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App Immuni, tra vantaggi e tutela della privacy

Grazie a questa tecnologia, e in particolare all’ Exposure Notification framework di Apple e Google, il nostro telefono è in grado di comunicare con altri telefoni nelle immediate vicinanze. L’idea è che se due telefoni sono vicini, lo saranno anche i rispettivi proprietari e quindi potenzialmente può avvenire un contagio. L’app del mio telefono trasmette quindi un codice anonimo univoco e ne riceve uno simile da ogni persona a cui mi avvicino (se dotata di app e se per un tempo e distanza “pericolosi”). Nel mio telefono saranno quindi registrati due tipi di dati: i codici che io ho trasmesso e i codici che ho ricevuto. Questi dati sono solo delle liste di numeri senza alcun elemento identificativo delle persone che ho incontrato. La garanzia che tale protocollo di funzionamento venga rispettato è data da una caratteristica molto importante dell’app: quella di essere open source . Ovviamente non tutti i cittadini sono in grado di comprendere il linguaggio di tale codice (Kotlin per Android e Swift per iOS/iPhone) ma il fatto che esperti indipendenti possano accedere al codice, è un’ottima garanzia di rispetto delle caratteristiche di anonimato dichiarate.

 

Dopo Covid, l’occasione di cambiare vita

Per i defunti la cosa che mi ha sorpreso è stata la cura con cui il personale della lavanderia, che gestiva la sala mortuaria vista la vicinanza tra i reparti, ha accompagnato i defunti. Nella clinica di Ome in questi due mesi i decessi sono arrivati a 172 rispetto a una media che in origine era di 60 all’anno». Dalle persone con cui è entrato in contatto c’è questa paura della morte che può arrivare da un momento all’altro? «Penso che lo shock sia stato all’inizio. Quando è mancato il defunto più giovane (circa 60 anni), siamo riusciti a concordare con le onoranze funebri che il carro potesse fermarsi sotto casa della moglie per un momento di preghiera». Secondo lei, che conseguenze ci saranno dal punto di vista spirituale quando finirà tutto questo? «Penso che all’inizio avremo molte richieste in chiesa perché adesso la voglia di andare a una messa o poter vivere una celebrazione comunitaria è davvero forte. E in questo credo che chi viva una fede religiosa, come anche i musulmani del centro islamico locale che hanno vissuto il Ramadan, si augura che questo tempo di misericordia porti a uscire diversamente». Sesto di una serie di articoli dedicati all’impegno dei preti assistenti pastorali o docenti di teologia dell’Università Cattolica sul fronte Coronavirus #preti in prima linea #covid #coronavirus Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Pane e parole per aiutare i poveri

Preti in prima linea Pane e parole per aiutare i poveri Fra Carlo Cavallari opera nel centro Milano aiuta del Convento di Sant’Antonio dove si offrono vari servizi alle persone più bisognose. Fra Carlo Cavallari , cultore della materia in Teologia all’Università Cattolica, parla così del suo passato, che oggi lo porta a essere membro attivo nel centro Milano Aiuta , all’interno del Convento di Sant’Antonio di Milano. Il bisogno, come una doccia o un pasto caldo è solo il punto di partenza di un cammino più ampio non solo da parte dei bisognosi, ma anche da parte nostra. La vita è fatta di relazioni e le relazioni non hanno scadenza, ci sono persone che vengono da noi da tanti anni e con queste siamo cresciuti e continuiamo a tenerci in contatto. In un periodo in cui la socialità è pericolosa per la salute pubblica, come è cambiata la vostra attività al centro Milano Aiuta ? «Questa è la cosa più difficile per noi. Prima della pandemia, chi veniva qui passava dal centro e, così, iniziavamo a conoscere la sua storia. Nonostante ciò, mi è rimasta impressa la storia di un ragazzo italiano che ha sempre viaggiato molto per l’Italia e per l’Europa, vivendo il lavoro come unica via di fuga e riscatto e tralasciando alcune dimensioni della propria vita, come la dimensione relazionale. Quello che ci aspettiamo è che la nostra modalità di aiuto diventi una modalità condivisa, puntando sempre più a una capillarità.

 

Il don in trincea insieme ai medici

Trovo che l’esercizio del ministero sacerdotale tocca in questa fase una delle sue punte più alte: un approccio di vicinanza e di affetto che travalica le parole» by Giacomo Cozzaglio | 27 maggio 2020 Nell’emergenza Covid hanno fatto notizia, accanto a medici e infermieri, anche i sacerdoti. Questa pandemia ci ha trovati un po’ tutti impreparati soprattutto per quello che riguarda le proporzioni del numero dei malati che ha fatto sì che parecchi reparti del Policlinico si dovessero immediatamente trasformare in Covid. Nella sua esperienza di questi mesi è entrato in contatto con medici relativamente giovani che sono stati coinvolti nello sforzo medico? Quale è stato l’approccio con loro? «Essendo il nostro un Policlinico universitario, la maggior parte dei medici sono giovani. È logico che su di loro ha avuto un impatto diverso in quanto medici che fino a ieri si occupavano soltanto della loro specialità mentre ora viene chiesto loro di curare i pazienti Covid. Soprattutto coloro che sono più direttamente a contatto con i pazienti Covid o che addirittura si sono contagiati hanno iniziato un percorso di riflessione non solo a livello personale, ma anche di rivisitazione del loro approccio medico-infermieristico. Spesso il mio andare più volte in questi luoghi durante la giornata è stato accolto con “sei capitato nel momento più importante, in cui avevamo bisogno di te”, chiedendo una preghiera o una benedizione, richiesta che non capitava che facessero prima. Sono tutte espressioni che indicano il desiderio da parte loro di aver assoluto bisogno di qualcosa di più profondo che accarezzi in quel momento la loro mente e soprattutto i loro cuori».

