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Ecco il Recovery Fund sotto le lenti di un microscopio multidisciplinare

Lo speciale Ecco il Recovery Fund sotto le lenti di un microscopio multidisciplinare Non è semplice distinguere nettamente i confini dell’accordo raggiunto a Bruxelles dopo trattative estenuanti. Le analisi di alcuni professori dell’Università Cattolica su un risultato che potrebbe aver cambiato l’Unione europea 22 luglio 2020 a cura di Katia Biondi e Paolo Ferrari Ci sono voluti quattro giorni e cinque notti di Consiglio europeo per raggiungere l’accordo sul Recovery Fund definito da molti “storico”. Il secondo vertice più lungo degli ultimi vent'anni dopo quello di Nizza in cui fui rivisto l’assetto istituzionale. Sul piatto 750 miliardi di euro, di cui 390 miliardi di sussidi e 360 di prestiti, destinati ai Paesi europei maggiormente colpiti dalla pandemia. Quindi una partita da giocare, anche per l’Italia che per il suo alto debito pubblico non è ben vista dagli altri Stati membri, in particolare dai cosiddetti “frugali”. Chi ha vinto? Chi ha perso? Per capire nei dettagli i risvolti dell’accordo dal punto di vista sia politico sia economico abbiamo chiesto ad alcuni professori dell’Università Cattolica un commento sull’intesa del 21 luglio che indubbiamente rimarrà nella storia dell’Unione europea. Le resistenze degli Stati “frugali” Il giurista Alessandro Mangia: «Attenti ai facili entusiasmi» Prima di sbilanciarsi in giudizi entusiastici sull’accordo raggiunto a Bruxelles sul Recovery Fund, è necessario aspettare la traduzione normativa.

 

Il giurista: «Attenti ai facili entusiasmi»

È un’Europa unita quella che emerge da questo accordo? «Le sembra coesa un’Europa che ha dato questo spettacolo per quattro giorni? È chiaro che ciascuno dei partecipanti a questo Consiglio ha bisogno di un evento favorevole da rivendere in chiave di competizione politica interna. Quale sarebbe la parte del mondo che viene gestita in questo modo? E guardi che non è un discorso a priori euroscettico: è questione semplicemente di riconoscere la disfunzionalità di questo sistema. In sé non è né negativa né positiva: è semplicemente un veicolo istituzionale che qualcuno sa usare e che noi abbiamo usato molto male». Da allora continua a sopravvivere e cerca una ragione di esistenza, Se fosse un ente di diritto interno sarebbe tranquillamente definito un ente inutile, visto che le funzioni del MES sono oggi svolte dalla BCE e, probabilmente, lo saranno dal Recovery Fund che sarà approntato nei prossimi mesi. Si figuri che, nei giorni scorsi, qualcuno aveva persino ipotizzato di fare un quarto fondo per aggirare le difficoltà di questa trattativa: ideare, cioè fare un quarto veicolo finanziario, dopo il FESF, il MESF e il MES. Il tutto in deroga al TFUE che in realtà, nei suoi artt. Il che spinge alla ricerca di trovate estemporanee che si esprimono in una sequenza di comunicati stampa che riempiono le pagine dei giornali, hanno un significato politico, ma che hanno valore normativo pari a zero. Se a questo aggiunge che il funzionariato europeo che si trova in Commissione non è affatto quel regno della tecnocrazia competente e illuminata che, per qualche ragione, piace dipingere qui in Italia, può farsi un’idea della situazione in cui ci muoviamo».

