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Politiche attive per i giovani per sostenere i sogni minati dal Covid

In particolare, sono proprio i giovani del nostro Paese coloro che più di tutti gli altri coetanei europei hanno abbandonato - e non semplicemente posticipato - i propri progetti di vita, almeno nel breve termine. In particolare, per quanto riguarda l’intenzione di andare a convivere, sposarsi e avere figli, lo scarto arriva oltre i 20 punti percentuali con i giovani tedeschi, i più ottimisti nella possibilità di lasciare pressoché immutati - o solo posticipati - i propri piani. Tra chi, a inizio 2020, prendeva in considerazione la possibilità di concepire un figlio entro l’anno, ad aver messo da parte (momentaneamente ma a tempo indeterminato) tale intenzione è il 36,5% degli italiani, contro il 14,2% dei tedeschi (il 29,2% degli spagnoli, il 19,2% dei britannici e il 17,3% percento dei francesi). Davanti a questa sfida i giovani intravedono, infatti, anche delle opportunità (con una fiducia più alta tra le ragazze) e hanno scoperto una capacità di far fronte ai cambiamenti che non immaginavano: questo sentimento va incoraggiato a diventare energia positiva per il paese». Una considerazione condivisa anche da Laura Linda Sabbadini , direttrice centrale per gli studi e la valorizzazione tematica nell’area delle statistiche sociali e demografiche Istat: «In Italia abbiamo più rinuncia di fronte ai progetti di vita ma nello stesso tempo anche più attivazione rispetto agli altri Paesi. Come sostiene Corrado Bonifazi , demografo e dirigente di ricerca del Consiglio Nazionale delle Ricerche-Istituto di Ricerche sulla popolazione e le politiche sociali, che ritiene la ricerca tempestiva e originale «non siamo di fronte al pessimismo da bamboccioni, ma alla valutazione razionale dei giovani italiani». Non dobbiamo dimenticarci - afferma - che viviamo una società più classista di quanto vogliamo ammettere, perché ci sono persone che hanno accesso a una formazione anche internazionale e altri che non ce l’hanno.

 

Le nostre Forze dell’Ordine sono sottodimensionate?

L’approfondimento di Stefano Olivari e Fabio Angei 11 dicembre 2019 di Stefano Olivari e Fabio Angei * Uno dei “temi caldi” del dibattito politico è se il personale delle forze dell’ordine debba essere aumentato , cosa che sta parzialmente avvenendo in questi giorni grazie ad alcune assunzioni straordinarie in aggiunta al normale turnover. La riforma Madia del 2015 (Legge n.124 dell’agosto 2015) prevedeva una razionalizzazione delle 5 principali forze dell’ordine tra cui l’accorpamento del Corpo forestale dello Stato, cercando di rimediare ad alcune criticità come la sovrapposizione territoriale e funzionale. Si prevede l’assunzione complessiva di 11.192 unità (4.538 per l’Arma dei Carabinieri, 3.314 per la Polizia di Stato, 1.900 per la Guardia di Finanza, 1.440 per la Polizia Penitenziaria). Relativamente alla sovrapposizione delle competenze, il DL 124/2015 ha effettivamente provveduto a un riordino dei compiti delle funzioni delle forze di polizia, ma questo è stato limitato prevalentemente all’assorbimento del Corpo Forestale dello Stato dall’Arma dei Carabinieri. Inoltre, un ulteriore tentativo di riordino rispetto alla sovrapposizione delle competenze fra le diverse forze dell’ordine è stato implementato nella Direttiva sui comparti di specialità delle forze di polizia del 15 agosto 2017, dove vengono esplicitate le funzioni di ogni forza e gli ambiti in cui concorrono con le altre forze. Il Corpo Forestale dello Stato è stato assorbito, con le sue relative funzioni, nell’Arma dei Carabinieri, con l’eccezione di un piccolo contingente assegnato ad altri corpi e con l’eccezione dei sei corpi forestali delle regioni e province autonome poiché non facenti parti del Corpo Forestale dello Stato. L’assorbimento dei forestali da parte dei Carabinieri è stato considerato di dubbia legittimità, per il passaggio da una forza civile ad una militare delle unità delle forze forestali.

