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La gioia di scoprirsi hermana

Sarebbe stata sufficiente qualche raccomandazione per il freddo dei 3640 metri della città di La Paz. Contrariamente alle aspettative che facevano pensare a un impatto a zero gradi, io e Clara, la mia compagna di avventure, siamo state accolte da quattro gradi: due per ciascuna. Durante il tragitto per arrivare alla parrocchia di Munaypata dove saremmo stati ospiti, i nostri occhi continuavano a muoversi rapidamente a destra e sinistra, nel timore di farsi sfuggire anche una sola istantanea di quella realtà a primo impatto così diversa dalla nostra. Man mano che la nostra esperienza proseguiva, mi sono resa conto che le storie di vita dei piccoli che incontravamo si ripetevano: genitori fisicamente ed emotivamente assenti, denutrizione e problemi di salute erano costanti di gravità variabile. Eppure, o forse proprio per questo, ognuno di loro mi ha saputo trasmettere la gioia del portare a casa un pezzo di pane o avere un paio di calze quando il freddo si impadronisce delle strade e delle case. Sono stata anche insignita del titolo di “hermana”: mentre a loro lasciavo la rassicurazione di essere una “suora in borghese” come tante del luogo, tenevo per me la felicità di essere semplicemente la loro sorella maggiore. Grazie al Charity Work Program perché in tempi di incertezze e paura del futuro, avere la possibilità di fare simili esperienze aiuta i giovani a porsi obiettivi e a credere nella possibilità di impiegare in modo utile la propria vita. Ma soprattutto grazie a ogni bambino incontrato per avermi trasmesso gioia, serenità e spensieratezza, per avermi aiutato a riflettere e per avermi dato una conferma sul percorso professionale che ho deciso di intraprendere.

 

Eco-fashion per l’indipendenza

charity work program Eco-fashion per l’indipendenza Marianna, di Scienze politiche e sociali, ha operato con le donne di Hilando Culturas a La Paz: con il lavoro artigianale nella moda etica, custodiscono la tradizione, proteggono l’ambiente sono liberate dallo sfruttamento e mantengono le loro famiglie. Eppure, la cosa che più mi rimarrà impressa nella mente, oltre alla sua bellezza contornata dal monte Illimani, saranno sicuramente i colori allegri e vivaci delle Cholitas , le tipiche donne boliviane vestite con ampie gonne, bombette e lunghe trecce, che sfilano veloci per la città. Proprio grazie a questo progetto è infatti possibile custodire tutte quelle tecniche antiche di tessitura che queste donne si tramandano di generazione in generazione; tecniche complesse, che richiedono tempo e soprattutto pazienza. L’assenza di sfruttamento della manodopera, prezzi giusti in grado di coprire il costo dei materiali e del lavoratore, la trasparenza della produzione, coloranti naturali e rispettosi dell’ambiente: sono tutti aspetti che rendono speciale un progetto come Hilando Culturas. Durante la permanenza ho avuto modo di osservare da vicino il processo di produzione di tutti i capi che le artigiane producono ogni giorno, all’interno di comunità quasi del tutto gestite da donne. In poco tempo mi sono sentita anch’io parte di quella comunità che ci aveva accolte con tanta semplicità, in un Paese in cui le condizioni economiche e sociali sono tutt’altro che semplici. Ma soprattutto non dimenticherò mai i volti di questo popolo così silenzioso che con un semplice sorriso è in grado di parlare più di chiunque altro.

 

