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Don Maurizio, il virus visto da dentro

Preti in prima linea Don Maurizio, il virus visto da dentro Parroco di una piccola parrocchia sopra il Lago Maggiore, docente di teologia a Psicologia in Unicatt, ha dovuto affrontare faccia a faccia il Covid-19 nella Rsa di cui è responsabile. Don Maurizio Medina si descrive così: un amore per Dio e per gli altri, che fin da piccolo l’ha portato a frequentare ambienti cattolici, e un forte desiderio di diventare prete, anche se «le motivazioni di quando ero piccino non sono le stesse che mi hanno portato a diventarlo. Quali attività svolge oggi? «Sono parroco di una piccola parrocchia nella zona sopra al Lago Maggiore, una comunità di 3.000 persone, insegno a un seminario di Teologia delle Religioni a Novara e sono docente di Teologia alla facoltà di Psicologia dell’Università Cattolica a Milano. Gesù ne è l’esempio lampante: era un uomo con i piedi per terra, ma che aveva la capacità di parlare del mistero di Dio con enorme semplicità. Con l’avvento del Coronavirus, come sono cambiate le attività di cui si occupa? «Ciò che è cambiato più radicalmente non interessa la mia vita come prete o insegnante, ma la piccola casa di riposo dove ho un incarico di responsabilità, Fondazione Maria Grazia Taglietti. Lì abbiamo vissuto direttamente l’esperienza del virus: all’inizio si pensava che non sarebbe mai arrivato, quando è arrivato abbiamo sperato che non fosse Coronavirus, poi abbiamo cercato un colpevole e infine, quando ci siamo resi contro di esserci dentro, abbiamo detto: “dobbiamo fare qualcosa”. Terzo di una serie di articoli dedicati all’impegno dei preti assistenti pastorali o docenti di teologia dell’Università Cattolica sul fronte Coronavirus #preti #covid #teologia #anziani Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Dopo Covid, l’occasione di cambiare vita

Per i defunti la cosa che mi ha sorpreso è stata la cura con cui il personale della lavanderia, che gestiva la sala mortuaria vista la vicinanza tra i reparti, ha accompagnato i defunti. Nella clinica di Ome in questi due mesi i decessi sono arrivati a 172 rispetto a una media che in origine era di 60 all’anno». Dalle persone con cui è entrato in contatto c’è questa paura della morte che può arrivare da un momento all’altro? «Penso che lo shock sia stato all’inizio. Quando è mancato il defunto più giovane (circa 60 anni), siamo riusciti a concordare con le onoranze funebri che il carro potesse fermarsi sotto casa della moglie per un momento di preghiera». Secondo lei, che conseguenze ci saranno dal punto di vista spirituale quando finirà tutto questo? «Penso che all’inizio avremo molte richieste in chiesa perché adesso la voglia di andare a una messa o poter vivere una celebrazione comunitaria è davvero forte. E in questo credo che chi viva una fede religiosa, come anche i musulmani del centro islamico locale che hanno vissuto il Ramadan, si augura che questo tempo di misericordia porti a uscire diversamente». Sesto di una serie di articoli dedicati all’impegno dei preti assistenti pastorali o docenti di teologia dell’Università Cattolica sul fronte Coronavirus #preti in prima linea #covid #coronavirus Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Pane e parole per aiutare i poveri

Preti in prima linea Pane e parole per aiutare i poveri Fra Carlo Cavallari opera nel centro Milano aiuta del Convento di Sant’Antonio dove si offrono vari servizi alle persone più bisognose. Fra Carlo Cavallari , cultore della materia in Teologia all’Università Cattolica, parla così del suo passato, che oggi lo porta a essere membro attivo nel centro Milano Aiuta , all’interno del Convento di Sant’Antonio di Milano. Il bisogno, come una doccia o un pasto caldo è solo il punto di partenza di un cammino più ampio non solo da parte dei bisognosi, ma anche da parte nostra. La vita è fatta di relazioni e le relazioni non hanno scadenza, ci sono persone che vengono da noi da tanti anni e con queste siamo cresciuti e continuiamo a tenerci in contatto. In un periodo in cui la socialità è pericolosa per la salute pubblica, come è cambiata la vostra attività al centro Milano Aiuta ? «Questa è la cosa più difficile per noi. Prima della pandemia, chi veniva qui passava dal centro e, così, iniziavamo a conoscere la sua storia. Nonostante ciò, mi è rimasta impressa la storia di un ragazzo italiano che ha sempre viaggiato molto per l’Italia e per l’Europa, vivendo il lavoro come unica via di fuga e riscatto e tralasciando alcune dimensioni della propria vita, come la dimensione relazionale. Quello che ci aspettiamo è che la nostra modalità di aiuto diventi una modalità condivisa, puntando sempre più a una capillarità.

