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Turchia, democrazia appesa a un filo

MILANO Turchia, democrazia appesa a un filo Il referendum voluto dal presidente Erdogan potrebbe spazzare via quel poco che è rimasto di pesi e contrappesi. aprile 2017 di Riccardo Redaelli * Il timore è che l’approvazione delle modifiche costituzionali fortemente volute dal presidente Recep Tayyip Erdogan finisca per spazzare via quel poco che rimane della democrazia turca. È bene ricordare che, a nove mesi dal fallito golpe militare, sono stati rimossi e licenziati più di 4.000 giudici e pubblici ministeri e più di 7.000 professori universitari, mentre centinaia di giornalisti sono stati arrestati. Nei sui 15 anni al potere, Erdogan, ha progressivamente smantellato con astuzia e abilità i pilastri del sistema politico voluto dal creatore della Turchia moderna, Kemal Mustafa Atatürk, in particolare quello del secolarismo dello Stato e dei legami forti con l‘Occidente. Molto meno ora. La definitiva trasformazione autoritaria della Turchia sarebbe il colpo mortale per le relazioni con l’Europa, da tempo arrivate al punto più basso da decenni (e questa crisi è usata strumentalmente da Erdogan per immaginare complotti stranieri contro il popolo turco). Ma quest’ultima, visto il recente bombardamento statunitense, potrebbe essere anche il terreno di un riavvicinamento geopolitico con gli Stati Uniti, il cui umorale presidente non sembra giudicare i propri colleghi sulla base dei loro convincimenti democratici. Non dimentichiamoci infatti che Erdogan deve gestire i risultati finora fallimentari di una politica regionale troppo ambiziosa e aggressiva, che ha fatto della cacciata di Assad il proprio pivot geopolitico.

 

Referendum, cinque commenti sul voto

La schiacciante maggioranza di contrari alla riforma costituzionale, prima ancora che sancire una vittoria del fronte del No, segna infatti una clamorosa sconfitta di Matteo Renzi. Ma in ogni caso Renzi non è riuscito nell’impresa che si proponeva (o, quantomeno, ha perso verso sinistra quel poco che ha conquistato sul versante di centro-destra). Ma in tempi di crisi, qualsiasi storytelling è destinato a rivelarsi ben presto solo un effimero mantello retorico gettato sulle spalle di una politica debole, del tutto incapace di modificare la realtà. Il livello di conoscenza dei temi della riforma costituzionale si è mantenuto modesto anche in prossimità del voto, probabilmente perché si tratta di argomenti complessi che richiedevano un adeguato approfondimento e una valutazione non facile degli esiti che si sarebbero generati. Nel voto al Referendum costituzionale italiano il fattore esplicativo più rilevante è certo la vicinanza alla parte del PD che si riconosce nella guida di Renzi: un bacino elettorale non maggioritario che ha consentito di prevalere solo in Toscana, Emilia Romagna e Trentino. docente di Demografia nella facoltà di Economia Si apre una fase dagli scenari incerti di Angelo Baglioni * Il risultato del referendum del 4 dicembre 2016 apre una nuova stagione politica in Italia, che vedrà il passaggio dal governo guidato da Matteo Renzi a un altro governo. Da questo punto di vista possiamo senz’altro dire che la prima funzione democratica dei mezzi di comunicazione, che è quella di informazione e sensibilizzazione, è stata svolta con successo.

 
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