Sulle Ande la moda social

In questi anni, infatti, ProgettoMondo Mlal ha analizzato le principali problematiche del territorio, quali la perdita progressiva dei saperi internazionali, le carenze tecnico-produttive, la mancanza di attenzione alla qualità dei prodotti, la difficoltà di accesso ai mercati nazionali e internazionali e l’assenza di coordinamento tra pubblico e privato. Per anni infatti non è mai stata data la possibilità alle donne di trovare un’occupazione che permettesse loro di contribuire al sostentamento familiare e di portare avanti la tradizione andina ma ora, grazie al progetto Hilando Culturas, ciò è possibile. Nello specifico ho vissuto la mia esperienza lavorando con Comart, una associazione senza scopi di lucro che lavora con 37 laboratori organizzati di artigiani e artigiane, che partecipano all’organizzazione tramite i propri rappresentanti durante le assemblee, seminari. Oltre che per la funzione commerciale è stato deciso di utilizzare il profilo Facebook anche come piattaforma per trasmettere e condividere conoscenza, postando di tanto in tanto notizie sulla storia dei prodotti, sul significato delle rappresentazioni e sull’importanza di salvaguardare la tradizione. Un ulteriore passo avanti è stato quello di consigliare l’apertura di una pagina Instagram, maggiormente dedicata a scopi commerciali, poiché si sta diffondendo molto velocemente l’utilizzo di questo secondo social, specialmente tra i giovani ma non solo. Dal punto di vista commerciale un ultimo traguardo è stato quello di iscriversi a un sito web che permette l’esportazione dei prodotti in qualsiasi parte del mondo, attività non presente prima del nostro arrivo, in passato discussa ma mai messa in atto. Per questo è stato molto utile l’incontro di preparazione a Verona dove abbiamo appreso aspetti importanti di quella che è la loro cultura, il loro comportamento, le loro usanze, la loro religione.

 

In Perù a sporcarsi le mani

charity work program In Perù a sporcarsi le mani Il Charity Work Program di Carolina, studentessa di Food Marketing a Piacenza, non è stato un lavoro nei campi ma “sul campo”: quello della solidarietà, dell’incontro con gente diversa, della collaborazione a un progetto sulla sicurezza alimentare. Niente automobili in giro; solo due carrette, una per noi e una per le valigie, per raggiungere l’Università Cattolica sedes sapientiae (Ucss) di Nopoki, dove ci hanno accolto il direttore Julio e la professoressa Rosio, nostro punto di riferimento, insieme a Oliver e Richard, nostre guide in molte circostanze. Tutti si salutano, anche senza conoscersi, basta incrociarsi per strada con qualcuno: un gesto che è diventato così normale anche per me che, al ritorno in Italia, mi veniva spontaneo salutare chiunque incontrassi per strada. Oltre a questo, sotto suggerimento di un nostro professore, ci siamo occupate di costruire, con l’aiuto di Richard e Oliver, un piccolo impianto che serve per filtrare e depurare l’acqua al fine di renderla potabile. Proprio in quest’occasione ho potuto ammirare, nelle persone che ci hanno aiutato, l’arte di sapersi arrangiare con quel poco che si ha, il tutto senza disperarsi, senza arrabbiarsi e senza lamentarsi. In quelle poco più di tre settimane di permanenza ad Atalaya abbiamo avuto anche il piacere di conoscere alcuni studenti dell’università, ragazzi provenienti da popolazioni indigene che quindi, oltre allo spagnolo, parlano una loro lingua nativa. In quel momento Alex, dopo averci spiegato in generale qualcosa sulla sua di famiglia, ha iniziato a parlarne raccontandoci un passato molto difficile che l’ha costretto ad affrontare parecchie difficoltà (e penso che ne abbia raccontato solo una parte).

 

Benedetta, MacGyver in rosa

charity work program Benedetta, MacGyver in rosa La studentessa di Piacenza, nelle quattro settimane di Charity work program in Perù , oltre a portare le sue conoscenze sulle tecnologie alimentari, ha costruito un filtro per l’acqua assemblato con sabbia e sassi in un territorio ad alto rischio infezioni. Da lì due carretti ci hanno condotto all’Universidad Católica Sedes Sapientiae (UCSS) di Nopoki, la sede universitaria ha ospitato me, Carolina e Barbara, studentesse di Food Marketing e strategie commerciali a Piacenza, per quattro settimane di questa esperienza unica. Ad attenderci il direttore Julio e la professoressa Rossio, nostra principale riferente insieme all’aiuto di due ex alunni, nonché docenti della facoltà di Ingegneria Agraria di Nopoki. Oliver, giovanissimo insegnante di chimica, ci ha sostenuto nel progetto per cui eravamo state selezionate e ci ha portato alla scoperta di luoghi caratteristici nelle vicinanze della cittadina, facendoci scoprire, in particolare, le Quebradas, cascate che loro definiscono come le nostre piscine. Con lui siamo andate alla scoperta della natura e della giungla, abbiamo fatto “escursioni” nelle piantagioni di cacao, di caffè e di ananas, che sono le più importanti materie prime del territorio. Le mie due compagne sono partite con l’obiettivo di trovare una strategia di mercato efficiente, che potesse essere applicata a una realtà forse più arretrata rispetto alla nostra, con l’obiettivo di implementare il mercato locale. Siamo giunte ad Atalaya con moltissimo entusiasmo, con la volontà di conoscere e di farci conoscere, di relazionarci e condividere punti di vista.

