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Dove va l’Europa, tra banche e Brexit

In programma, tra gli altri, l’intervento del presidente Inps Tito Boeri , che parlerà di populismo, e un’analisi delle ragioni del “leave”. Sono i temi al centro del convegno annuale de lavoce.info , il sito d’informazione e analisi economica che in quindici anni di attività è diventato in Italia un think tank che raccoglie analisi e approfondimenti su temi relativi all’economia italiana e internazionale. Seguiranno gli interventi di Angelo Baglioni (Università Cattolica) e Marco Onado (Bocconi), che analizzeranno il modo in cui sono stati affrontati i recenti casi di crisi di alcune banche italiane. L’esperienza di questi casi mostra che l’applicazione delle nuove regole europee (il bail-in) incontra molte difficoltà e la credibilità di queste regole è messa a dura prova. Una delle ragioni di questa situazione è che è mancata la protezione del risparmiatore, a cominciare dalla trasparenza e dalla correttezza nei rapporti banca-cliente. Infine, Tito Boeri affronterà il delicato tema del populismo, partendo dalla constatazione che è figlio di uno stato sociale che non è in grado di proteggere ampi strati della popolazione, oltre che dei cambiamenti indotti dalla globalizzazione e dal progresso tecnologico. Al presidente Inps il compito di delineare alcune risposte innovative: dall’abolizione dei trattamenti di favore ingiustificati alla necessità di rendere la protezione sociale più efficiente nel raggiungere chi ha davvero bisogno d’aiuto.

 

Theresa May e la crisi del leader

È la logica della democrazia, che si alimenta di promesse che non possono essere mantenute. Quando poco meno di due mesi fa Theresa May annunciò a sorpresa la fine della legislatura e la decisione di andare a elezioni anticipate, il risultato della consultazione sembrava pressoché scontato. Proprio il leader laburista – dipinto dalla stampa e da molti osservatori più o meno come un caratterista uscito da un film di Ken Loach e approdato per errore sul palcoscenico della politica nazionale – era anzi considerato come il principale responsabile della vittoria annunciata dei conservatori. La vera sorpresa è venuta però proprio dal Labour di Corbyn, che, pur nel corso di una campagna elettorale così contratta (e peraltro funestata da eventi terroristici), ha ottenuto un risultato sorprendente. Piuttosto, si può sostenere che, tornando più o meno ai livelli del 2010, il partito sembra avere arrestato quella tendenza al declino delineatasi a partire dagli ultimi anni di governo di Blair e in coincidenza con le leadership di Gordon Brown ed Ed Miliband. Ma è sicuramente significativo che un candidato come Corbyn – così spesso definito come un grigio burocrate, nostalgico dello statalismo e degli anni Settanta – si sia rivelato in grado di conquistare una fetta rilevante dell’elettorato specialmente giovane, senza troppe concessioni alle logiche della “personalizzazione” e dello spettacolo politico. Si tratta per molti versi di una conseguenza della logica stessa della democrazia, che vive anche alimentandosi di promesse che non possono essere mantenute e di entusiasmi destinati a scemare.

 
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