 

Trovare un senso di fronte alla malattia

Lo sa bene padre Enzo Viscardi , psicologo, assistente pastorale presso l’Università Cattolica e attualmente responsabile di una comunità di accoglienza per sacerdoti in difficoltà. Cosa significa questo clima di quarantena per una persona che cerca di portare aiuto? «Ho vissuto in prima persona questo clima. È stato un continuo contatto con persone ammalate: da parte mia la vivevo con serenità, ma comunque confrontandomi con l’ansia e l’angoscia di questi sacerdoti che di fronte al fatto di non riuscire a guarire hanno avuto un po’ di crisi. La fede in questo momento è uno strumento per combattere la paura o serve anche qualcos’altro, per esempio un apporto psicologico? «In questo momento per chi ha fede ci sono due atteggiamenti: abbandonarsi al Signore e avere speranza. È quindi una richiesta di mediazione: una persona che ti presenti a Dio e ti mostri che il Signore c’è in quello che sta avvenendo». Di fronte a questo smarrimento la gente non ci chiede di essere una persona forte, anzi il rischio sarebbe di essere banali. Da qui le celebrazioni pasquali di quest’anno ci hanno fatto riflettere sull’importanza dell’ultimo saluto ai propri cari: «Il venerdì santo è stato vissuto proprio come contemplazione di un Cristo sulla croce che moriva nel silenzio e nella solitudine, come è capitato a molte persone, una morte ingiusta».

 

Dopo Covid, convivere con l’imprevedibile

Da quella pandemia che ha messo in discussione le nostre certezze e che ora ci costringe a rivedere i nostri schemi, sia quelli personali che quelli delle imprese. Sono stati, infatti, ripescati numerosi libri che parlano di epidemia e di virus: quello ad esempio di Sylivia Browne “ Cosa ci riserva il futuro ”, di David Quammen “ Spillover ”, di Niccolò Ammaniti “ Anna ”, di Roberto Burioni “ Virus. Anche l’economia non è una scienza esatta perché legata all’uomo e l’uomo è legato a un avvenire che non è il futuro. Ne è convinto anche Robiglio affermando che «è necessario riappropriarci del tempo per riuscire ancora a fare impresa e che bisogna mettere al centro la persona, le competenze, i saperi come nel Rinascimento; la persona è il vero driver dell’economia e ha bisogno di formazione continua. Abbiamo voglia di mettere la persona al centro dell’azienda? Dobbiamo sapere che la persona è un disastro, si ammala, non è competente, a volte è incapace, complessa. Per Petrosino l’avventura umana non è una passeggiata nei boschi, dobbiamo liberarci dall’idea del successo poiché l’uomo è chiamato a un compimento che non coincide con il successo, nemmeno quello professionale poiché il lavoro non coincide con la professione. Non dobbiamo cadere nella trappola di considerare il fallimento che è ciò che nella vita si incontra, che è una condizione, una obiezione alla vita.

 

Fase 2, risposte nuove a problemi vecchi

Editoriale Fase 2, risposte nuove a problemi vecchi Secondo il professor Mauro Magatti , solo così possiamo sperare di uscire davvero trasformati dalla crisi del Coronavirus. Questo è l’unico modo intelligente per «ripartire» 27 maggio 2020 Nell’editoriale pubblicato sul Corriere della Sera, di cui riportiamo la parte iniziale, il professor Mauro Magatti, analizza come affrontare la Fase 2. Perché sia davvero un’occasione per ripartire di Mauro Magatti * «Ripartiamo» è l’espressione colma di speranza per dire la voglia di tornare il più velocemente possibile alla vita di prima. Gli economisti dicono che la caratteristica di questa crisi è quella di essere simmetrica: colpendo contemporaneamente domanda e offerta, il lockdown ha causato discesa del Pil senza precedenti. Il rimbalzo previsto nei prossimi mesi ammesso e non concesso di riuscire a convivere con il virus senza essere costretti a nuove chiusure totali riassorbirà parte di questo crollo . Per quanto importante e già di per sé sfidante questo primo piano di analisi è però insufficiente a cogliere la transizione che pure occorre attuare. Continua a leggere sul Corriere della Sera] * Docente di Sociologia alla facoltà di Scienze politiche e sociali , campus di Milano dell’Università Cattolica #coronavirus #magatti #economia #societa' Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Fase 2 e Covid: gli italiani temono più il “contagio economico”