 

Volontari tra foresta e piantagioni

Per Barbara , che studia Food marketing a Piacenza, il Charity è significato incontri con studenti e docenti locali nel nome di un progetto sulla sicurezza alimentare. ottobre 2017 di Barbara Cisternino * Non è stato semplice raggiungere Atalaya, ma una volta arrivata con le mie compagne di viaggio Benedetta e Carolina, è stato ancor più difficile dirle addio. In particolare Richard, un professore d’ingegneria agraria dalle mille risorse, ha messo a disposizione il suo tempo per farci visitare le piantagioni di caffè e cacao dell’università e, con l’aiuto della professoressa Rossio, ha organizzato delle lezioni per approfondire il processo di produzione e di vendita di questi prodotti. I ragazzi dell’università inizialmente hanno avuto un po’ più di difficoltà ad aprirsi, ma sin dai primi giorni alcuni di loro si sono fatti avanti chiedendoci di insegnare loro l’italiano. I peruviani sono pieni di risorse, per non parlare della capacità di adattamento e di trovare soluzioni a tutto: Richard avrebbe potuto costruire un aereo con quello che trovava in giro e con un po’ di colla. Grazie alle direttive di Benedetta, studentessa di Scienze alimentari, e l’ingegno di Richard, siamo riuscite a costruire questo filtro: spero possa essere solo l’inizio di un progetto sulla sicurezza alimentare che si sta cercando di sviluppare tra la UCSS e la nostra università. Leggi il racconto della sua esperienza IN PERÙ A SPORCARSI LE MANI Il Charity Work Program di Carolina , studentessa di Food Marketing a Piacenza, non è stato un lavoro nei campi ma “sul campo”: quello della solidarietà, dell’incontro con gente diversa, della collaborazione a un progetto sulla sicurezza alimentare.

 

Brasile, uno psicologo “obrigado”

Charity Work program Brasile, uno psicologo “obrigado” Davide , neolaureato in Psicologia , ha trascorso il suo Charity Work Program in una comunità di recupero per tossicodipendenti e in un centro di riabilitazione psicomotoria per bambini con paralisi cerebrale. Ho cercato di lasciare a casa ogni tipo di aspettativa, pensiero, pregiudizio e cercare di vivere ogni singolo istante di questa esperienza. Di questa realtà fanno parte un centro di riabilitazione psicomotoria per bambini con paralisi cerebrale e tre comunità terapeutiche per persone con dipendenza chimica: una femminile e due maschili, di cui una in un’altra città a circa 300km da Porto Velho. Chiacchieravo con loro della loro vita, delle loro esperienze, ma allo stesso tempo partecipavo ai loro gruppi come osservatore affiancando lo psicologo. Un momento molto importante in cui avevo l’opportunità di ringraziarli direttamente e far capire loro che ero lì solo con la speranza di poter imparare qualcosa e di lasciare qualcosa di me a loro. Ho cercato di spogliarmi di qualsiasi pregiudizio su di loro così come loro hanno fatto nei miei confronti. Oltre all’esperienza nella comunità terapeutica, insieme alla mia compagna di avventura, Cecilia, ho trascorso una settimana anche nel centro di riabilitazione psicomotoria per bambini con paralisi cerebrale.

 

