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Da Kierkegaard ai Social Media

filosofia Da Kierkegaard ai Social Media Il filosofo danese se non potrà mai darci un algoritmo capace di individuare una fake news è in grado di aiutarci a problematizzare consapevolmente che cosa significhi “vero”. Considerato da molti il padre dell’esistenzialismo, il filosofo danese era estremamente attento ai modi della comunicazione, anzi era perfettamente consapevole che una certa modalità comunicativa potesse influire in modo essenziale sugli stessi contenuti del messaggio. Kierkegaard comprendeva le dimensioni esistenziali dell’ambiguità nella comunicazione, ciò che chiamava ‘comunicazione indiretta’, e come la comunicazione stessa forma le relazioni umane. La grandezza di Kierkegaard è incontestabile» spiega il professor Fausto Colombo , docente di Teoria della comunicazione e dei media in Università Cattolica. Secondo Ingrid Basso , ricercatrice del Dipartimento di Filosofia dell’Università Cattolica e relatrice al simposio, «quando parliamo di Kierkegaard ci riferiamo naturalmente a un vero che è in se stesso vitale, un vero esistenziale”. Ora, come tutto questo può rientrare in un discorso che voglia affrontare il problema attuale delle cosiddette fake-news? Innanzitutto per poter parlare di “fake” bisogna avere appunto un corrispettivo opposto di riferimento, che si usa appunto definire “vero”, ma che potremmo però meglio chiamare “autentico”. Inoltre lui stesso fu oggetto di una campagna denigratoria di un giornale satirico, Corsaren , a opera di quelli che oggi chiameremmo dei veri e propri haters .

 

Son tutte chiacchiere?

by a cura di Velania La Mendola | 24 gennaio 2018 “Più cresce l’informazione, più sembra diminuire la conoscenza, e il vuoto di pensiero sempre più si riempie di hate speech , bufale, fake news . La crescita dei populismi e del cosiddetto consenso post-politico pone grandi sfide, così come la polarizzazione del dibattito che spinge le persone agli estremi, dato che provocare è un modo di massimizzare il coinvolgimento”. Ad esempio il filosofo tedesco precisa che il diffondersi e ripetersi della chiacchiera ha il potere di trasformare il non sapere in sapere : un non sapere continuamente presentato, ripetuto e diffuso come se fosse un sapere alla fine viene percepito e soprattutto utilizzato come se fosse un sapere. Rispetto all’essenziale e alla complessità di cui la chiacchiera è un sintomo, […] il dibattito attorno alla post-truth e alle fake news si impone per la sua limpida vacuità: vecchie questioni, teoria di banalità, temi da tempo studiati, poca serietà nell’affrontarli, nessun rigore nell’esaminarli. È proprio per questa ragione, per evitare il dramma e le complicazioni di questa coappartenenza essenziale, che forse conviene lasciar perdere sia la ‘verità’ che la ‘morale’, occupandosi piuttosto della post-truth e della deontologia relativa alle fake news . Con il ritorno a uno scenario da “prima repubblica”, che assegna maggiore centralità ai partiti, è assai probabile che il rapporto tra cittadini e politica possa deteriorarsi ulteriormente e che nell’opinione pubblica il pendolo tra “testa” e “pancia” si sposti ancor più nettamente a favore di quest’ultima ». Nando Pagnoncell i è presidente di Ipsos Italia ed è docente di Analisi della pubblica opinione alla facoltà di Scienze politiche e sociali , sede di Milano.

 
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