Ricerca Fase 2 e Covid: gli italiani temono più il “contagio economico” Per circa due intervistati su tre le ricadute economiche della pandemia preoccupano maggiormente della paura di contrarre il virus. I primi risultati della ricerca sugli effetti psicologici post-Coronavirus promossa dai ricercatori dell’EngageMinds HUB 29 maggio 2020 Nella Fase 2 gli italiani si sentono più vulnerabili ed esposti al contagio della “epidemia economica” di quanto non temano il contagio da Covid-19. Infatti, circa 2 italiani su 3 (il 58% degli intervistati) si sentono “abbastanza o molto a rischio” per la situazione economica della propria famiglia, mentre solo 1 italiano su 3 si sente “abbastanza o molto a rischio” di contrarre il Coronavirus (un dato sostanzialmente stabile rispetto alla Fase 1). La ricerca è parte di un Monitor continuativo sui consumi alimentari e sull’engagement nella salute condotta dal centro di ricerca EngageMinds HUB della Cattolica, che rientra nelle attività del progetto CRAFT (CRemona Agri-Food Technologies). La ricerca di EngageMinds HUB è stata condotta su un campione di 2000 italiani, rappresentativo della popolazione per sesso, età, appartenenza geografica e occupazione: i primi 1000 casi dal 27 febbraio al 5 marzo (seconda settimana di pandemia in Italia); i secondi 1000 casi dal 9 maggio-15 maggio 2020 (seconda settimana di fase 2 in Italia). La preoccupazione è legata alla situazione finanziaria dei cittadini e alle prospettive per il futuro: il 43% degli intervistati riporta che la propria situazione economica è peggiorata nell’ultimo anno (+22% rispetto alla fase 1) e il 37% pensa che le proprie finanze peggioreranno nel corso del prossimo anno (+17%). Non solo: se la prima ricerca è partita cinque giorni dopo il “paziente 1”, la seconda ricerca è partita cinque giorni dopo l’inizio della “fase 2”; una preziosa simmetria che ci permette di fare comparazioni significative e capire le tendenze».

 

Il virus della disinformazione

eBook gratuito Il virus della disinformazione Un instant book di Vita e Pensiero da scaricare gratuitamente fa il punto sulle declinazioni della comunicazione in tempi di Coronavirus. Discutono idealmente fra le pagine del libro politologi e studiosi di media, sociologi, giuristi e avvocati, economisti e linguisti, informatici, medici e studiosi di letteratura, con un punto di vista comparativo e internazionale, che parte dall’Italia per toccare i principali Paesi europei e gli Stati Uniti. Di qui, una serie di conseguenze che impattano sulla società: dal proliferare delle fake news in materia sanitaria; al desiderio di “controllo sociale” e tracciamento degli spostamenti individuali, per finalità preventive; all’uso quasi totalizzante degli schermi (dal pc, alla tv) per vedere la realtà. Si osserva, poi, come l’allarme sanitario abbia favorito il “bisogno” di controllo, di sorveglianza, di uso di droni, di App e di altri strumenti di tracciamento e di geolocalizzazione, nel tentativo di controllare gli spostamenti e impedire il contagio tra gli individui (Ziccardi). Di qui, l’analisi di un corretto bilanciamento tra l’esigenza di tutela della salute pubblica e di tutela della privacy del singolo cittadino – anche sul luogo di lavoro (Ciccia Romito e Salluce) – in quanto si tratta di diritti che non si escludono vicendevolmente, ma – anzi – devono essere equilibrati. Visto che le consuetudini culturali più radicate possono crearsi solo nel periodo di formazione dell’individuo, è evidente che occorre valorizzare il ruolo della scuola, luogo di crescita e di confronto. Il compito che ci siamo proposti, però, è stato quello di provare a mantenere lucidità anche in questa situazione, e di analizzare – al di là della contingenza – ciò che stava realmente accadendo.

 

Scuole dell’infanzia e famiglie provate dal lockdown

Commentano così i ricercatori che hanno raccolto l’esperienza delle strutture educative per la prima infanzia durante la fase di lockdown nell’ambito dell’indagine condotta dal Centro di Ateneo Studi e Ricerche sulla Famiglia dell’Università Cattolica. Svolta nel mese di aprile attraverso un ampio questionario online, la ricerca ha approfondito diverse aree tematiche e in particolare i professori Maria Letizia Bosoni , Donatella Bramanti , Flavio Merlo e Manuela Tomisich hanno analizzato le risposte delle strutture educative per la prima infanzia durante la fase di lockdown. Tuttavia l’educazione non si ferma: educatori e insegnanti si sono attrezzati per attivare qualche forma di didattica a distanza, raggiungendo i genitori attraverso mail (55,3%), whatsapp/chat (47,9%) e sito internet della scuola (41,5%). La situazione attuale è tuttavia vissuta con grande apprensione, sia rispetto al proprio lavoro (quasi la metà dei rispondenti è fortemente preoccupato per il proprio posto di lavoro, 39,3%) sia rispetto alla stabilità della struttura stessa (35,9%). Ne emerge una rappresentazione dei genitori soli più che mai nel compito educativo, potendo contare in questo momento soltanto sul supporto, prezioso, ma “distante”, delle strutture educative. Se la fase di lockdown ha di fatto messo in stand-by il mondo della scuola, la crescita e l’educazione dei bambini non si ferma, perdendo però importanti e fondamentali momenti di interazione. Il processo di socializzazione, infatti, non avviene nel vuoto ma dentro contesti specifici e insostituibili, in famiglia e a scuola, contesti densi di relazioni significative.