Un’accoglienza tutta brasiliana

Chaity work program Un’accoglienza tutta brasiliana Cecilia , nel suo Charity Work Program a metà tra il tirocinio e il volontariato internazionale, ha portato cinque anni di studi in Psicologia a contatto con le ragazze di una comunità che riabilita dalla dipendenza da alcol e droga. Quante volte le interrompevo per chiedere spiegazioni su alcune parole o frasi o chiedevo di spiegarmi il nome di alcuni oggetti, e ancora oggi mi stupisco di come abbiano sempre risposto col sorriso invece che con l’espressione infastidita che ci si potrebbe aspettare. È stata una grande opportunità, anche dal punto di vista psicologico, poter vivere in prima persona il funzionamento di una comunità terapeutica, comprenderne la metodologia, gli strumenti utilizzati, anche attraverso il dialogo diretto con gli psicologi che lavorano all’interno. Nonostante la loro realtà di vita, la maggior parte delle volte molto fragile e delicata, e i loro trascorsi spesso tutt’altro che positivi, erano persone con cui avevo in comune più di quanto pensassi: in primis la voglia di essere felici, di avere una famiglia, di costruirsi un futuro. Una situazione molto difficile, in cui ho respirato, però, un’aria di felicità e di amore, dal momento che le operatrici erano molto affiatate sia tra di loro sia con i bambini stessi. Le risate, gli scherzi e le battute che accompagnavano gli esercizi erano all’ordine del giorno, proprio perché permettevano di aumentare il loro livello di coinvolgimento e affrontare così gli esercizi al meglio. Giocare con loro, aiutarli a mangiare, riaccompagnarli nelle loro case è stata fonte di grande soddisfazione perché ciò che facevo con loro era qualcosa di veramente utile, fonte di emozioni positive, di cui tutti i bambini hanno bisogno.

 

Charity, si parte anche d’inverno

ateneo Charity, si parte anche d’inverno Per la prima volta il Centro di Ateneo per la Solidarietà internazionale lancia un’edizione invernale con quattro posti disponibili per studenti di Lettere e di Scienze della formazione. In attesa di conoscere le destinazioni del 2018, il Centro di Ateneo per la Solidarietà Internazionale (Cesi) lancia per la prima volta una winter edition, denominata Pre–Charity . Quattro i posti disponibili per due destinazioni: Eritrea , riservata alle studentesse iscritte a un corso di laurea della facoltà di Lettere e filosofia , ed Etiopia , destinazione aperta agli studenti iscritti alla facoltà di Scienze della Formazione . Prima della partenza le studentesse parteciperanno ad un breve percorso di formazione sugli strumenti della catalogazione libraria a cura del personale della Biblioteca dell’Ateneo. A Shire , in Etiopia, gli studenti affiancheranno invece gli insegnanti della scuola materna nelle attività di animazione proposte ai 380 bambini di età compresa tra i 3 e i 7 anni che ogni giorno affollano le aule della scuola gestita dalle Suore della Carità di Santa Giovanna Antida. Gli studenti saranno coinvolti anche in un percorso di formazione rivolto agli insegnanti della scuola. Tutti i dettagli su come iscriversi, test di lingua e infosession (importanti per approfondire anche i contenuti del progetto) sono disponibili online sul sito del Cesi.

 

Camerun, differenze da abbracciare

La primissima cosa che capisci (e a cui devi necessariamente fare l’abitudine) è che passare del tempo in Africa vuol dire vedere i tuoi schemi mentali, alcuni dei quali frutto di pregiudizi, completamente ribaltati “a tuo sfavore”. Mentre la strada scorreva sotto al nostro pick-up e il buio ci avvolgeva, tutto ciò che riuscivamo a distinguere erano i primi odori d’Africa: solo il mattino del giorno dopo ci avrebbe regalato colori intensi e vivaci, capaci di dare una personalità frizzante e pittoresca al paesaggio. L’impatto con questo Paese non è stato semplice: ci siamo subito scontrate con le diversità e con la sensazione di sentirci estranee. È la legge del contrappasso che colpisce ogni bianco, in queste situazioni: diventa egli stesso minoranza in una società di “uguali”, oggetto di mille occhi puntati addosso. Nei supermercati, per le strade, nei comportamenti delle persone: in noi prevaleva più la consapevolezza delle differenze che delle somiglianze rispetto alla nostra realtà. Bisogna sapere che per delle persone costrette in luoghi chiusi tutto il giorno, avere dei contatti con delle persone diverse e poterci parlare sono una bellissima opportunità oltre che un momento di svago. Nel nostro Charity Work Progra m abbiamo cercato di metterci in gioco completamente e, un po’ alla volta, la realtà, che ci sembrava così distante, è diventata familiare.