 

Il don in trincea insieme ai medici

Trovo che l’esercizio del ministero sacerdotale tocca in questa fase una delle sue punte più alte: un approccio di vicinanza e di affetto che travalica le parole» by Giacomo Cozzaglio | 27 maggio 2020 Nell’emergenza Covid hanno fatto notizia, accanto a medici e infermieri, anche i sacerdoti. Questa pandemia ci ha trovati un po’ tutti impreparati soprattutto per quello che riguarda le proporzioni del numero dei malati che ha fatto sì che parecchi reparti del Policlinico si dovessero immediatamente trasformare in Covid. Nella sua esperienza di questi mesi è entrato in contatto con medici relativamente giovani che sono stati coinvolti nello sforzo medico? Quale è stato l’approccio con loro? «Essendo il nostro un Policlinico universitario, la maggior parte dei medici sono giovani. È logico che su di loro ha avuto un impatto diverso in quanto medici che fino a ieri si occupavano soltanto della loro specialità mentre ora viene chiesto loro di curare i pazienti Covid. Soprattutto coloro che sono più direttamente a contatto con i pazienti Covid o che addirittura si sono contagiati hanno iniziato un percorso di riflessione non solo a livello personale, ma anche di rivisitazione del loro approccio medico-infermieristico. Spesso il mio andare più volte in questi luoghi durante la giornata è stato accolto con “sei capitato nel momento più importante, in cui avevamo bisogno di te”, chiedendo una preghiera o una benedizione, richiesta che non capitava che facessero prima. Sono tutte espressioni che indicano il desiderio da parte loro di aver assoluto bisogno di qualcosa di più profondo che accarezzi in quel momento la loro mente e soprattutto i loro cuori».

 

Don Simone: «Dio non ci lascia mai soli»

Tra di loro anche molti assistenti pastorali o docenti di teologia dell’Università Cattolica, che, accanto al loro impegno in Ateneo, sono stati in prima linea su diversi fronti Aiutare le persone in difficoltà a causa della pandemia si può fare con molti gesti. È quanto cerca di fare don Simone Tosetti , giovane vicario parrocchiale della chiesa di San Nicolò a Trebbia in provincia di Piacenza, assistente diocesano dell’Azione Cattolica Ragazzi e cultore della materia in Teologia nel campus di Cremona dell’Università Cattolica. Abbiamo cercato di mantenere un contatto telefonico con tutti, in particolar modo con gli anziani che abitualmente frequentavano la parrocchia o il bar dell’oratorio, perché erano quelli che rischiavano di più sentire la solitudine. Nell’Ottava di Pasqua e poi nel mese di maggio abbiamo fatto delle dirette sulla pagina Facebook della parrocchia dove abbiamo proposto delle meditazioni che possano alimentare la Fede in assenza dalle attività abituali». Per cui percepisci anche da prete l’importanza delle persone che hai intorno, non solo per il servizio che fanno ma anche per quello che creano con te a livello relazionale. Certamente gli eventi che accadono ci fanno porre delle domande anche nei confronti di Dio. Sicuramente c’è stato chi si è posto delle domande e probabilmente che adesso fatica a vivere la fede. Nel rapporto con il Signore qualcuno uscirà cambiato perché non avrà più tanta fiducia, ma sicuramente le persone che vivono sinceramente la fede ne usciranno rafforzate perché scopriranno che la presenza del Signore non viene a mancare anche in momenti così strazianti.

 

Prete, prof, volontario della Croce Rossa

Preti in prima linea Prete, prof, volontario della Croce Rossa Don Roberto Maier , docente di Teologia alla facoltà di Scienze agrarie, alimentari e ambientali, ha riunito in sé, durante il periodo del Coronavirus, molteplici dimensioni. Tra di loro anche molti assistenti pastorali o docenti di teologia dell’Università Cattolica, che, accanto al loro impegno in Ateneo, sono stati in prima linea su diversi fronti «Quando salgo in cattedra, non sono prete, ma professore. Lo afferma don Roberto Maier , prete per 18 anni in un oratorio nel milanese e poi docente di Teologia per le sedi di Cremona e Piacenza dell’Università Cattolica e docente di Bioetica all’Università Statale di Parma. La seconda è l’amore per l’uomo: proprio il fatto che io sia un prete cattolico e possa parlare oltre che di teologia anche del sistema agroalimentare o di economia, si radica su un grande amore per l’uomo che un cristiano dovrebbe avere e che gli studenti acquisiscono sempre più. Anche in questo caso l’interesse è mostrare come il religioso abbia a che fare con il linguaggio e come il linguaggio, a sua volta, abbia a che fare con ciò che supera le cose. Com’è cambiata in senso più pratico la sua attività con lo scoppio del Coronavirus? Cosa le è mancato di più della sua quotidianità? «Come tutti i preti che si sono trovati a vivere questa situazione, sono diventato un po’ più laico, più cittadino. Ho anche iniziato a fare delle attività che non avrei mai pensato di fare prima: sono volontario per la Croce Rossa e ho fatto lezione ad alcuni bambini di un quartiere povero di Milano che, purtroppo, sono rimasti tagliati fuori dalla didattica a distanza.

 
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