errori dell’età adulta che prima denunciava.

 
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