 

Bene comune, la politica che piace ai giovani

indagine Bene comune, la politica che piace ai giovani Il 95% degli intervistati dall’«Osservatorio» dell’Istituto Toniolo sui valori delle nuove generazioni lo considera importante per il funzionamento di una società. L’intervento su “ Avvenire ” del professor Alessandro Rosina 13 novembre 2019 Riprendiamo una parte dell’intervento del professor Alessandro Rosina pubblicata da “Avvenire” del 13 novembre 2019 Manca da troppo tempo una politica all’altezza delle potenzialità che l’Italia può esprimere all’interno dei grandi processi di cambiamento del nostro tempo. Una politica in grado di mettere i cittadini nelle condizioni di dare il meglio di sé nella realizzazione dei propri progetti personali e nel contributo al bene comune. Una recente indagine dell’Osservatorio giovani dell’Istituto Toniolo mostra come proprio l’attenzione al “bene comune” sia il valore più ampiamente riconosciuto dalle nuove generazioni italiane ma che più sentono mancare. In particolare quasi il 95% degli intervistati lo considera importante per il funzionamento di una società che oltre a produrre ricchezza riesca a promuovere il benessere di tutti i cittadini. A ritenere però che nel nostro Paese si faccia molto poco in questa direzione sono ben tre giovani su quattro. continua a leggere su “Avvenire”] #giovani #politica #osservatorio giovani #bene comune Facebook Twitter Send by mail Print.

 

Crisi, il tunnel è ancora lungo

Oltre alle note negative, emerge per ora una tenuta del reddito delle famiglie e un nuovo "tesoretto" fiscale per le casse dello Stato by Katia Biondi | 15 luglio 2009 Una congiuntura reale e monetaria ancora condizionata dagli effetti della crisi, con qualche timido segnale di ripresa. Dopo gli interventi dei professori della Cattolica, ha concluso la presentazione Fedele De Novellis, economista del Ref (Ricerche per l’Economia e la Finanza) che ha esaminato la crisi dal punto di vista delle famiglie italiane. Giovanni Verga , docente di Economia dei Mercati finanziari all’Università di Parma, si è soffermato sull’utilizzo di misure non convenzionali adottate dalla Fed e dalla Banca centrale europea per fronteggiare la crisi. Secondo la professoressa Ambrosanio la profonda crisi economica che il nostro Paese sta attraversando riporterà la finanza pubblica in una situazione di forte squilibrio, vanificando in parte lo sforzo di risanamento compiuto negli anni Novanta. Tre le cause il rallentamento della crescita economica, una serie di misure discrezionali volte a ridurre il carico fiscale sui redditi delle famiglie e sui profitti delle imprese, l’aumento dell’evasione fiscale, accompagnato da condoni e sanatorie». Ne è convinto il professor Luca Colombo, che con Angelo Baglioni , ha stimato il risparmio derivante dalla riduzione dei tassi di interesse pari a 11,218 miliardi di euro, di cui quasi la metà (5,276 miliardi) relativo ai primi cinque mesi dell’anno. La contrazione dei consumi attuali, in buona misura da attribuirsi all'aumento del tasso di risparmio legato al deterioramento delle aspettative dei consumatori, anticipa il fatto che forse il peggio deve ancora arrivare», ha concluso De Novellis.

 

Banca e lavoro, la rivoluzione è partita

laboratorio di analisi monetaria Banca e lavoro, la rivoluzione è partita In dieci anni si sono ridotti del 20% gli sportelli in Italia e i lavori più ripetitivi sono sostituiti dai computer. Il rapporto quadrimestrale, a cura del Laboratorio di Analisi Monetaria , sarà presentato martedì 12 novembre nell’ambito dell’incontro dedicato al tema “ Lavorare in banca. Dopo i saluti di Rony Hamaui , segretario generale dell’Associazione per lo Sviluppo degli Studi Banca e Borsa (Assbb), si alterneranno le relazioni di alcuni autori dell’Osservatorio monetario: Lorenzo Cappellari , Michele Faioli , Claudio Lucifora , tutti docenti all’Università Cattolica. Tuttavia, «non è solo un problema di quantità ma anche di composizione del lavoro: si richiedono sempre meno operazioni ripetitive e quindi i lavoratori che sono alla cassa o allo sportello possono essere facilmente sostituiti dai computer». Tuttavia, sembra ancora persistere il fenomeno del “soffitto di cristallo”: le donne hanno minori opportunità di carriera degli uomini e raramente accedono ai ruoli esecutivi di vertice. Ciò si riflette nel pay gender gap: le donne guadagnano mediamente meno degli uomini, anche a parità di livello di istruzione e di età. L’Osservatorio monetario è un’analisi sulla congiuntura economica nazionale e internazionale curata dal Laboratorio di analisi monetaria dell’Ateneo, in collaborazione con le facoltà di Economia e Scienze finanziarie, bancarie e assicurative dell’Università Cattolica e l’Associazione per lo Sviluppo degli Studi di Banca e Borsa (Assbb).