 

Il virus ha cambiato la nostra lingua

Di più, ha marcato molte lingue e in particolare quelle romanze, quelle che trovano ancora oggi una matrice comune nei Paesi del sud dell’Europa, Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Romania. Parole come “lockdown” che, come ha ricordato il linguista Francesco Sabatini , presidente onorario dell’Accademica della Crusca, ha origini angloamericane ed è nato nell’ambiente carcerario per indicare la situazione di isolamento dei detenuti. Da un uso specialistico se ne è fatto, dunque, un uso generalizzato che ha definito la chiusura e il blocco delle attività di molte popolazioni nel mondo. In base alle richieste arrivate all’Accademia della Crusca, di cui il docente fa parte, si evince che diversi termini anglofoni sono ormai acclimatati nel linguaggio comune, per altri nuovi invece forse è necessario avviare una riflessione per proporre alternative che utilizzino la lingua madre. L’introduzione di questi termini ha sortito anche un effetto ironico in Paesi come la Francia, dove una certa creatività lessicale ha prodotto i “coronaperó” e gli “zoomaperó” al posto dei classici aperitivi, o i “coronabdó”, gli addominali rinforzati dal ripiego della ginnastica casalinga. Oltre al già ricordato lockdown, anche i concetti di tracciabilità, di morbilità, di distanziamento sociale (che in francese riguarda le differenze tra le classi sociali e non la separazione fisica tra i cittadini), o ancora i termini “resistenza”, “confinamento”, “mascherina” nella sua duplice veste di protezione e nascondimento. Il futuro che attende la tv è probabilmente un’estate con un caso fisiologico di ascolti se la situazione si normalizzerà, in attesa di una nuova ondata di informazione in autunno quando torneranno verosimilmente tensioni sociali e politiche.

 

Quella volta che recitai in “Fai bei sogni”

La sua è una vocazione adulta: «Prima di entrare in seminario facevo il consulente in proprietà industriale, il lavoro più bello del mondo perché passavo il mio tempo tra inventori e creativi. A oggi, però, don Luca Peyron è anche direttore della Pastorale Universitaria della Diocesi di Torino, coordinatore del servizio per l’apostolato digitale, docente di Teologia e dell’Innovazione all’Università Cattolica di Milano e non solo. In questo momento, la cosa più difficile è stare nelle fatiche di molti di loro: accompagnare medici e infermieri che si trovano in mezzo ai malati, senza poter fare nulla. Io credo che i giovani, come tutti gli altri, abbiano delle domande, che tento di intercettare per far capire loro che le risposte sono in Cristo. Oggi che tutto questo è sigillato, si tratta di continuare a prendersi cura delle relazioni che c’erano prima e il tempo che mi è dato lo spendo a pensare». Significa provare a raccogliere un pensiero e delle intuizioni rispetto al mondo che verrà sapendo che il mondo che verrà è sempre meno predicibile rispetto all’esperienza che abbiamo del mondo che è stato. Qual è l’aspetto della sua attività che più le manca? «Senza dubbio la fisicità e tutto ciò che è prossemica.

 

L’invisibile e il materiale. Credenza e norme al tempo del Coronavirus

Serpeggia la sensazione di una fiducia in qualche modo “tradita” e che a “tradire” sia stato il modello sociale di matrice moderna. Perché di questo si tratta: solo una presenza invisibile e incontrollabile, il virus, è stata in grado di bloccare la funzionalità di un intero sistema mondiale di convivenza introducendo nel meccanismo un granello esiziale. A fronte di una fiducia quasi illimitata, talora sguaiata e piena di sensi di colpa, riposta in ambiti della vita sociale di cui si “riscopre” improvvisamente la centralità (medici, virologi, insegnanti), sottotraccia si avverte una sensazione opposta e legata ad una sorta di tradimento progressivo della fiducia negli “altri”. La fiducia implica sempre una qualche forma di “credenza”, nel senso che ci si “fida” perché si “crede” nella bontà o validità di una persona, di un’idea, di un sistema di relazioni o di regole di convivenza. Speranza in un nuovo “patto normativo” che già in origine , sul piano dell’elaborazione delle regole, muova da orizzonti di fiducia reciproca: l’odierna crisi dell’Unione Europea non è forse la riproposizione di una crisi di “fiducia” nell’istituzione europea? Dovrà allora maturare un nuovo modello di fiducia. Nella fiducia-credenza va intravisto, semmai, un elemento strutturale dell’identità stessa dei consociati anche nei termini di quell’“etica del volto” prefigurata da Emmanuel Lévinas ( Totalità e infinito , 1961): un modello di vivere associato che prescinda da qualsiasi orizzonte di fiducia reciproca appare logicamente impensabile. Prende così corpo quell’orizzonte di solidarietà e sussidiarietà, intessuto dell’irrinunciabile riferimento alle “formazioni sociali”, mirabilmente disegnato nel testo costituzionale e la cui condizione di possibilità è rappresentata appunto dalla fiducia nella cooperazione solidale intesa come dimensione generativa di doveri (i rapporti etico-sociali evocati nel Titolo II della Costituzione).

