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Cauda: «Forse siamo sopra la punta più alta dell’epidemia»

Secondo l'infettivologo ci sono piccoli segnali di inversione del fenomeno e forse sia al di sopra della punta più alta dell'epidemia. Anche se bisogna stare attenti al centro-sud, in ccui il contagio è partito più tardi. nedicina #coronavirus #epidemia #cauda Condividi Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Zika e i virus della globalizzazione

Per il direttore dell’Istituto di Clinica delle Malattie infettive di Roma Roberto Cauda una buona fetta di responsabilità è da attribuire allo scarso rispetto degli ecosistemi. Al novero delle malattie che hanno contraddistinto il nuovo millennio, si è aggiunto il virus Zika , che prende il nome da una foresta dell’Uganda. Si tratta di una malattia vecchia e nuova allo stesso tempo, nel senso che prima di questa esplosione in Brasile, anticipata da focolai di avvisaglia in Asia, nel 2007, era un virus già noto alla comunità scientifica perché isolato in Uganda nel 1947. Perché si sta diffondendo soltanto adesso, dopo un “letargo” di oltre sessant’anni? «I fattori che favoriscono la diffusione di questo virus come di altri patogeni sono molteplici, ma una buona fetta di responsabilità è da attribuire alla condotta dell’uomo e allo scarso rispetto degli ecosistemi. La relazione tra le due malattie è scientificamente provata? «In Brasile, su una popolazione di oltre 200 milioni di persone, nascevano in media trecento bambini affetti da microcefalia, di recente se ne sono contati tremila. È chiaro che, qualora si diffondesse, Zika sarebbe un contagio “da importazione” che riguarda singoli casi, dato che non è verosimile ipotizzare da noi o negli Stati Uniti una diffusione tale da determinare un vero e proprio focolaio di malattia. In relazione a fenomeni globali come questo tipo di malattie, la stampa è una risorsa o la disinformazione può creare equivoci pericolosi? «Gli organi di informazione sono fondamentali perché sono una macchina che permette alla comunità scientifica di arrivare velocemente alle persone.

 

Tanzania, conclusa la missione del Cesi

ATENEO Tanzania, conclusa la missione del Cesi Con il rientro a Roma del professor Roberto Cauda , direttore del Centro d’Ateneo per la solidarietà internazionale , è terminato il progetto sul controllo delle infezioni ospedaliere nel Consolata Hospital Ikonda. luglio 2016 Si è conclusa da poco la missione al Consolata Hospital Ikonda in Tanzania del professor Roberto Cauda , direttore del Centro di Ateneo per la Solidarietà Internazionale e docente di Malattie Infettive alla sede di Roma. Le due dottoresse hanno formato oltre 200 operatori locali tra medici, infermieri e personale sanitario dell’ospedale sui temi della promozione dell’igiene delle mani per la riduzione della diffusione delle malattie infettive, su come effettuare una corretta diagnosi della tubercolosi e sul trattamento dei pazienti con patologie respiratorie da contatto. A giugno 2016 sono stati organizzati altri due corsi di formazione : il primo sul controllo dell’uso degli antibiotici, curato da Claudia Palazzolo , medico specializzando in malattie infettive all’Università Cattolicam che ha lavorato con 150 operatori sanitari. Nella realizzazione dei corsi ci si è avvalsi della collaborazione di Gian Paolo Zara , medico volontario al Consolata Hospital Ikonda, che sarà presente anche in occasione dell’ultimo ciclo di incontri sul trattamento della tubercolosi, che si terrà a ottobre 2016 e chiuderà il progetto di 18 mesi. Oltre agli interventi formativi, il progetto ha permesso l’acquisizione di specifici macchinari per la diagnosi della tubercolosi e per ottenere l’antibiogramma dei batteri isolati dal sangue, questi ultimi tra i principali responsabili delle malattie infettive. La GeneXpert, che, in linea con le direttive dell’Organizzazione mondiale della Sanità, permette di indentificare i diversi ceppi batterici della tubercolosi, è già operativa e consente di indirizzare al meglio le cure per i pazienti al fine di interrompere la catena di diffusione e trasmissione della malattia.

 

Cauda, primo obiettivo? Fermare i contagi

Roma Cauda, primo obiettivo? Fermare i contagi Nel giro di due settimane, secondo l’infettivologo dell’Università Cattolica-Policlinico Gemelli, dovremmo registrare una diminuzione progressiva. marzo 2020 «Non sarà possibile vedere in pochi giorni risultati concreti nei numeri ma sicuramente sul lungo periodo, tra non meno di due settimane, ci aspettiamo ragionevolmente che sia raggiunto quello che è il primo obiettivo: l’avvio della diminuzione progressiva dei contagi di coronavirus». Roberto Cauda , docente di Malattie infettive all’Università Cattolica e direttore dell’Unità di malattie infettive del Policlinico Gemelli di Roma, spiega così il possibile evolversi dell’emergenza epidemiologica. A questo termine va attribuito un valore più psicologico che epidemiologico: si tratta della presa di coscienza dell’oggettiva presenza di una epidemia, sulla base dei numeri, anche da parte di quegli Stati più riottosi o che ancora tendono a sottovalutare il problema». Ancora, «abbiamo imparato che farmaci già in uso come quelli a base di clorochina, utilizzati per la cura della malaria, dell’ebola o dell’hiv, sono efficaci» e che «i sintomi del contagio sono la febbre sopra i 37,5 gradi e una tosse secca molto fastidiosa e continua, talvolta anche la congiuntivite». A oggi si contano quasi 120.000 casi, in più di 100 Paesi del Mondo; circa 17.000 casi in Europa, il 60% dei quali in Italia dove si osserva una letalità del 5% circa, a causa probabilmente dell’elevato numero di persone suscettibili colpite (anziani e portatori di malattie croniche). Si comprende bene quindi come questi numeri possano impattare sul Sistema Sanitario, se si considera che non vi è terapia specifica né vaccino e l’intera popolazione mondiale non ha anticorpi contro questo nuovo virus, filogeneticamente appartenente alla famiglia dei Coronavirus agenti eziologici della SARS.

 
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