 

In Uganda a seminare speranza

ottobre 2017 di Martina Locatelli * In Africa può anche succedere di passare un intero pomeriggio ad aspettare che la pioggia smetta e il temporale passi. Quell’ultimo pomeriggio non mi stavo annoiando perché la mia mente ripercorreva il mese trascorso in Uganda: pensavo alle voci dei bambini che, instancabili, chiamavano “Teacher Martina” o “Teacher Beatriz” per ricevere un po’ di attenzione, un sorriso, una stretta di mano. Così s’è iniziato a fantasticare su Mowgli, il bambino cresciuto nella giungla e a viaggiare con la fantasia tra gli animali della foresta, quelli della savana, quelli che ci sono in Africa e quelli che ci sono in Italia. Ma anche tante, tantissime, disordinate mani tese attorno a noi per cercare di prendere il primo palloncino, di afferrare il primo nastro colorato o di acchiappare la prima pallina che io e Beatrice tentavamo di distribuire per cominciare il gioco. Certamente non tutto è stato facile e, alcune volte, la voglia di giocare dei bambini era talmente incontenibile che il caos si scatenava ed era difficile mantenere la situazione sotto controllo ma credo che anche questo mi sia servito per crescere come persona che come professionista. Dal punto di vista professionale ho capito che, nel lavoro con i bambini, la differenza la fa la passione che ci metti e quanto credi in quello che fai perché solo in questo modo è possibile trasmettere qualcosa. Dal punto di vista umano, mi sono resa conto che vale sempre la pena spendersi nelle relazioni e che, come diceva un padre missionario a me caro, “dobbiamo lavorare sodo, non tanto per vedere risultati tangibili ma perché è bello gettare a piene mani il seme della Speranza.

 

La mia Africa, il mio lavoro

Charity Work Program La mia Africa, il mio lavoro Grazie al mio Charity Work Program in Madagascar sono più sicura di aver scelto il percorso di studi che far per me e, da futura cooperante, voglio tornare ad aiutare questo meraviglioso continente. L’impatto con un Paese così povero come il Madagascar è stato forte, e guardandosi intorno si capisce ancor più l'enorme lavoro che fanno le suore Nazarene, che ci hanno trattate come loro sorelle. Ricorderò ogni momento passato a ridere di frasi in malgascio di cui non capivo neanche una parola, e la soddisfazione dei bimbi più grandi quando invece ne capivo qualcuna, il loro "bravaaaa" mi faceva sentire davvero soddisfatta, una soddisfazione che nessun esame e nessun traguardo personale può comprare. I bimbi delle elementari e dell'asilo, i monelli più affettuosi che abbia mai conosciuto, mi hanno regalato oltre che a un allenamento degno di una palestra con il loro correre e saltarmi addosso a qualsiasi ora del giorno, una gioia di svegliarmi che non avevo mai provato. Dal " jardaina " pieno di animali, all'orto, all'enorme " terrain ", non c'era momento in cui non avessi almeno tre bambini per ogni mano, attaccati alle braccia, alla schiena, che mi tiravano volendo farmi vedere cose che mi sono resa conto di dare troppo per scontate. Dopo questa esperienza sono ancora più sicura di aver scelto il percorso di studi che fa per me e lo finirò nella convinzione di voler lavorare per aiutare questo meraviglioso Paese che è l'Africa, e i meravigliosi bambini di cui porterò nel cuore ogni sorriso. L’edizione 2017 ha coinvolto 45 studenti che hanno preso parte a diciassette progetti situati in Bolivia, Brasile, Camerun, Etiopia, Filippine, Ghana, Kenya, Madagascar, Perù, Senegal, Sri Lanka, Terra Santa e Uganda.

 

La felicità di chi non ha nulla

Charity Work Program La felicità di chi non ha nulla Margherita , di Lingue, è tornata dal suo Charity Work Program in Madagascar con una nuova amica e con una nuova grande famiglia di novanta bambini. Non sono nemmeno 300 km ma ci mettiamo una decina di ore in macchina, e in quest’arco di tempo mi rendo conto di come non potessi nemmeno immaginare cosa fosse la povertà prima di atterrare in questo paese africano, ma così diverso dall’idea di Africa che tutti abbiamo. All’ Orphélinat Catholique di Fianarantsoa, il secondo orfanotrofio più grande d’Africa, ciascuno dei quasi 200 bambini è speciale, e le Suore Nazarene, che lo gestiscono, conoscono perfettamente la storia di ognuno, i loro gusti, le loro peculiarità. C’è Aimée, appena tornata dalla vacanza a casa dei nonni che non hanno i mezzi per mantenerla: ripete tutto quello che dico in italiano ed è una soddisfazione farle capire che la risposta logica al mio “Ciao Aimée” è “Ciao Margherita”. C’è Fanirina, la cui madre soffre di disturbi mentali e che ogni tanto si presenta all’orfanotrofio nella speranza di poter riportare a casa quel concentrato di dolcezza, curiosità e furbizia che è sua figlia. “Margheriiit, Giorgia! Giardaina!”, è l’urlo di Alice, Marceline, Sidonie, di Noeli, Bertrand, Emmanuelle e di tutti gli altri, che ogni giorno vogliono essere accompagnati alla stalla, dove ci indicano ogni animale insegnandoci i loro nomi malgasci. Ma quello che mi rimarrà per sempre dentro sono tutti gli abbracci, tutto l’amore, tutti i sorrisi che mi sono stati donati come un regalo meraviglioso.