 

Social street, vicini e connessi

Milano Social street, vicini e connessi Secondo l’Osservatorio a gennaio erano 428 nel mondo, di cui 77 solo a Milano: vicini di casa che si incontrano sia online , su gruppi Facebook dedicati, sia offline , in strada. Le social street sono vicini di casa che si incontrano sia online su gruppi Facebook dedicati sia offline in strada e condividono tre “ingredienti” semplici ma fondamentali per generare senso di appartenenza a una stessa comunità: la socialità, l’inclusione sociale e la gratuità. Non è un caso che in questi anni siano state messe a punto numerose piattaforme collaborative per fare incontrare nel digitale i vicini di casa, segno che si stanno sperimentando nuovi modi per risolvere problemi non nuovi. Queste 77 realtà rappresentano per la città una boccata di ossigeno, fanno capire che un altro modo di vivere la metropoli è non solo possibile, ma già in atto. Attualmente nella città di Milano gli iscritti ai gruppi Facebook delle 77 social street sono 50.000, un numero importante, in forte crescita, a guardare i trend. A cui dobbiamo aggiungere coloro che sono connessi solo offline: ce ne sono, pensiamo agli anziani. socialstreet #osservatorio #vicinidicasa Facebook Twitter Send by mail Print IL LIBRO “VICINI E CONNESSI” Il testo “ Vicini e connessi.

 

Euro: un problema. Uscirne di più

La moneta unica non fa una gran figura ma i costi per abbandonarla sono troppo alti by Alberto Battaglia | 09 dicembre 2013 Adottare la moneta unica è stata una buona idea? La domanda ricorre sempre più spesso nel dibattito pubblico. È quello che hanno tentato di fare il Laboratorio di analisi monetaria dell’Università Cattolica e l’Associazione per lo sviluppo degli studi di banca e borsa presentando l’ Osservatorio monetario 3/2013 . Ma stabilire se ciò è colpa dell'Euro è un problema spesso sottovalutato dagli scettici: per Manasse, infatti, l'unico modo per affermare con certezza se la moneta unica è stata la responsabile di questi fenomeni sarebbe conoscere come sarebbe andata la stessa storia senza l'Euro. Per esempio adottando come termine di paragone una serie di valori di riferimento ottenuti da una media delle prestazioni dei Paesi Europei che sono rimasti fuori dall'Euro. Secondo l’economista un'uscita dall'Euro di un Paese non sarebbe passivamente subita dagli altri, anzi: di fronte a una eventuale svalutazione della moneta italiana anche altre nazioni avrebbero tutto l'interesse a fare la stessa cosa con le rispettive valute, e «sarebbe lo sconquasso dell'Europa». Molti economisti pro-Euro, inoltre, temono un forte effetto inflattivo nel ritorno alla Lira, anche se per Manasse la questione non è delle più rilevanti, perché «il vero problema del cambio di moneta riguarda la ridefinizione dei contratti». Per esempio: in quale misura ripagare in Lire svalutate un debito contratto in Euro? Anche se l'effetto svalutazione, oggi precluso, potrebbe ristabilire competitività all'impresa italiana (Sanpaolo stima che la sopravvalutazione dell'Euro è costata all'export lo 0,4% del Pil del 2012) Daveri e Manasse sono di un diverso parere.

 

Imprese, senza l’estero si muore

I limiti di un sistema bancario ben lontano dall’essere di portata internazionale by Alberto Battaglia | 05 dicembre 2013 Dopo la “grande recessione” del 2008-2009 molte prospettive sono cambiate per l’Italia, le sue aziende e il suo sistema bancario. In un’Europa in generale rallentamento tre importanti fattori caratterizzano la situazione italiana: il forte calo della domanda domestica; una conformazione delle imprese non adatta, in larga parte, a uscire dai confini nazionali; infine un sistema bancario lontano dall’essere di portata internazionale. La buona notizia è che, nonostante le condizioni non favorevoli, le esportazioni italiane hanno tenuto duro grazie all’attrattiva del made in Italy: per questo puntare al soddisfacimento della domanda estera rappresenta una scelta «obbligata» per l’impresa nostrana. Nel processo d’internazionalizzazione le dimensioni contano, come spiegato dal professor Simone Moriconi , e questo è il primo ostacolo che si frappone fra il sistema produttivo nazionale, composto in prevalenza da “micro” imprese, e la conquista di una sua dimensione internazionale. Ma questi aspetti critici riferiti allo status delle imprese non sono certo gli unici: l’altro attore fondamentale di questa ricerca è il sistema bancario cui le aziende si riferiscono. In particolare, secondo la professoressa Brunella Bruno , esiste una correlazione fra il grado di operatività estera del sistema bancario e quello delle imprese. Eppure non si può che augurarsi un aumento nel sostegno proattivo da parte della banca nel sostenere le imprese nel loro affacciarsi ai mercati internazionali, assumendo la veste di “consulente di fiducia”.

 
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