 

Poche iniziative anti Covid extra ospedale

Si tratta di una iniziativa dell’ Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari dell’Università Cattolica, campus di Roma, di confronto sistematico dell’andamento della diffusione del Sars-COV-2 a livello nazionale, per la prima volta prendendo in considerazione 19 Regioni italiane e 2 Province Autonome. Diffusione dell’uso dei tamponi diagnostici Le Regioni continuano a differenziarsi in termini di strategia di ricerca del virus attraverso i tamponi, anche se il trend nazionale è in crescita: rispetto alla settimana scorsa in Italia il tasso per 100.000 abitanti è passato da 6,52 a 7,07 . Il tasso settimanale più basso si registra in Sicilia (è di 2,74 tamponi per mille abitanti nell’ultima settimana); il tasso più alto si registra nella PA di Trento (23,03 per mille abitanti) subito dopo la Valle d’Aosta con 15,37 per mille abitanti. I grafici implementati nel Rapporto#7, mettono in evidenza che la Regione con maggiore incidenza settimanale è la Lombardia (42 casi ogni 100.000 abitanti), ma effettua un numero di tamponi per 1000 abitanti pari a quelli della Toscana in cui l’incidenza è di 5 casi ogni 100.000). Continua l’implementazione di soluzioni di telemedicina: il trend di crescita del numero totale delle iniziative avviate dalle singole aziende è oltre il 15% in più rispetto alla settimana scorsa (totale attuale 127) . Accanto ai nuovi indicatori, il Rapporto continua a offrire l’aggiornamento di alcuni indicatori selezionati tra quelli che hanno caratterizzato il modello di risposta delle Regioni nella Fase 1 della pandemia. Grazie ai nuovi indicatori si prenderanno in considerazione aspetti relativi alle modalità prescelte per la tracciatura del contagio, per la realizzazione dei test sierologici tra le Regioni nonché le modalità di separazione dei flussi tra pazienti Covid-19 e pazienti non Covid-19 nell’ambito delle strutture ospedaliere e territoriali.

 

Ricerca e innovazione, le ricette Ue contro il Covid-19

La Commissione ritiene che la crisi in atto abbia dimostrato la rilevanza della ricerca, che deve essere posta al centro delle risposte alla crisi in Europa, e ha di conseguenza sottolineato la rinnovata importanza di un’allocazione dei fondi necessari al suo sviluppo. Tra i suoi piani per il futuro, la Commissione intende assicurare un miglior coordinamento della ricerca pubblica e privata, che permetta di affrontare le sfide con un approccio integrato. È stato inoltre nuovamente richiesto che venga garantito, all’interno del QFP, un aumento del budget, passando da quello tutt’ora previsto di 90 miliardi per la ricerca e l’innovazione, a quello proposto di 120 miliardi. Nell’ambito di questo dialogo inerente le politiche e il budget previsti per la ricerca e l’innovazione, il 3 marzo si è svolto, presso gli uffici della rappresentanza dell’Università Cattolica a Bruxelles, un importante incontro con Jean-Eric Paquet , direttore generale della Ricerca nella Commissione Europea. A tale incontro, che si inserisce in una serie di iniziative organizzate da UnILiON , network di cui fanno parte 158 università con liaison offices a Bruxelles, erano presenti anche il direttore della Funzione Ricerca dell’Università Cattolica e il rappresentante dell’Ateneo , che ha inoltre l’incarico di Segretario Generale di UnILiON. In ogni caso, come è stato in precedenza spiegato da Mr. Paquet durante l’incontro del 3 marzo, verrà preservata l’importanza della ricerca di base e di quella collaborativa, essendosi entrambe dimostrate strumenti di successo nell’ambito delle precedenti politiche dell’Unione. È altresì chiaro che la Commissione continuerà nel suo impegno a supporto dell’innovazione (attraverso l’European Innovation Council), specialmente nel contesto del piano di ricostruzione che seguirà alla crisi Covid-19.