 

Africa, la filosofia della semplicità

charity work program Africa, la filosofia della semplicità I bambini della Bishop Cipriano Kihangire Nursery & Primary School di Kampala hanno posto domande cui Beatrice non poteva rispondere, neanche forte dei miei studi filosofici. ottobre 2017 di Beatrice Pianetta * Dell’Africa sognavo di poter immortalare le strade sterrate di terra rossa, le persone che camminavano e i boda-boda. L'unica cosa che avrei voluto fare era osservare i bambini, i loro occhi e i loro visi, le loro divise, i loro quaderni, la loro disciplina. Ho trovato dei bambini curiosi, entusiasti e consapevoli, in poche lezioni hanno imparato molte parole in italiano e ci hanno fatto mille domande che mi hanno spiazzata. Come Gloria, che frequenta il quinto anno della scuola elementare, e uno dei primi pomeriggi che passavamo insieme mi ha chiesto come si dicesse “orphans” in italiano. Dopo i miei anni di studi filosofici, la mia vita mi chiedeva semplicità, quella semplicità e quella concretezza cui si può arrivare solo quando non hai nessuna barriera oltre alla tua nuda anima. Sono tornata a casa con la consapevolezza che la terra rossa dell'Uganda sarà sempre lì ad aspettarmi e che quando ritroverò Daniel, che ora ha due anni ed è il bambino più piccolo della scuola, avrà qualche anno e centimetro in più.

 

Betlemme, le donne fanno la storia

charity work program Betlemme, le donne fanno la storia In una terra in cui il conflitto è palese, ciò che colpisce sono le esperienze, tutte al femminile, di aiuto ai più poveri e ai più piccoli. Anche la mia. Parla Eliana di Scienze politiche e sociali 25 settembre 2017 di Eliana Coraci * La Palestina è una terra così complessa che non bastano molti libri a conoscerla. Eppure, più della segregazione, più dell’aggressività dei bambini e ancor più delle reti che circondano Hebron da ogni lato, ciò che mi ha veramente colpito del mio Charity Work Program a Betlemme sono le donne che ho conosciuto in Palestina. Come Suor Caterina , georgiana, che lavora instancabilmente per anziani e indigenti alla Società Antoniana di Betlemme; o Flavia , palestinese, che a fianco dell’orfanatrofio Creche ha creato un sistema per restituire dignità alle persone in stato di necessità e per aiutarli a inserirsi nuovamente in società. Oppure le suore di Effetà , centro per bambini sordi, che si dedicano all’istruzione di bambini musulmani, per i quali organizzano anche corsi di Corano. Ma quel mondo lì, quel mondo di oppressione militare e sociale, di povertà, di dignità, di estrema generosità e di speranza ha contribuito a cambiare il mio, di mondo. Leggi il suo racconto LA FATICA DI CAPIRE IL CONFLITTO Più si cerca d’entrare nella questione israelo-palestinese, più si resta confusi: di chiaro ci sono la diversità della vita nei due Paesi e un muro che li divide.