 

Quadrio Curzio: finalmente arrivano gli “eurobond”

Secondo l’economista adesso bisogna camminare con abilità e velocità verso la sponda della sicurezza che significa sviluppo e occupazione, innovazione e convergenza. È chiaro adesso che il CE ha evitato alla Ue di cadere in un precipizio e lo ha fatto gettando, con notevole innovazione, un “ponte snodabile” e come tale oscillante tra le due sponde. Adesso bisogna camminare con abilità e velocità verso la sponda della sicurezza ma anche per passare su un “ponte robusto” per approdare poi alla sponda sicura che significa sviluppo e occupazione, innovazione e convergenza. Il ponte per la sponda sicura è il programma di mandato della presidente von der Leyen, poi integrato con il programma Merkel-Macron di maggio e quindi con il “Next Generation EU”. Si va così dal Green Deal alla euro-sovranità digitale e sanitaria alle quali dovrà allinearsi il Recovery Fund sperando anche che si possano recuperare i ridimensionamenti posti in essere nel bilancio comunitario. Siamo solo agli inizi perché il progetto di integrare i fondi del recovery con il bilancio comunitario va definito, è soggetto ai rischi della politica con orizzonti brevi, trova già ora contraddizioni. continua a leggere su Huffingtonpost ] * professore emerito di Economia politica all’Università Cattolica, fondatore e attualmente presidente del Consiglio scientifico del Cranec (Centro di ricerche in Analisi economica), presidente emerito dell’Accademia Nazionale dei Lincei #europa #recovery fund #accordo #unioneeuropea Facebook Twitter Send by mail Print.

 

L’economista: «Un accordo storico»

Lo speciale «Siamo di fronte a un accordo storico e nonostante la fatica che ha segnato le giornate dell’ultimo Consiglio europeo gli elementi di fondo della proposta della Commissione Ue restano tutti». Angelo Baglioni , docente di Economia monetaria nella facoltà di Scienze bancarie, finanziarie e assicurative nonché direttore dell' Osservatorio monetario giudica positivamente l’accordo sul Recovery Fund e sul bilancio europeo 2021-2027, giunto alla fine del secondo vertice più lungo nella storia dell’Unione europea. Il fatto che questi fondi saranno finanziati dalla Commissione emettendo titoli sul mercato, i bond che rispondono sostanzialmente a una forma di Eurobond, di debito comunitario garantito dal bilancio Ue e in prospettiva anche da risorse proprie, quindi da alcune tasse e risorse proprie dell’Unione. Penso che un controllo forte da parte del governo ci voglia, di modo che le procedure non si perdano in tutti i livelli, in tutti gli strati e negli enti vari della pubblica amministrazione. Al di là di tutto e dopo una lunga trattativa l’accordo è stato raggiunto… «Indubbiamente c’è una certa frattura in Europa tra i paesi cosiddetti Frugali e gli altri. Però con il modo di decidere attuale del Consiglio europeo questi paesi, per quanto piccoli, finiscono per avere un ruolo di veto o quasi di veto ancora molto pesante e siccome si fidano poco dei paesi ad alto debito, come Italia e Spagna, questo è un grosso problema. Il problema è quando la trattativa avviene a livello di capi di stato e di governo oppure a livello di ministri dove prevale una logica nazionale e intergovernativa dove ciascuno guarda all’elettorato di casa sua».

 

Bordignon: è l’alba di un’Europa federale

Lo speciale Ci sono vincitori e vinti dopo il lungo Consiglio d’Europa che si è concluso a tarda notte? «Come si addice a un compromesso, potremmo dire che hanno vinto tutti». Infine, il premier olandese Rutte ha ottenuto che si introducesse un emergency break nel Recovery fund per permettere a un singolo Paese di intervenire se pensa che altri Stati stiano sprecando i soldi ricevuti dall’Europa, chiedendo di discuterne al Consiglio europeo». È la prima volta che di fronte a un problema generale, si consente al bilancio europeo di indebitarsi, fornendo liquidità agli Stati. Che cosa significa tutto questo? «Significa che quello europeo diventa quasi un bilancio vero, come quello di un qualunque Stato, che viene finanziato da imposte. Ovviamente questi pregiudizi hanno un fondo di realtà: se Rutte dice che non vuole dare i soldi all’Italia perché non siamo capaci di spenderli, ha qualche ragione, come dimostrato dallo spreco che abbiamo fatto dei fondi strutturali europei negli anni scorsi. Ma anche i 120 miliardi di prestiti sono molto agevolati: sono probabilmente a lungo periodo (30 anni) e dunque non dobbiamo andare a ricontrattarli sul mercato a breve e gli interessi che pagheremo sono molto più bassi di quelli che l’Italia dovrebbe pagare su prestiti di questa durata. Il premier Conte si è affrettato a mettere le mani avanti sulla questione del Mes. Lei che ne pensa? «Il bilancio europeo è stato costruito fin dall’inizio per consentire una qualche redistribuzione tra Paesi (un Paese non riceve esattamente quanto paga).