 

Dai chiostri alle stampanti 3D: le visiere anti-Covid di Arianna

CORONAVIRUS Dai chiostri alle stampanti 3D: le visiere anti-Covid di Arianna Con il progetto “We Can Help” la studentessa di Beni Culturali assieme ai suoi amici ha già assemblato oltre un migliaio di protezioni per aiutare a combattere la pandemia 28 aprile 2020 «Come posso rendermi utile in questa emergenza?». Da una semplice domanda Arianna Molinari , studentessa di Scienze dei Beni Culturali nella sede di Milano, ha fatto nascere con i suoi amici una realtà che sta aiutando Varese e il suo territorio a fronteggiare la crisi sanitaria. Si chiama “We Can Help”: sono una decina di ragazzi che con le loro stampanti 3D producono visiere per il personale sanitario impegnato in prima linea nella lotta all’epidemia che ha bloccato il mondo. L’idea è nata dalla stampante 3D che Arianna ha fatto a Nicolò Broggin i, il suo ragazzo nonché giovane ingegnere meccanico. La scintilla è stato un servizio al telegiornale che raccontava della possibilità di stampare visiere; rimboccarsi le maniche è stata una conseguenza praticamente automatica. È un bel mix: ingegneri, fisioterapisti, matematici e un altro studente Unicatt, Andrea Menon , studente di Linguaggi dei Media che ha scelto di unirsi al gruppo dopo aver perso suo padre a causa del Coronavirus. Avevo da un po’ l’idea di fare una donazione ma mettermi in gioco in prima persona, vedere che gli oggetti che facciamo aiutano concretamente chi combatte il virus è una cosa che riempie il cuore».

 

Covid-19, a rischio chiusura il 30% delle scuole paritarie cattoliche

Appello Covid-19, a rischio chiusura il 30% delle scuole paritarie cattoliche È l’allarme lanciato su “il Sole 24 Ore” dai docenti della Cattolica Andrea Perrone , Marco Miccinesi , Marco Allena e Marco Grumo . La necessità di ricollocare circa 300.000 studenti e sostenere oltre 40.000 lavoratori disoccupati può comportare sino a 5 miliardi di spesa pubblica. Questo, in sintesi, l'allarme lanciato sulla stampa da gestori e analisti di politiche scolastiche. Tutti gli emendamenti proposti in sede di conversione del Decreto Cura Italia, tuttavia, sono stati respinti o superati dal ricorso al voto di fiducia. Si consideri la chiusura delle scuole per l'infanzia conseguente al lock-down. Ci si sarebbe, quindi, aspettati che le scuole fossero trattate come le altre imprese, con riguardo, per esempio, alla garanzia pubblica sul finanziamento bancario. continua a leggere su “ilsole24ore.com”] * Rispettivamente docenti di Diritto dei mercati finanziari, di Diritto tributario, campus di Milano, di Diritto tributario, campus di Piacenza, di Economia aziendale #coronavirus #scuoleparitarie #allarme Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Col Coronavirus sono spariti i teenager

Il commento Col Coronavirus sono spariti i teenager Nella prima fase dell’emergenza sanitaria si è parlato tanto di anziani, di bambini e di adulti ma sembrano diventati invisibili gli adolescenti, che invece hanno sofferto particolarmente l’improvvisa clausura. Sugli adolescenti invisibili al tempo del Coronavirus, il contributo audio del professor Daniele Bruzzone , docente di Pedagogia dell'infanzia e dell'adolescenza alla facoltà di Scienze della formazione , sede di Piacenza. adolescenti #teenagers #coronavirus Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Perché gli aiuti europei non siano sprecati

Economia e finanza Perché gli aiuti europei non siano sprecati Tra meno di un mese pioverà sul nostro Paese un fiume imponente di soldi per gestire la crisi sanitaria ma non solo. Si tratta e si tratterà in buona parte di soldi presi a prestito, sia pure ai tassi straordinariamente bassi che le varie istituzioni comunitarie (UE, BEI) o intergovernative (MES) riescono ora a spuntare sul mercato e che verranno trasferiti senza quasi oneri aggiuntivi al nostro paese. Il problema della sostenibilità del debito pubblico diventerà dunque ancora più formidabile, visto che le previsioni del DEF 2020 già lo danno attorno al 155% del PIL, un livello mai raggiunto prima nella storia del nostro paese in condizioni di pace. L’impegno straordinario assunto dalla BCE, che finirà per assorbire tramite la Banca d’Italia oltre un quarto del debito italiano entro la fine dell’anno, è uno degli elementi chiave per garantirne la sostenibilità nel breve periodo. Ma in un periodo più lungo questa non può che basarsi sul rilancio della economia, che molto dipenderà dalla nostra capacità di sfruttare al meglio le risorse che l’Europa ci mette a disposizione. Visto che i tassi di interesse rimarranno probabilmente molto bassi ancora a lungo, una ripresa ragionevole della crescita economica consentirebbe di porre il rapporto debito/PIL su una traiettoria decrescente, condizione necessaria per un’ulteriore riduzione dello spread e dunque di un’evoluzione virtuosa delle finanze pubbliche nel medio periodo. continua a leggere su Welforum.it] * rispettivamente docente di Political and Public Economics e docente di Scienza delle finanze alla facoltà di Economia dell’Università Cattolica #economia #europa #coronavirus #emergenza Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Giovani medici in prima linea