 

La fatica di capire il conflitto

CHARITY WORK PROGRAM La fatica di capire il conflitto Più si entra nella questione israelo-palestinese, più si resta confusi: di chiaro ci sono la diversità della vita nei due Paesi e un muro che li divide. settembre 2017 di Monica Abbiati * È stata la mia prima esperienza di volontariato in assoluto e non potevo chiedere di meglio. Ero già stata in un Paese arabo (Marocco) per studiare la lingua, ma ero entusiasta all’idea di vedere qualcosa di diverso, di conoscere più da vicino la realtà israelo-palestinese di cui tanto si sente parlare e di visitare un Paese così ricco e importante a livello storico/religioso. Il primo giorno a Betlemme ero felicissima di essere nuovamente in un paese arabo perché c’è qualcosa nel suo popolo che mi attrae molto: le persone accoglienti e gentili, la lingua, il cibo. La prima sensazione che si prova è quella di sentirsi inutili, perché tutte le persone che incontri se la cavano anche senza di te e, essendo solo di passaggio, una volta ripartiti, continueranno a farlo. Per quanto mi riguarda, queste sono state le esperienze più faticose, a causa anche della lingua palestinese molto diversa dall’arabo classico, ma le più divertenti perché i bambini si affezionano subito e non vedono l’ora di rivederti il giorno dopo per giocare ancora. In questa esperienza ho scoperto la bontà che si può incontrare in certe persone, ho conosciuto la diversità che rende unico il mondo e assaggiato la bellezza che c’è nel volontariato.

 

Quando il volontariato fa Cv

Pensai che come giardiniere/contadino, con una zappa in mano a lavorare nell’orto del convento, me la sarei cavata bene o quantomeno avrei evitato di fare danni: non avevo considerato che la suora potesse aver detto “garten” invece di “garden”. Parlavo con le maestre dell’asilo, simpatiche e sempre con qualcosa da far mangiare ai bambini, e mi chiedevano come fosse l’Italia o mi raccontavano che un loro familiare era riuscito ad arrivarci e che ora viveva molto meglio. Ho poi guardato un gruppetto di bambini che giocava con le costruzioni e in particolare uno in mezzo a loro, di nome Jalaal: aveva costruito un mitra con i lego e così tutti gli altri con lui. Giocavano a spararsi, si inseguivano, cadevano poi ricominciavano. La sensazione che ebbi in quel momento l’avrei avvertita spesso in seguito: circondato dalla tranquillità, dalla bellezza di una terra ricca di storia e abitata da persone stupende, vedere qualcosa di fuori posto e intrinsecamente sbagliato. Nel pomeriggio aiutavamo le Suore di Madre Teresa di Calcutta ad assistere persone con scompensi psico-fisici: cercavamo di parlare con loro, giocavamo e cercavamo di stimolarli facendoli ascoltare musica (come le mie compagne di viaggio mi avevano fatto notare, James Blunt non era il cantante migliore per questo). Dovevamo allontanarli dai loro problemi, sia quelli interiori sia quelli dovuti a ciò che li circondava, e portare loro la nostra banalità: un sorriso, un trucco di carte, un gioco nuovo o una canzone di James Blunt (forse era troppo melanconico ma sono ancora convinto fosse il genere azzeccato). Le persone che ho incontrato e che hanno sorriso con me, il caldo incessante di Gerico e le oasi nel deserto, i monumenti storici di Gerusalemme e i vicoli pieni del profumo dei falafel: tutto questo, nella sua banale straordinarietà resterà con me, sempre.

 

I mille volti della Terra Santa

Charity Work Program I mille volti della Terra Santa L’intreccio armonioso del canto del Muezzin e delle campane delle chiese ma anche il conflitto e il muro di separazione. Sono alcune delle istantanee che Francesca, di Scienze linguistiche, porta via dal Charity Work Program. Anche questi sono i mille volti della Terra Santa: la famosa colomba di Bansky, disegnata su una delle lastre del muro; oppure le torrette di controllo e i checkpoint, da cui i soldati scrutano ogni mossa di coloro che vivono “dall’altra parte”. Durante la visita a Badil Resource Centre, hanno spiegato che è un simbolo dei profughi palestinesi, che sperano di far ritorno alle loro case, un giorno. La maggior parte delle istantanee che porto dentro di me sono legate all’esperienza di volontariato con bambini e disabili. Sono onesta, non è sempre stato facile, alcuni erano molto vivaci e contenere questa loro esuberanza non è sempre stato semplice, però quando mi abbracciavano sapevo che avevo fatto qualcosa di buono. Per molti di loro noi eravamo le uniche persone che vedevano all’infuori delle suore e di alcuni altri volontari, che li raggiungevano nel tardo pomeriggio.

 
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