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Influenza, non fate gli eroi

Intervista all’infettivologo Roberto Cauda 10 gennaio 2018 Come affrontare il picco di influenza che ha colpito milioni di italiani? La risposta può sembrare scontata ma non lo è: mettersi a letto e non fare gli eroi . Quella di quest’anno non è molto diversa da quella degli anni passati, anche se è certa una maggiore gravità dovuta a qualche piccola variazione dei virus che ha aggravato il quadro generale con disturbi intestinali più diffusi. Quanto è importante vaccinarsi? Chi dovrebbe farlo? «Quest’anno si sono diffusi due virus di tipo A (H1N1 e H3N3) e due di tipo B. In base a quello che è circolato nell’altro emisfero abbiamo potuto prepararne due tipi, uno trivalente e uno quadrivalente. Che fare in questo caso? «Fondamentale è non farsi prendere dal panico per la temperatura elevata: l’entità della febbre non ha una relazione diretta con la gravità del quadro clinico, che può essere valutato correttamente solo attraverso un attento esame obiettivo e, se necessario, qualche mirato esame di laboratorio. Quanto dura? «La durata è usualmente di 3-5 giorni ed è contenuta entro un periodo massimo di due settimane, ma il decorso può prolungarsi in presenza di complicazioni, che possono essere anche pericolose per la vita, quando sono interessati soggetti a rischio (bambini cardiopatici, con fibrosi cistica, broncodisplasia, ecc.)». È importante vaccinarsi? La vaccinazione è l’unico modo per prevenire un’infezione ed è un presidio fondamentale per quelle categorie di persone che sono considerate a rischio di complicanze gravi. Al di fuori di queste, il vaccino è consigliabile anche in bambini piccoli, dei primi due anni di vita, poiché è il gruppo che può andare maggiormente incontro a ospedalizzazione per insorgenza di complicanze.

 

Zika e i virus della globalizzazione

Per il direttore dell’Istituto di Clinica delle Malattie infettive di Roma Roberto Cauda una buona fetta di responsabilità è da attribuire allo scarso rispetto degli ecosistemi. Al novero delle malattie che hanno contraddistinto il nuovo millennio, si è aggiunto il virus Zika , che prende il nome da una foresta dell’Uganda. Si tratta di una malattia vecchia e nuova allo stesso tempo, nel senso che prima di questa esplosione in Brasile, anticipata da focolai di avvisaglia in Asia, nel 2007, era un virus già noto alla comunità scientifica perché isolato in Uganda nel 1947. Perché si sta diffondendo soltanto adesso, dopo un “letargo” di oltre sessant’anni? «I fattori che favoriscono la diffusione di questo virus come di altri patogeni sono molteplici, ma una buona fetta di responsabilità è da attribuire alla condotta dell’uomo e allo scarso rispetto degli ecosistemi. La relazione tra le due malattie è scientificamente provata? «In Brasile, su una popolazione di oltre 200 milioni di persone, nascevano in media trecento bambini affetti da microcefalia, di recente se ne sono contati tremila. È chiaro che, qualora si diffondesse, Zika sarebbe un contagio “da importazione” che riguarda singoli casi, dato che non è verosimile ipotizzare da noi o negli Stati Uniti una diffusione tale da determinare un vero e proprio focolaio di malattia. In relazione a fenomeni globali come questo tipo di malattie, la stampa è una risorsa o la disinformazione può creare equivoci pericolosi? «Gli organi di informazione sono fondamentali perché sono una macchina che permette alla comunità scientifica di arrivare velocemente alle persone.

 
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