Roma Giovani medici in prima linea Arturo Ciccullo è uno specializzando in Malattie infettive e tropicali della facoltà di Medicina e chirurgia, attualmente dirigente medico al Columbus Covid-2 Hospital, l’ospedale interamente dedicato all’emergenza Coronavirus. Nemmeno, per quanto sempre pronti e educati, nelle aule e in tirocinio, a prepararsi a ogni “allerta”, i medici più giovani, particolarmente i neolaureati, in questa emergenza direttamente "in campo" senza dover sostenere l'esame di abilitazione. Abbiamo raccolto alcune delle loro storie Iniziamo il nostro viaggio dai medici in servizio nell'Unità Operativa Complessa di Malattie infettive della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli Irccs, diretta dal professor Roberto Cauda , docente di Malattie infettive all'Università Cattolica. Vi è sicuramente la preoccupazione per lo stato di emergenza e per la salute dei propri cari, unita però alla voglia di farsi trovare pronti al fine di assistere al meglio i pazienti. Io personalmente sono stato assegnato a un reparto di degenza interamente dedicato a pazienti con Covid-19 e mi sono trovato quindi a fronteggiare in prima persona la malattia e ad assistere questi malati che hanno bisogni assistenziali peculiari e differenti rispetto a quelli con cui eravamo abituati a confrontarci. Due giorni fa, mentre accoglievo in reparto un paziente proveniente dal pronto soccorso, mi ha rivelato che la notte precedente suo padre era morto presso un altro nosocomio della stessa malattia e che lui non aveva avuto l’opportunità né di sentirlo né di vederlo negli ultimi giorni. Cosa sta imparando e cosa pensa che ci lascerà questa esperienza, come professionisti e come persone? «Lavorare in questo contesto emergenziale, sta contribuendo a plasmare la mia figura professionale sia dal punto di vista scientifico che umano.

 

Lavoro agile, dopo Covid-19 non si torna indietro

L’Analisi Lavoro agile, dopo Covid-19 non si torna indietro L’emergenza sanitaria ha spazzato via tutte le pratiche organizzative consolidate nel tempo, portando a una nuova percezione delle aziende nei confronti delle tecnologie. La pandemia scatenata del Coronavirus (Covid-19) ha costituito nell’immediato una sfida completamente diversa per le aziende che, nel giro di poche settimane, hanno dovuto rivedere completamente l’organizzazione del lavoro, attivare modalità di lavoro agile e implementare procedure di messa in sicurezza sanitaria mai sperimentate prima. In questa emergenza le imprese hanno dovuto rivolgersi ai propri responsabili HR (Human Resources), che dall’abituale routine di gestione del reclutamento, motivazione e incentivazione dei dipendenti sono stati catapultati al centro del tifone epidemiologico che, in poco tempo, ha spazzato tutte le pratiche organizzative consolidate nel tempo. Sin dalle prime settimane dell’emergenza (26 febbraio- 14 marzo) è emerso che più del 90% dei responsabili HR delle aziende intervistate aveva adottato delle misure di riorganizzazione del personale. Rispetto alle misure messe in atto, il 68% degli intervistati ha dichiarato di aver attivato modalità di lavoro agile, e nel 50% dei casi di aver messo in atto misure precauzionali rivolte ai dipendenti che presentano sintomatologie influenzali (come la rilevazione della temperatura). Al di là dei freddi numeri delle indagini statistiche che possono fotografare un particolare momento, nei prossimi mesi, i Direttori del personale saranno ancora in prima linea per la gestione straordinaria dei dipendenti, riorganizzazione del lavoro e la ripresa delle attività. C oordinatore nazionale Centro Ricerche AIDP, è membro del direttivo del master ASAG “ Gestione e Sviluppo delle Persone nelle Organizzazioni ” e del Comitato di indirizzo della facoltà di Psicologia * Docente di Economia del lavoro nella facoltà di Economia dell’Università Cattolica.

 

Una fiaba e molti giochi al tempo del coronavirus

È con questo messaggio di fiducia che la fiaba Nano Gianni contro i granelli rossi edita da Giunti editore ha scalato la classifica Amazon dei libri per l’infanzia più venduti in Italia e ha conquistato famiglie e bambini. Una situazione che ci riporta istantaneamente con l’immaginazione alla clausura di questi giorni, all’impossibilità di uscire dai confini delle nostre città, alle paure e al disorientamento difficili da decifrare. Il racconto non vuole essere una spiegazione chiara e comprensibile ai più piccoli di quello che sta succedendo a causa del coronavirus. Piuttosto è una fiaba tradizionale e come in tutte le fiabe anche qui sono nascosti i segreti delle narrazioni incisive per la mente in travaglio e le leve più profonde per comunicare con il mondo interiore dei bambini. La fiaba è la possibilità più semplice che ci è data per toccare le emozioni profonde che, in questa dimensione, si liberano fra chi legge e chi ascolta. Il Nano Gianni e i granelli rossi è uno strumenti, una chiave possibile per affrontare e leggere la realtà di un’epidemia come quella del coronavirus che ha travolto inaspettatamente tutto il nostro mondo. Il testo è corredato da concrete proposte di gioco, da sviluppare in famiglia per ventidue giorni, che costituiscono solo uno spunto per suggerire di inventarne altre sempre nuove.