 

Il politologo: «L’Europa torna a contare»

La stessa ragion d’essere dell’Unione europea è evitare quanto più possibile che alla fine di un processo negoziale ci siano dei vincitori e dei perdenti netti. Peraltro, oltre al fatto che la presunta “vittoria” di un certo Paese non comporta necessariamente il miglioramento delle condizioni di tutti settori della società nazionale, decenni d’integrazione hanno contribuito al rafforzamento d’interessi trasversali rispetto ai Paesi membri. Invece l’accordo finale prefigura una situazione in cui solo una minoranza rafforzata potrà effettivamente bloccare l’utilizzo dei fondi: la somma delle popolazioni dei Paesi contrari ai piani presentati da quelli che utilizzeranno i fondi dovrà essere pari ad almeno il 35% della popolazione dell’Unione europea. A ciò va aggiunta la possibilità di trovare un compromesso nella “camera di compensazione politica” dell’Unione, ovvero il Consiglio europeo, che raccoglie i capi di stato e di governo dei Paesi membri e il presidente della Commissione e guidato attualmente da Charles Michel». Infatti, fra le condizioni che la Commissione proponeva affinché i Paesi membri potessero usufruire delle risorse europee era proprio il rispetto di tali principi – ma pare che questo sia stato uno dei punti sui quali si è ceduto per ottenere il sostegno di alcuni membri. Non dimentichiamo che il budget dell’Ue è una parte irrisoria del Pil del continente: se il bilancio pubblico dei Paesi europei è di solito pari a una percentuale che va da un terzo a metà del prodotto interno lordo nazionale, quello dell’Unione è solo l’1% del Pil europeo. La capacità di prendere una decisione del genere nelle circostanze attuali e l’entità della decisione è di sicuro significativa perché conferma una rilevanza dell’Unione europea che non potevamo e non possiamo dare per scontata.

 

Gemelli, accordo con San Marino

ROMA Gemelli, accordo con San Marino L’intesa siglata martedì 27 settembre tra la Fondazione e la Repubblica offrirà un contributo alla specializzazione dei camici bianchi sammarinesi. Prevista anche la creazione di un centro di studi clinici per la sperimentazione di farmaci. settembre 2016 La sanità sammarinese punta sulle professionalità dei suoi camici bianchi investendo risorse nella specializzazione grazie ad un’intesa con l’Università Cattolica del Sacro Cuore e una intesa con la Fondazione Policlinico A. Gemelli basata sull’assistenza sanitaria per i cittadini sammarinesi, sulla ricerca scientifica e l’interscambio di professionalità mediche. Inoltre è prevista la creazione a San Marino di un centro di studi clinici per la sperimentazione di farmaci in ambito oncologico, infettivologico e immunologico volti a garantire lo sviluppo di terapie all’avanguardia per la cura di numerose patologie. San Marino punta in particolare su una linea formativa nelle professioni mediche che contempli il corso di laurea e la scelta di specializzazione in un unico contesto. In questa ottica è stato siglato l’accordo tra San Marino e un’istituzione universitaria e un’istituzione ospedaliera di assoluto prestigio come l’Università Cattolica del Sacro Cuore e del Policlinico Gemelli, riconosciute in Italia e all’estero, come leader per l’alto livello di ricerca. Questo accordo - è poi intervenuto il presidente della Fondazione Policlinico Gemelli Giovanni Raimondi - è importate perché introduce il concetto di “rete” sanitaria sia per le prestazioni sia per i progetti di ricerca che saranno più efficaci grazie alla condivisione delle risorse».

 
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