 

Covid-19, "rivoluzione digital" per le Regioni italiane

ALTEMS Covid-19, "rivoluzione digital" per le Regioni italiane Il nuovo instant report settimanale dell’Alta Scuola di Economia e Management dei Servizi Sanitari dell’Università Cattolica estende l’analisi dei dati a tutte le Regioni italiane. Altro elemento che emerge dal 4/o rapporto è un netto aumento dei posti letto di terapia intensiva, spesso in percentuale superiore a quella indicata dal Ministero della Salute (+50%). Sono alcuni dei dati della quarta puntata dell’Istant Report Covid-19 una iniziativa dell’ Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari dell’Università Cattolica di confronto sistematico dell’andamento della diffusione del Sars-COV-2 a livello nazionale, per la prima volta prendendo in considerazione 20 Regioni italiane. In tutte le Regioni il tasso di saturazione delle Terapie Intensive è sceso sotto il 65% e in media è del 25% significativamente più basso rispetto al livello di saturazione “medio” del Servizio Sanitario Nazionale nelle statistiche storiche (intorno al 48%). In molte Regioni, grazie all’implementazione di nuovi posti in Terapia Intensiva e la riduzione delle attività chirurgiche in elezione, la saturazione dei posti letti in terapia intensiva negli ospedali è ben al di sotto della media storica (es. in Campania è intorno al 10%). Piemonte, PA di Trento e Lombardia seguono con una incidenza di positivi ad oggi pari allo 0,34% e una incidenza di casi pari allo 0,68% in Lombardia e a Trento e dello 0,50% in Piemonte, segnale di un ritardo nella diffusione in questa regione rispetto alle altre. Con il Report #4, il gruppo si arricchisce della collaborazione del Centro di Ricerca e Studi in Management Sanitario dell’Università Cattolica (prof. Eugenio Anessi Pessina ), di Paola Adinolfi , dell’Organizzazione Aziendale, Università di Salerno e del Gruppo di Organizzazione dell’Università Magna Græcia di Catanzaro (prof. Rocco Reina ).

 

Loris, contro il Covid un gioco di squadra

Da un giorno all’altro mi sono trovato catapultato, senza alcun preavviso, in una nuovissima realtà, ad affrontare una patologia che, come sappiamo, non è ben conosciuta». Quello che mi sono ritrovato a fare non è perfettamente attinente alla mia specialità» afferma: «Sono un gastroenterologo e, fino al giorno prima, avevo svolto attività endoscopica e ambulatoriale presso il Cemad, lavorando soprattutto con pazienti affetti da malattie infiammatorie croniche intestinali (Mici). Mi sono, quindi, trovato ad affrontare una patologia nuova e anche un’organizzazione di reparto completamente inedita in cui era necessario prestare la massima attenzione a isolarsi, vestirsi, svestirsi, ogni volta; con una serie di misure a cui non ero abituato e che in passato non avevo vissuto». Ciò ha fatto sì che il reparto in cui ho lavorato sia diventato la mia famiglia: i colleghi, gli infermieri, tutto il personale, gli stessi pazienti sono tutti diventati le sole persone con cui vivevo ogni giorno, una seconda famiglia che viveva le mie stesse sensazioni ed emozioni». Qual è il ricordo che lei porterà con sé al termine di questa esperienza? «Il ricordo che porterò con me negli anni è quello di una situazione unica, incredibile, totalmente straordinaria, senza alcun precedente nella nostra storia. Era difficile entrare in sintonia quanto volevo a causa di una barriera fisica fra noi. Lo sguardo annebbiato, la mascherina inumidita dal respiro sono le sensazioni che ricorderò di più perché erano le cose che meno sopportavo e che rendevano il lavoro ancora più difficile». Al termine di questo suo personale impegno, qual è l’insegnamento più grande? «Sicuramente quello di capire, ancor di più, l’importanza e l’unicità del lavoro che facciamo.

 

#Viciniadistanza, così le università italiane reagiscono alla crisi

COVID-19 #Viciniadistanza, così le università italiane reagiscono alla crisi Il mondo accademico del nostro Paese ha saputo adattarsi e affrontare l'emergenza Coronavirus: per tornare rinnovato, più forte e con più strumenti di prima. Il video della CRUI 24 aprile 2020 Gli atenei italiani non si sono piegati all'emergenza Coronavirus. E lo hanno dimostrato con una clip realizzata dalla CRUI , la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane , per dimostrare come il mondo accademico del nostro Paese, grazie alla didattica a distanza, ha saputo affrontare la crisi causata dalla pandemia. Perché l'università è una comunità sociale fatta di menti, di persone, di relazioni che si sono sapute adattare attingendo alla propria creatività con l'obbligo morale di continuare a essere una comunità. “Per continuare a stare vicini, a distanza. E tornare rinnovati, più forti di prima e con più strumenti di prima” #crui #coronavirus #covid-19 #ecatt Facebook Twitter Send by mail Print.

 

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